Giovedì, 28 Giugno 2018 07:01

L’occidente e il mito dell’India

Come nasce l’idea di dare vita ad una serie di iniziative, in vari settori artistici, tutte focalizzate su aspetti diversi della cultura indiana?

«Già prima dell’apertura del LAC si era ragionato intorno all’ipotesi di concentrare, in talune occasioni, gli sforzi delle diverse discipline su un unico Paese, al fine di offrire un quadro più esauriente e articolato possibile di quella cultura. Dopo l’esperienza Nippon è nato così il progetto Focus India, un’ampia e inedita programmazione pensata per abbracciare in maniera interdisciplinare l’arte visiva, la musica, la danza e il cinema, oltre alle altre numerose sfaccettature della cultura indiana, quali la medicina, la meditazione e la cucina. Durante tutto il corso dell’autunno si sono quindi succeduti numerosi appuntamenti dedicati alla musica e alla danza, oltre ad un’ampia programmazione di eventi e attività, fra workshop sulla danza narrativa indiana, laboratori per bambini, conferenze sull’ayurveda, sessioni di yoga, letture, master class con gli artisti presenti e un’inedita rassegna cinematografica curata da Marco Müller».

Venendo allo specifico delle arti visive, la mostra “Sulle vie dell’illuminazione” lungo quali principali direttrici di sviluppo si articola?

«Il tema su cui si incardina la mostra riguarda il modo in cui il mondo indiano ha esercitato la sua influenza e fascinazione nei confronti della cultura occidentale. Il percorso espositivo, esteso sui due piani del Museo, mostra dunque attraverso 400 opere e una molteplicità di materiali, la profonda influenza che l’India ha esercitato sull’arte e sulla cultura occidentale negli ultimi due secoli: dalle riflessioni sull’induismo e sul buddismo di Schopenhauer, cui si rifarà negli anni a venire anche la letteratura di Herman Hesse, divenuta un riferimento per intere generazioni con Siddhartha, alle analisi antropologiche di Carl Gustav Jung; dai romanzi popolari di Kipling ed Emilio Salgari, al cinema di Rossellini e Pasolini. E poi ancora i Beatles che contribuirono a rendere l’India di moda tra la gioventù occidentale, come testimonia il connubio tra musica, spiritualità orientale e sperimentazione psichedelica della controcultura giovanile tra gli anni Sessanta e Settanta. Senza dimenticare, infine, gli scatti “indiani” di Henri Cartier-Bresson e di Werner Bischof, la città ideale immaginata a Chandigarh da Le Corbusier e i tanti artisti che negli ultimi decenni hanno tratto ispirazione e influenze dal subcontinente indiano: da Robert Rauschenberg a Frank Stella, da Richard Long a Luigi Ontani da Francesco Clemente ad Anselm Kiefer, per citarne solo alcuni».

Ma perché l’India e le sue tradizioni millenarie hanno sedotto una moltitudine così ampia di intellettuali ed esponenti della cultura europea?

«Credo che una risposta vada innanzitutto ricercata nel fatto che la cultura di questo grande Paese, in virtù soprattutto dei presupposti spirituali che ne stanno alla base, sia diventato quell’altrove mitico cui il mondo Occidentale, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, ha guardato come alternativa a un contesto sempre più rigidamente sottomesso alle logiche materiali della produzione e del consumo. Cosa rimanga di questo mito oggi, di fronte a una realtà sempre più globalizzata, è la domanda con cui l’ultima sezione della mostra ci proietta dentro l’attualità del nostro tempo, cercando di offrire uno sguardo sull’India di oggi attraverso gli scatti di grandi fotografi contemporanei come Sabastião Salgado, Ferdinando Scianna, Michael Ackerman, Steve McCurry e Martin Parr».

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  • Sommario Di scena al LAC, fino al 18 gennaio 2018, la mostra “Sulle vie dell’illuminazione. Il mito dell’India nella cultura occidentale 1808-2017”. Il curatore, Elio Schenini, ci parla del percorso espositivo che attraverso 400 opere e una molteplicità di materiali offre uno sguardo ampio e diversificato sul modo in cui, dall’inizio dell’Ottocento a oggi, la realtà indiana – con le sue tradizioni, religioni, paesaggi, culture e forme artistiche – ha affascinato e influenzato in maniera crescente il mondo artistico internazionale.
Giovedì, 28 Giugno 2018 07:00

Quando la galleria dilata i suoi spazi

Lo spazio è quello già in passato occupato da uno dei più conosciuti marchi della moda, con ampie luci affacciate su via Nassa, autentico salotto cittadino. Qui, IMAGO Art Gallery trasferirà a primavera la sua sede, disposta su due piani, con un programma di mostre e iniziative ancora più fitto di importanti appuntamenti. E da qui potrà meglio essere coordinata l’attività di mostre “in esterna” che già negli ultimi anni ha visto le realizzazione in Italia ed in ambito internazionale di prestigiose esposizioni. Intanto, nell’attuale sede, prosegue fino a gennaio la mostra di Enrico Ghinato, che grazie alla sua pittura iperrealista, sa esaltare anche i minimi dettagli di un’auto, riuscendo a trasmettere l’eleganza e il design di un fanale o di un parafango. Il suo è un linguaggio pittorico molto diffuso negli Stati Uniti a partire dagli anni '70, mentre in Italia si è limitato a poche straordinarie eccellenze come appunto quella di Enrico Ghinato, che però non guarda né alla classicità né alla storia dell'arte, ma prende spunto dal mondo metropolitano, perfettamente sintetizzato dal motore e dall'automobile. Nella sua pittura brillano superfici verniciate che esaltano il design dell'auto italiana: ne astrae quei particolari in grado di rappresentare la parte per il tutto, evocando il sogno di un'età dell'oro che, a partire dagli anni '60, ha profondamente cambiato il Paese. Accanto a lavori dedicati al mondo dell’auto, sarà presente in galleria un nuovo ciclo di “vetrine” sulle strade delle capitali del mondo. Fino a gennaio prosegue anche allo Spazio Malpensa, presso la Soglia Magica e le Sale Vip, una mostra di circa 80 opere di Alessandro Busci, pittore e architetto, che vive e lavora a Milano. L’artista indaga le potenzialità dello scambio fra le tradizioni iconografiche occidentali e orientali e la sua produzione si distingue per la forte valenza del segno, pittorico e calligrafico, realizzato su supporti non convenzionali come acciaio, rame e alluminio lavorati con acidi e smalti o sulla più tradizionale carta.

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  • Sommario Mentre proseguono fino a gennaio le mostre in corso presso la galleria luganese e lo spazio Malpensa, IMAGO Art Gallery annuncia per la primavera una grande novità: il trasferimento in un nuovo prestigioso e più ampio spazio, nel cuore della centrale via Nassa.
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Giovedì, 28 Giugno 2018 06:29

Una “Bisbetica” tutta da godere

Partiamo dagli inizi. Com’è avvenuto il suo incontro con il teatro?

«Da sempre ho subito il fascino del racconto, delle storie, e ho trovato nel teatro la forma più interessante di rappresentazione. Mi è sempre piaciuta la magia del palcoscenico, e la “ripetizione”  degli spettacoli dà l'impressione che il tempo si fermi. A far crescere la mia passione ha poi contribuito in modo decisivo l’incontro con Piera Degli Esposti che  è stata, ed è tuttora, una grande amica e una grande maestra, dotata di una vivida fantasia. Poi Gabriele Lavia, un uomo di grande forza, di cui sono stato assistente alla regia e dal quale ho imparato tantissimo dal punto di vista tecnico. E poi, ancora, Lucilla Morlacchi, dotata di un'intelligenza superiore, Elisabetta Pozzi e tanti altri, tutti attori o registri che mi hanno insegnato qualcosa».

Fino all’incontro con Carmelo Rifici…

«Quando Carmelo Rifici è diventato direttore di LuganoInScena mi ha chiesto di collaborare con lui ed è iniziata quest'avventura molto stimolante formativa: è molto bello collaborare alla nascita di qualcosa di così grande come il LAC, a cominciare dalla regia degli spettacoli allestiti per la sua apertura, a cui ho collaborato con grandissimo piacere, fino ai progetti che stiamo studiamo per il futuro».

Tra i progetti realizzati spicca questa Bisbetica Domata…

«Infatti. Carmelo Rifici mi ha chiesto di fare la regia di una commedia che è molto nota a tutti ma che al tempo stesso nasconde insidie e trabocchetti perché piena di atrocità e di strani rapporti, dove l’amore non è solo amore ma interesse, dove la finzione è uno dei primi ingredienti già dopo due pagine di testo, insomma una sfida molto complessa…».

E lei che chiave di lettura a scelto di darne?

«Sono partito dal desiderio di raccontare la storia che l’autore ci ha proposto, creando uno spettacolo che fosse veramente per tutti, e aderendo il più possibile alla drammaturgia originaria. Quindi ho scelto di ambientare la scena in un luogo unico, vuoto, immaginario, che richiama in qualche modo una certa eleganza apparente, all’interno del quale gli attori si muovono come una squadra di sportivi che in fondo giocano con i sentimenti di Bianca e di Caterina».

Anche per i ruoli femminili si è affidato ad attori uomini…

«Per realizzare questa regia ho scelto il gioco elisabettiano del travestimento, perché in questa commedia in fondo i rapporti sono così falsati, così poco naturali che solo una stranezza poteva rendere bene l’idea di cuori appunto da addomesticare. Il cast è formato tutto da primi attori, da Tindaro Granata a Angelo Di Genio, da Christian La Rosa a Igor Horvat, a Massimiliano Zampetti proveniente dalla scuola del Teatro Dimitri e poi ancora alcuni attori della Scuola del Piccolo Teatro di Milano: e questo fatto del coinvolgere dei giovani che hanno appena concluso i propri studi mi sembra un modo interessante per immettere continuamente nuova linfa nel teatro».

Accanto alla radio e alla televisione, lei è anche promotore della stagione teatrale «Tra Sacro e Sacro Monte»: di cosa si tratta?

«C'è tantissimo lavoro dietro a «Tra Sacro e Sacro Monte» che è un'iniziativa cui tengo tantissimo e per la quale credo Varese debba ringraziare la Fondazione Paolo VI, che ha investito ed investe importanti risorse sulla rassegna. Vivo bene a Varese che è una città con un grande potenziale, dove ci sono artisti straordinari con cui fare squadra, ma avrebbe bisogno di grinta e di scelte forti e innovative».


Chi è Andrea Chiodi
Allievo di Piera Degli Esposti, è stato assistente alla regia di Gabriele Lavia per “Misura per Misura” di Shakespeare. Ha vinto il premio Alfonso Marietti dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano e il Golden Graal per il teatro. Dal 2010 è ideatore e direttore artistico del festival tra Sacro e Sacro Monte producendo e ospitando alcuni dei più importanti artisti della scena teatrale italiana. Dal 2014 lavora al fianco di Carmelo Rifici come assistente alla direzione artistica del LAC per LuganoInScena, e nel settembre 2015 gli viene affidata la regia della grande inaugurazione di tre settimane. È per due anni, 2014 e 20015 direttore artistico e regista per i due eventi in Piazza Duomo per Expo. Negli ultimi tre anni si distingue per alcune produzioni come Locandiera, Bisbetica Domata, I Persiani, Giovanna D’Arco, Elena di Ritsos, Medea e altri testi instaurando una proficua collaborazione con artisti come Piera Degli Esposti, Elisabetta Pozzi, Tindaro Granata, Angela Demattè, Daniele D’Angelo, e teatri come il Due di Parma, lo stabile di Brescia, il Carcano di Milano e il LAC di Lugano.


LuganoInScena e la sua rete di rapporti artistici
La volontà e la lungimiranza di Carmelo Rifici hanno portato il LAC in sole due stagioni diventare un vero centro di creazione artistica instaurando rapporti con alcune delle più importanti realtà del teatro italiano. La qualità della programmazione della stagione di prosa di LuganoInScena mette in luce questo lavoro vincendo già nel 2015 il Premio Franco Enriquez per la migliore direzione artistica. La stagione 2017-18 presta grande attenzione alle nuove forme del linguaggio teatrale di lingua italiana senza tralasciare la grande tradizione, ospitando grandi classici di Goldoni, Pirandello e De Filippo interpretati e allestiti dai grandi maestri della scena come Gabriele Lavia, la compagnia De Filippo, Franco Branciaroli, Elisabetta Pozzi, Glauco Mauri, Maddalena Crippa e molti altri. Attenzione poi ai grandi registi e coreografi italiani di respiro internazionale come Virgilio Sieni, Antonio Latella, Romeo Castellucci e Emma Dante, istaurando con alcuni di questi artisti rapporti che hanno portato, come nel caso di Virgilio Sieni, ad un’importante collaborazione tra artisti italiani e svizzeri, unendo la professionalità dell’Orchestra della Svizzera italiana, residente al LAC, al lavoro del grande maestro della danza contemporanea italiana. Questa stessa formula si ripeterà con la coreografa Cristina Kristal Rizzo. I rapporti con l’Italia si sono sviluppati anche grazie al coinvolgimento di molti artisti, da danzatori a registi, drammaturghi e attori, tra questi Laura Marinoni, Danilo Nigrelli, Fausto Russo Alesi, Tindaro Granata (Premio Ubu 2017), uno degli artisti italiani che maggiormente ha saputo lavorare con i nuovi linguaggi, e Angela Demattè (Premio Riccione 2009) coinvolta nella scrittura dell’ultimo lavoro prodotto con il Piccolo Teatro di Milano, Ifigenia, Liberata. Artisti italiani dunque in dialogo con artisti ticinesi, un punto fondamentale di incontro e scambio che contraddistingue sempre le produzioni LuganoInScena. Non solo prosa quindi, ma performance, scambi tra artisti di tutta Europa che trovano nel LAC un ponte con l’Italia e le sue istituzioni culturali e il grande lavoro per la divulgazione della lingua italiana, dove il LAC, con la stagione di LuganoInScena, diventa un luogo davvero il luogo in cui dal Nord delle Alpi diventa possibile venire per riscoprire o a volte scoprire la forza della cultura italiana.

Produzioni e coproduzioni con l’Italia
Gabbiano – regia Carmelo Rifici con Fausto Russo Alesi, scene Margherita Palli, costumi margherita Baldoni, produzione LuganoInScena, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Teatro Sociale di Bellinzona
La Mer – di Virgilio Sieni , produzione LuganoInScena, Teatro Comunale di Bologna e Compagnia Virgilio Sieni, con Emilia Romagna Teatro
Ifigenia, liberata – di e regia Carmelo Rifici e Angela Demattè, con Tindaro Granata, scene Margherita Palli, costumi Margherita Baldoni, produzione LuganoInScena, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Azimut
Purgatorio - regia di Carmelo Rifici con Laura Marinoni e Danilo Nigrelli, scene e costumi Annelisa Zaccheria, produzione LuganoInScena, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura e ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione
La bisbetica domata – regia di Andrea Chiodi, con Tindaro Granata, Angelo Di Genio e Christian La Rosa, produzione LuganoInScena, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura e Teatro Carcano di Milano
VN Serenade – di Cristina Kristal Rizzo, produzione LuganoInScena, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, OSI Orchestra della Svizzera italiana e Cab008

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  • Sommario Andrea Chiodi è un giovane regista italiano che da anni collabora con Carmelo Rifici al LAC con allestimenti di spettacoli e regie teatrali. Tra le sue ultime realizzazioni una interessante e originale Bisbetica Domata di Shakespeare.
Martedì, 26 Giugno 2018 13:30

Insieme per contare di più

Come si mantiene competitiva la Svizzera dal punto di vista giuridico?

«La Svizzera è una nazione importante per le fondazioni. Ci sono oltre 13.000 fondazioni di pubblica utilità. Ciò è riconducibile in particolare al quadro giuridico e fiscale di tipo liberale relativo a fondatori e fondazioni nel nostro paese. La Svizzera quindi può e deve mantenersi competitiva come sede per le fondazioni, conservando l’attrattiva di queste condizioni di base e sviluppandole ulteriormente in modo mirato. Altrettanto importante è evitare di burocratizzare le attività delle autorità fiscali e di vigilanza. Da oltre 25 anni proFonds, la nostra associazione mantello, è impegnata attivamente in tal senso».

Quali sono i temi giuridici oggetto di discussione al momento a Berna?

«Dopo lunghi lavori preparatori, nei quali è stato decisivo l’impegno di proFonds, a Berna il Parlamento federale sta finalmente discutendo l’iniziativa parlamentare del consigliere agli Stati Werner Luginbühl. Si tratta di otto proposte che mirano a migliorare aspetti giuridici e fiscali a favore delle fondazioni. In questo modo la Svizzera aumenterebbe la propria attrattività come sede per le fondazioni. Le misure mirano a ulteriormente facilitare l’organizzazione e la gestione delle fondazioni. Anche i diritti del fondatore devono essere ampliati. Inoltre, sia fondare che donare dovrebbero diventare attività fiscalmente più interessanti, soprattutto attraverso l’aumento delle deduzioni fiscali in caso di donazioni a favore di fondazioni di interesse pubblico».

Quali sono i diritti dei fondatori in Svizzera?

«In Svizzera si applica il principio della libertà dei fondatori. Ogni fondatore ha il diritto di determinare liberamente lo scopo e l’organizzazione della fondazione, a parte alcune restrizioni legali. Può anche riservarsi il diritto di cambiare lo scopo della fondazione. Altri diritti riservati al fondatore includono, ad esempio, l’elezione del Consiglio di fondazione, la promulgazione o la modifica di regolamenti ecc. Ma soprattutto in Svizzera è facile per un fondatore creare una fondazione. A differenza di altri Stati, non è necessaria un’approvazione ufficiale. Bastano un atto notarile e l’iscrizione al registro di commercio».

In particolare, quali sono i diritti delle fondazioni in Ticino rispetto ad altri Cantoni (fisco, ecc)?

«Non vi è alcuna differenza fondamentale tra i diritti delle fondazioni ticinesi e quelle di altri cantoni. La legislatura liberale sulle fondazioni contenuta nel codice civile si applica in tutta la Svizzera. Anche le condizioni per l’esenzione fiscale e la deduzione delle donazioni sono standardizzate in tutto il paese. D’altra parte, ci possono essere differenze pratiche a seconda dei cantoni nelle attività delle autorità di vigilanza e fiscali, come conseguenza del nostro federalismo».

Quali suggerimenti rivolgerebbe alle autorità fiscali ticinesi, alle autorità cantonali e alle amministrazioni cittadine per favorire lo sviluppo delle fondazioni?

«proFonds si appella a tutte le autorità, siano esse del Canton Ticino o di altri cantoni, affinché forniscano il loro importante contributo per garantire condizioni ottimali per le fondazioni in Svizzera. Ciò significa, in particolare, esercitare l’autorità in modo liberale e moderato, rinunciando ad inutili atteggiamenti burocratici. In questo modo è possibile promuovere significativamente la creazione e la gestione delle fondazioni. Per le autorità di vigilanza questo significa limitarsi alla funzione di puro controllo legale e di conseguenza ad intervenire solo in caso di violazioni della legge. È necessario che anche le tasse applicate alle fondazioni da parte delle autorità di vigilanza siano quanto più moderate possibile. Per le amministrazioni fiscali, ciò si traduce nel perseguire una pratica liberale di esenzione fiscale e detraibilità delle donazioni, data la grande importanza sociale delle fondazioni. Fondazioni sono atti volontari di liberalità da parte di cittadine e cittadini a favore della società. Pertanto, l’ambito delle fondazioni deve essere il più possibile esente da interventi statali. Ciò deve essere tenuto presente non solo da parte del legislatore, ma anche nell’esercizio dell’autorità. Nessuno accetterà di creare una fondazione se lo Stato penalizza il suo impegno volontario a favore della società con complessi regolamenti e burocrazia. La libertà dei fondatori è una questione centrale per proFonds».

Qual è Il ruolo di proFonds in Ticino: programmi, prospettive, progetti, e visioni…

«Come associazione mantello di tutte le fondazioni e organizzazioni non profit della Svizzera, proFonds è impegnata ovviamente anche a favore delle fondazioni ed enti non profit del Canton Ticino. Il nostro obiettivo è quello di informare sempre più le fondazioni ticinesi circa il nostro lavoro a favore delle fondazioni e del settore non profit nel suo complesso, rendendole consapevoli dell’importanza di una associazione mantello forte che favorisca lo sviluppo di ogni singola fondazione/ente non profit. Vorremmo inoltre ampliare la vasta gamma dei servizi offerti ai nostri soci in materia di networking, scambio di conoscenze ed esperienze e consulenza. Come parte dell’incontro sullo scenario ticinese delle fondazioni abbiamo invitato tutte le fondazioni del Canton Ticino per far conoscere proFonds e poter osservare le esigenze specifiche che emergono dal panorama delle fondazioni del Canton Ticino. L’incontro è stata una bella opportunità per il networking e per raccogliere idee. Siamo rimasti molto soddisfatti: c’è stato uno scambio vivace e sono stati allacciati contatti interessanti. Naturalmente siamo anche intenzionati a costruire una filiale ticinese, simile alla nostra Antenna Romanda a Ginevra, che dal 2012 funziona con successo come punto di contatto per le fondazioni ed enti non profit della Svizzera romanda e organizza regolarmente eventi. Per l’assemblea dei soci che si è tenuta nel Canton Ticino per la prima volta abbiamo fatto tradurre in italiano il rapporto annuale 2017. Il prossimo progetto è in corso: la traduzione del nostro sito web in italiano».

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  • Sommario Christoph Degen, Direttore di Profonds, Associazione mantello delle fondazioni svizzere di pubblica utilità, spiega l’importanza di una istituzione come questa per aiutare a far crescere il mondo delle fondazioni in Svizzera e in Ticino.
Pubblicato in Fondazioni
«Se volete conoscere chi sono, guardate i miei film» amava dire Charlie Chaplin. Sono queste citazioni senza tempo che hanno ispirato i fondatori del Chaplin’s World, dedicato al mitico artista britannico che sorge a Corsier-sur-Vevey, tra Losanna e Montreux, dove trascorse i suoi ultimi 25 anni di vita. Il museo ha aperto le sue porte al pubblico il 16 aprile 2016, lo stesso giorno il cui l'attore avrebbe compiuto 127 anni. Ha vissuto con la sua famiglia a Corsier-sur-Vevey fino alla morte, il giorno di Natale del 1977, all’età di 88 anni. La moglie Oona O'Neill, di 35 anni più giovane, gli ha dato otto figli. Due di loro, Eugene e Michael, vivevano ancora in questa casa quando Yves Durand, l’imprenditore culturale canadese che nel 2000 ha lanciato il progetto di casa-museo assieme all’architetto Philippe Meylan, contattò la famiglia per la prima volta. “ «Il nostro obiettivo è di fare del Museo Chaplin uno dei luoghi culturalmente più importanti della Svizzera», commentava poi in occasione dell’apertura con un pizzico di orgoglio Yves Durand. Il museo dedicato a Chaplin è stato allestito proprio nella residenza conosciuta come La Manoir de Ban dove tutta la famiglia Chaplin ha vissuto fino alla morte della moglie dell'attore, nel 1991. Si tratta di una casa padronale in stile neoclassico, costruita nel 1840 e circondata da un vasto parco di 14 ettari con alberi centenari. Per realizzarlo ci sono voluti 16 anni ma il risultato è davvero unico. Tra le sezioni che compongono il museo vi è lo spazio espositivo che attende i visitatori per immergersi nel mondo dell’artista, il parco dove si trova la casa e gli studi cinematografici hollywoodiani, dove vengono ricreate le scene dei più famosi film di Chaplin. Tutta la scenografia è stata realizzata da François Confino, uno fra i più apprezzati specialisti al mondo in allestimenti museali, che ha concepito un percorso interattivo, con l’ausilio di tecnologie virtuali ed elementi multimediali. Le opere sono utilizzate come filo conduttore per scoprire l’uomo e l’artista, lungo un percorso di oltre 3.000 metri quadri. Oggetti personali, lettere, fotografie ed esperienze multimediali si mescolano a immagini ad alta definizione e in 3D, con un’acustica avanzata ed effetti speciali. Tutte le più evolute tecnologie contribuiscono insomma a far rivivere le molteplici sfaccettature dell’opera di Chaplin, che non è stata solo nell’ambito cinematografico ma anche in quello musicale. In parallelo alla visita si può scoprire la storia dell’immagine in movimento, che dalla lanterna magica dei fratelli Lumière, porta alle pellicole tradizionali per il grande pubblico fino a quelle tridimensionali. Un viaggio spettacolare di tre ore allo stesso tempo divertente e commovente, come lo sono i film di Charlie Chaplin. La visita del museo include anche i giardini tra sentieri e terrazze di questa proprietà offrendo panorami tra i più belli della Svizzera Romanda. Infine, per completare l’esperienza, gli ospiti sono attesi da un ristorante e un negozio, quest’ultimo progettato nel vecchio garage dove Chaplin amava custodire la sua Bentley. Ma Chaplin’s World va oltre la funzione museale offrendo una programmazione di eventi culturali e festival. In parallelo, una galleria presenta mostre di artisti di fama internazionale. Nei periodi di Natale e Pasqua viene inoltre messa a disposizione una mongolfiera per apprezzare dall’alto la regione collinare. La gestione del museo è affidata a Grévin International, filiale della società Compagnie des Alpes, leader dell'industria del tempo libero e del divertimento. Sinora è stato visitato da tutta la stampa internazionale e da celebrità come Sophia Loren, la quale era stata diretta da Chaplin in veste di regista e produttore nel film La Contessa di Hong Kong. Per chi volesse completare la visita delle opere e dei monumenti dedicati a Chaplin e portarsi a casa una foto ricordo con il grande artista, ad accogliere i visitatori sul lungo lago di Vevey c’è la storica statua in bronzo dello scultore inglese John Doubleday, eretta in memoria del periodo che Chaplin ha trascorso in questa città.


Comico, sceneggiatore e produttore cinematografico
Charlie Chaplin nasce il 16 aprile 1889 a Londra. La sua prima apparizione sul palco risale al 1894 quando sostituisce la madre ammalata. Nel 1903 inizia la sua carriera di attore in un teatro inglese e sette anni più tardi viaggia negli Stati Uniti per una tournée con la celebre compagnia di pantomime di Fred Karno. Ed è proprio durante un giro di spettacoli ad Hollywood nel 1913, che il produttore Mack Sennett lo scopre, inducendolo poi a firmare il primo contratto cinematografico con la Keystone. Nel 1914 fa la sua prima apparizione sullo schermo (titolo: "Per guadagnarsi la vita"). Per le brevi comiche pensate per Sennett, Charlie Chaplin trasformò la macchietta che si era costruito nel tempo, "Chas" (una sorta di nullafacente dedito solo al corteggiamento), in quel campione di umanità che è il vagabondo "Charlot" (chiamato inizialmente "Charlie" ma poi ribattezzato Charlot nel 1915 da un distributore francese), confezionato da Chaplin nell'indimenticabile "divisa" fatta di baffetti neri, bombetta, giacchetta stretta e corta, pantaloni larghi e sformati e bastoncino di bambù. Nel 1918, Chaplin è ricco, famoso e conteso. In quell'anno firma un contratto da un milione di dollari con la First National per la quale realizza, sino al 1922, nove mediometraggi (fra cui classici assoluti come "Vita da cani", "Charlot soldato", "Il monello", "Giorno di paga" e "Il pellegrino"). Seguono i grandi film prodotti dalla United Artists (la casa fondata da Chaplin nel 1919 con Douglas Fairbanks sr., D. W. Griffith e Mary Pickford): "La donna di Parigi" (di cui è solo regista), "La febbre dell'oro" e "Il circo negli anni '20"; "Le luci della città" e "Tempi moderni" negli anni '30; "Il grande dittatore" (travolgente satira del nazismo e del fascismo) e "Monsieur Verdoux" negli anni '40; "Luci della ribalta" nel 1952. Personaggio pubblico, universalmente acclamato, Charlie Chaplin ha avuto anche un'intensa vita privata, sulla quale sono fiorite leggende di tutti i tipi, poco chiarite ancora oggi. A testimonianza della voracità sentimentale del personaggio, quattro matrimoni, dieci figli ufficiali e numerose relazioni spesso burrascose e dai complessi scioglimenti. Numerosi anche gli avvenimenti di carattere politico che hanno segnato la vita del grande comico. La presunta origine ebraica e le simpatie per idee e movimenti di sinistra gli causarono numerose grane, fra cui quella di essere sottoposto al controllo dell'FBI sin dal 1922. Nel '47, invece, viene addirittura trascinato di fronte alla Commissione per le attività antiamericane, sospettato in pratica di comunismo: un'accusa che gli costa l'annullamento nel '52 del permesso di rientro negli USA. Nel 1953 i Chaplin si stabiliscono in Svizzera. I suoi ultimi film ("Un re a New York", 1957, e "La contessa di Hong Kong", 1967), la sua "Autobiografia" (1964), le riedizioni sonorizzate delle sue vecchie opere e molti progetti rimasti incompiuti, hanno confermato sino all'ultimo la vitalità di un artista che va annoverato fra i pochi grandi in assoluto.

Chaplin’s World
Route de Fenil 2 
1804 Corsier-sur-Vevey
www.chaplinsworld.com

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  • Sommario Quarant’anni dopo la sua scomparsa, è nato il primo museo al mondo dedicato ad uno dei più grandi attori del ventesimo secolo, affinché la sua persona e la sua arte siano ricordate in eterno.

When can a philanthropic action by the foundation be defined as effective?

«Each Foundation has different mission which is defined in its statutes. The goals derived from this mission usually determines the target population of the projects carried out by the foundation and the problems it tries to tackle. For instance, it can refer to the care of special needs children, to providing underprivileged children with access to education, or to fostering micro-entrepreneurs and so on. A foundation is efficient when it achieves its goals while concurrently optimizing the scarce resources at its disposal. Both effectiveness and efficiency have to go hand in hand».

Why is it important to measure the social impact of the foundation?

«Most of the institutions working in the social sector are able to measure the results of their activities. Through this information, we understand what these institutions are doing. For instance, we can get to know the number of children attending an educational program, or the number of young people who receive a scholarship. While this data is important, it does not tell us whether the living conditions of the beneficiaries is or has improved. However, social impact is about knowing how and in what measure have the living conditions been affected by the interventions (activities, projects) carried out by the foundations. That is why the only way of knowing whether a foundation is achieving its goals is through measuring the social impact it is creating. Let us say for example, if you want to begin the construction of a school in a developing country, you will need to build it, engage teachers and enroll a certain number of students. All these are the results of your project. However, it does not tell you whether the education provided is of good quality and how well students perform after having completed school. The same applies to a project aimed at empowering micro-entrepreneurs. The number of micro-entrepreneurs supported, the number of micro credits given and so on, does not tell you whether the living conditions of the beneficiaries is improving. This data only explains the results of the project. When the foundations remain at the results level, they do not know whether they are creating a positive social impact or not. And this is what really matters!».

Which factors are important, and why?

«Actually, all factors that may affect the living conditions of a person are important. In this sense, when designing an evaluation to assess the social impact of a project, we cannot only take into account the targeted goals (education, income generation, poverty alleviation, etc.), but we also have to consider the beneficiary as a person. Factors affecting human well-being always have four elements: the tangible and the intangible on one side, and the individual and the collective on the other side. Most social projects affect the person within those four elements. Maybe in an unintended way, but they affect them. If, when measuring the social impact, we do not assess what is happening to the person as a whole - if do not have a 360o approach- we will be missing some key aspects of the impact of the project».

You have developed a model for measuring social impact: can you explain to us how it works?

«My long-term experience in the social sector (more than 30 years) has helped me develop an impact measurement model which can be applied to a large variety of social projects. This is called the “Socio-Economic Welfare Index –SEWI”. It is based on the four elements mentioned before. The living conditions of a person are determined by all the resources that he or she has at a certain period. Before starting a social intervention, we establish the baseline data by surveying those who will benefit from the project. To do that, we look for definite indicators, which will cover the four elements and, therefore, will give us a precise picture of the living condition of the future beneficiaries of the project. After a certain time (which depends on the nature of the project itself), we use the same indicators to assess the situation of the beneficiaries after the project has ended. This is called the ex-post evaluations. The difference in the data obtained from these assessments gives us the changes that the project has effected in the lives of the beneficiaries. This difference is what is termed social impact. Below is a chart, which summarizes what I have said. This chart shows the analysis of nine indicators chosen to measure the impact of a project designed to empower micro-entrepreneurs. We can observe that eight of the indicators have shown a marked improvement. Some of them are in areas that the project was directly targeting (income, assets and education), while others are not (access to healthcare, sanitary conditions, etc.). It demonstrates that, as already said, usually impact goes beyond targeted areas. This chart reflects this».

What are the benefits to a foundation in applying such a model?

«The benefits of incorporating and conducting impact evaluations for t projects are many. Maybe the most significant is the change in mentality that it provokes in the management of a non-profit. It leads them to think in terms of impact (outcome), and not in terms of results (output). On top of that, impact measurement becomes a very valuable management tool. Coming back to the previous chart, if you were looking to decide on the areas in which to start new projects targeting the same beneficiaries, the previous analysis gives you a clear answer: income generation and public safety, because these are the areas where new interventions could achieve a greater impact for the beneficiaries.

Does it work just as well for small/medium foundations?

«Yes, indeed. The size of a foundation is not the decisive criteria on whether to conduct impact measurement or not. The most crucial is factor is whether the foundation wants to focus on results or on impact. Nevertheless, I have to advise that not all projects should undergo an impact evaluation. One determining factor is the size of the project itself. For small projects, or for “one shot” projects, I do not recommend making an impact evaluation. But for pilot projects, or for projects that will be ongoing and supported for many years, impact evaluation should be a must. The knowledge acquired through impact evaluations compensates by far the efforts required to carry it out. My experience shows, that after an impact evaluation, foundations often redesign their strategy, leading to a more effective use of their funds, and hence resulting in a higher social impact».

From a cost point of view, what percentage of the overall investment should the cost of measurement be?

«Although there is no general rule, I consider that for medium-sized projects, the costs of the impact measurement should not be greater than 5 to 7% of the total investment into the project. In the case of pilot projects, however, there may be a higher rate due to the fact that we want to know whether the project should be scaled up or not».

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  • Sommario An authoritative comment by Juan J. Alarcon, Project Director of the Limmat Foundation in Zurich.
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Filantropia e Corporate Social Responsibility: potete definire il concetto di filantropia e di responsabilità sociale?

Elisa Bortoluzzi Dubach: «Per filantropia si intende l'azione altruistica di individui facoltosi che, a titolo personale o attraverso istituzioni quali le fondazioni erogative, donano a soggetti più deboli le risorse perché questi possano affrancare il loro stato. Oggi la filantropia ha fatto proprie le esperienze imprenditoriali e, mirando ad una maggiore efficacia dei propri interventi, opera su basi manageriali, tenendo in conto fattori come l'analisi dei bisogni e delle cause dei problemi, la sperimentazione di soluzioni innovative e la sostenibilità degli interventi. Attività che ha fatto della discrezione la sua qualità precipua, l'osservazione empirica certifica il crescente interesse attorno alla filantropia, che ha assunto un ruolo tale da non passare inosservata né a livello sociale, né a livello comunicativo. Caterina Carletti: «La Corporate Social Responsibility o Responsabilità sociale delle imprese è un nuovo modo di interpretare l’approccio economico in quanto richiede alle imprese di operare, tenendo conto dell’impatto generato dalle loro attività, dandosi l’obiettivo di perseguire un profitto non solo economico ma anche sociale e ambientale. In poche parole si tratta di operare sui mercati, preoccupandosi non solo degli interessi degli azionisti ma rivolgendo la propria attenzione a una molteplicità di stakeholder, coinvolti direttamente o indirettamente nell’attività dell’azienda. Si tratta quindi di due temi differenti che, a mio giudizio, hanno comunque in comune tre aspetti: la volontarietà di chi opera (azienda o filantropo) che decide autonomamente come impiegare le proprie risorse, il rapporto con la comunità rispetto alla quale entrambi i soggetti possono offrire un contributo significativo e il desiderio di promuovere un miglioramento della qualità di vita delle persone. In questo contesto bisogna poi tenere conto delle fondazioni aziendali che assumono un ruolo diverso e meritano considerazioni a parte».

Affinché filantropia e CSR operino nello stesso senso che pre-condizioni si devono creare?

E.B.D.: «Gli obiettivi delle fondazioni o dei filantropi possono riguardare la soluzione di criticità esistenti nel territorio dove essi risiedono, assumendosi un ruolo sussidiario rispetto ai compiti delle istituzioni pubbliche alle quali è delegato il ruolo di garantire il welfare della popolazione. Così facendo, la filantropia potrebbe operare di concerto con le aziende che si assumono la responsabilità derivante dal loro trarre beneficio dal territorio nel quale hanno i propri insediamenti produttivi. Per massimizzare i benefici dell'azione filantropica volta al territorio, occorre che gli attori (stato, fondazioni erogative, filantropi e promotori culturali e sociali) coordinino la propria azione elaborando una strategia comune, arricchendosi reciprocamente condividendo esperienze, conoscenze, relazioni e storie».

Nell'ambito della CSR quali iniziative si possono intraprendere nei confronti della comunità?

C.C. «Le iniziative sono molteplici e dipendono molto dalle strategie di CSR delle singole imprese, dalle loro dimensioni e risorse e dal loro legame col territorio. Per fare qualche esempio i contributi possono essere di carattere economico, di carattere tecnico (materiali e know how) o a livello di risorse umane. Ci sono quindi molti esempi dalle sponsorizzazioni al volontariato d’impresa, dal sostegno a campagne di sensibilizzazione su tematiche sociali particolari fino a raccolte fondi legate alla vendita di singoli prodotti. Gli esempi sono davvero tanti…È comunque interessante notare una crescita di interesse nei confronti di progetti legati al territorio e alla comunità in cui l’impresa opera e soprattutto un atteggiamento da parte delle imprese sempre più organico ed integrato nelle logiche aziendali. Mentre in passato si notavano molti interventi sporadici, prevalentemente orientati a donazioni in denaro, oggi nascono programmi più articolati e completi, frutto di un dialogo e di una collaborazione con le associazioni e gli enti del territorio».

Gli obiettivi di un progetto possono essere ottimizzati dalla sinergia tra le due azioni? Come?

E.B.D.: «Le fondazioni possono mettere a disposizione per es. capitali di rischio attraverso forme come gli investimenti ad impatto sociale con l'intento di generare un impatto sia sociale che ambientale per supportare concretamente le soluzioni alle sfide più pressanti, rispondendo a bisogni sociali non soddisfatti. L’obiettivo è quello di utilizzare risorse economiche e competenze dei privati per promuovere soluzioni di (quasi) mercato per affrontare bisogni sociali non coperti né dallo Stato né dal mercato». C.C.: «Più che una sinergia tra fondazioni e imprese, sarebbe utile avere un quadro chiaro dei bisogni e delle priorità del territorio per coordinare risorse ed energie. Quando sono chiaramente identificate le necessità della comunità, come ha sottolineato Elisa Bortoluzzi, sia le fondazioni che le imprese possono contribuire a trovare soluzioni condivise, affiancando lo Stato nei suoi compiti più onerosi. Penso ad esempio all’importante contributo che stanno offendo i piani di welfare aziendale nell’integrazione dei vantaggi per i collaboratori, ai progetti di partnership nella creazione di eventi sportivi e culturali in grado di generare significativi indotti alla comunità o alla possibilità di sostenere imprese sociali in grado di creare occupazione e inclusione».

Quali sono gli attori in Ticino?

E.B.D.: «Il Ticino ha una lunga tradizione filantropica: Giacomo e Filippo Ciani i cui eredi donarono la villa e il parco di famiglia perché fosse pubblica; fino a Karl-Heinz Kipp che acquistò Monte Verità per poi donarlo al Cantone, sono solo alcuni dei mecenati che operarono con lungimiranza a favore della collettività. Un esempio contemporaneo è il Leopard Club, club di sostegno del Filmfestival di Locarno alla cui testa c’è il mecenate Rolando Benedick (http://www.leopardclub.ch). Neo-costituita è la Rete Ticinese di Fondazioni Erogatrici, frutto di un’iniziativa delle fondazioni ticinesi in collaborazione con SwissFoundations, l’Associazione delle Fondazioni Donatrici Svizzere. Sono esempi di come il mondo delle fondazioni e della filantropia di sta muovendo a supporto del territorio». C.C.: «Lo studio Valore TI, promosso dal DFE realizzato nel 2016 dalla collega Jenny Assi e da me, ha messo in luce la crescente sensibilità delle imprese ticinesi rispetto a questo tema. Una buona parte di imprese sta già redigendo il report di sostenibilità e sta elaborando strategie di CSR. È ormai chiaro che le imprese più performanti e competitive sono proprio quelle orientate a una sensibilità a 360 gradi nei confronti della sostenibilità sia nell’ambito dei prodotti che dei collaboratori, della comunità e dell’ambiente. Il primo corso di formazione per CSR manager, iniziato a settembre alla SUPSI e organizzato in collaborazione con le associazioni di categoria del territorio, è la dimostrazione dell’importanza strategica di questo tema per le imprese ticinesi».

Quando e come imprese e fondazioni possono collaborare a favore di un territorio?

E.B.D.: «Un caso esemplare è la Stiftung für Arbeit/Fondazione per il lavoro guidata da Daniela Merz (http://www.dock-gruppe.ch/index.php/homepage/about/stiftung-fuer-arbeit). Istituita nel 1997 a San Gallo dall‘ Unione svizzera delle arti e dei mestieri, dai sindacati e dalle due chiese regionali, ha istituito un modello di grande successo per la reintegrazione di disoccupati di lungo periodo per i quali creato dieci centri di produzione. Un esempio originale per un problema giudicato insolubile. In Italia, Rompiamo le righe è l'evento lancio di Lacittàintorno, il nuovo programma sostenuto da Fondazione Cariplo sulla rigenerazione urbana per promuovere il benessere dei cittadini attraverso l’incremento di servizi e attività inaspettate e alternative nei quartieri “intorno” al centro storico di Milano. La Fondazione Kone in Finlandia ha dotato propria residenza per artisti a Saari di un Community Artist, il cui compito è di coinvolgere la comunità locale nella produzione artistica degli ospiti. (https://koneensaatio.fi)». C.C.: «Perché imprese e fondazioni collaborino a favore del territorio è necessario che il territorio stesso adotti una chiara strategia, basata su una analisi condivisa dei suoi punti di forza e di debolezza a livello economico, sociale e ambientale. Solo partendo da una strategia precisa, in grado di definire le priorità, è possibile darsi degli obiettivi e tracciare una strada comune. Da questo punto di vista un bell’ esempio è rappresentato da Whistler in Canada e dal suo progetto di sostenibilità a cui ha partecipato l’intera comunità (https://www.whistler.ca/municipal-gov/community-monitoring) oppure dal progetto Fifteen realizzato in Cornovaglia (europa.eu/rapid/press-release_IP-14-349_it.pdf) con l’obiettivo dell’inserimento professionale di adolescenti in difficoltà. È necessario però sottolineare che una scelta di questo tipo comporta un cambiamento culturale: rinunciare in parte alla propria autonomia per collaborare con altri interlocutori non è una scelta così scontata. La capacità di creare reti, condividendo gli obiettivi e integrando le competenze, sarà la prossima sfida».

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  • Sommario A colloquio con Elisa Bortoluzzi Dubach e Caterina Carletti
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Nel mondo delle imprese, l’elemento che sta maggiormente modificando i modelli di business è dato dalla sempre più citata Responsabilità sociale delle imprese (Corporate social responsibility – CSR). Le imprese orientate alla CSR sono sempre più interessate a creare valore economico, ambientale e sociale per il maggior numero di portatori di interesse (in primis dipendenti, clienti, fornitori, cittadini) uscendo dalla più semplice logica della massimizzazione del profitto economico per gli azionisti. L’impresa orientata alla CSR è un’impresa che ha un rapporto stretto con il territorio e che promuove progetti utili per la comunità attraverso ad esempio pratiche di volontariato di impresa, attività di sponsorizzazione, sviluppo di progetti in partnership con enti e associazioni del territorio per la raccolta fondi. Sul fronte del settore no profit abbiamo assistito negli ultimi anni ad una crescita in Svizzera del numero di fondazioni erogatrici, senza scopo di lucro, impegnate in progetti di utilità sociale volti a promuovere equità, uguaglianza e benessere attraverso il finanziamento di progetti nel settore sociale, della salute, dell’istruzione, della cultura. Esse non sono cresciute solo in numero, ma diventano sempre più importanti promotrici di servizi di welfare offerti alla comunità locale e internazionale con un forte orientamento all’innovazione sociale, unendo dunque il finanziamento di attività di ricerca all’offerta di beni e servizi di welfare. In Svizzera sono presenti circa 13'000 fondazioni erogatrici con un patrimonio totale di 70 miliardi di franchi svizzeri. Si stima siano circa un 20% le fondazioni d’impresa (Andrew Milner and Charles Keidan, Corporate foundations: last legs or new legs?, Alliance, Volume 21 Number 4 December 2016. In: http://www.swissfoundations.ch.). Un discorso a parte lo meritano le fondazioni di impresa di ultima generazione che sono il risultato di questi due cambiamenti. Soggetti legalmente indipendenti dall’impresa, sono da una parte un elemento strategico di CSR dell’impresa profit e dall’altro contribuiscono a finanziare ricerca, beni e servizi di utilità sociale. Se in passato erano molto diffuse le fondazioni di impresa caratterizzate da attività filantropiche scollegate dal business dell’impresa fondatrice, oggi sempre più fondazioni d’impresa ricercano sinergie tra interessi collettivi e core business aziendale, tra attività profit e attività filantropiche. La convergenza di obiettivi tra impresa e fondazione di impresa è certamente l’elemento più interessante e foriero di innovazione. Ne sono un esempio concreto l’azienda Velux specializzata nella produzione di finestre, che attraverso la sua fondazione d’impresa finanzia progetti di ricerca volti a studiare l’impatto della luce sul benessere delle persone, e l’azienda Ricola, nota per le sue caramelle contenenti erbe locali e la cui fondazione di impresa finanzia progetti finalizzati ad indagare le cause della perdita di colonie di api a livello mondiale. Alcune fondazioni di impresa hanno persino integrato strumenti di “finanza sostenibile” come il microcredito e l’impact investing nelle loro attività. In questi casi, la fondazione di impresa utilizza le sue risorse per finanziare progetti in ambito economico, sociale ed ambientale considerando un ritorno economico nel medio lungo periodo da reinvestire in nuovi progetti di utilità sociale. In questo caso i “vecchi strumenti” di erogazione di donazioni si trasformano in “nuovi strumenti” basati sul principio della creazione di valore che si rigenera nel tempo. Attraverso tali attività, le fondazioni di impresa non si sostituiscono al welfare pubblico ma possono contribuire a rinnovare i sistemi di welfare nel loro insieme. Con un ritorno forse un po’ nostalgico al caso Olivetti, le imprese possono oggi farsi promotrici di un rinnovato interesse nei confronti del benessere territoriale. Impresa profit e fondazione di impresa no profit operano sul territorio in maniera sinergica, dialogano con i propri stakeholder, misurano e comunicano l’impatto sociale, ambientale ed economico delle loro attività. Allo stesso tempo il territorio è chiamato a collaborare con le imprese e le fondazioni di impresa al fine di creare le premesse per uno sviluppo sostenibile del territorio. Esistono inoltre anche sul nostro territorio casi in cui l’azienda profit sia essa stessa una fondazione. In questo caso, parte degli utili ottenuti dalle attività di business, vengono ridistribuiti al personale ed alla comunità locale. Sono tutti esempi di un mondo che sta cambiando e i cui sviluppi dipenderanno molto dalla capacità del nostro territorio di mettere in rete risorse, finanziamenti, strategie. Quanto queste attività debbano essere valutate ed eventualmente supportate da un punto di vista fiscale, sarà senza dubbio, un elemento di dibattito nei prossimi anni. Ne sono un esempio le riflessioni attualmente in corso, anche in altri paesi, sui limiti di un esonero fiscale delle fondazioni di impresa a fronte di un avvicinamento sempre più strategico, nella creazione di valore, tra attività dell'impresa profit e attività no profit delle fondazioni di impresa.

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  • Sommario Le fondazioni di impresa sono, lo dice il nome stesso, entità ibride, tra l’impresa che si basa sulla produzione di profitto e la fondazione che opera nell’ambito del no profit. Per comprendere gli sviluppi più recenti delle fondazioni di impresa è dunque necessario soffermarsi brevemente sui cambiamenti che stanno interessando il mondo profit e no profit più in generale.
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Lunedì, 25 Giugno 2018 15:51

Immagini che parlano da sole

“My dream came true #firstexhibition” scriveva sui social Giacomo ‘Jack’ Braglia in occasione dell’apertura della sua prima mostra personale alla galleria londinese ContiniArtUK il 6 ottobre scorso. Un sogno divenuto realtà per il giovane luganese, che ha da poco compiuto 21 anni e che da qualche anno ha scelto Londra per intraprendere gli studi universitari in Business & Economics. Jack ha nel cuore la passione per la fotografia fin da quando era bambino, infatti per il suo ottavo compleanno chiese in regalo una macchina fotografica per coltivare questo suo interesse. Intitolata “Conversation with Etiopia”, la mostra londinese è stata l’opportunità per incontrare Giacomo Braglia e approfondire il suo coinvolgimento e la sua soddisfazione nei confronti di una tecnica nata ad inizio Ottocento per studiare chimicamente la sensibilità della luce e considerata oggi un’autentica forma d’arte.

Cosa rappresenta per te la fotografia?

«Per me le immagini sono una conversazione senza parole. La fotografia mi affascina fin dall’infanzia e la mia attenzione è rivolta a documentare la realtà che mi circonda. Sono attratto e intrigato dall’utilizzo della macchina fotografica quale mezzo espressivo, perché trovo sia particolarmente adatta a soddisfare la mia perenne ricerca di temi nuovi e stimolanti. Inoltre, le varie tecniche di riproduzione fotografica mi permettono di sperimentare soggetti diversi che riprendo cercando di evidenziarne i dettagli».

Come ti sei avvicinato alla fotografia?

«In primis grazie a mio nonno Gabriele, anch’egli grande appassionato, che ha avuto un’influenza molto significativa nella mia evoluzione artistica. Ho anche condiviso le mie esperienze con Enzo Barracco, fotografo italiano che lavora a Londra. Non da ultimo ha influito Giorgia Panzera che concentra il suo lavoro fotografico sui ritratti e che mi ha aiutato nello sviluppo di nuove tecniche».

Cosa hai scelto di esporre nella tua prima mostra in una galleria internazionale?

«Nella mostra “Conversation with Etiopia” sono esposte 46 foto in 4 diversi formati. Si tratta di una selezione di scatti realizzati negli ultimi due anni che rappresentano il mio personale dialogo con gli abitanti dell‘Etiopia. L’intento è di condividere con altri il mio viaggio alla scoperta del popolo etiope che mi ha trasmesso molto calore umano, umiltà e mi ha insegnato la libertà di sognare».

Cosa ti ha spinto a viaggiare in Etiopia?

«Ho iniziato a viaggiare in Etiopia all’età di 15 anni perché volevo confrontarmi di persona con i progetti di aiuto alla formazione educativa voluti dai miei genitori attraverso l’organizzazione no profit che hanno creato nel 2012, la Fondazione Nuovo Fiore in Africa. In seguito ho trascorso regolarmente dei periodi delle mie vacanze scolastiche estive nella periferia più povera di Addis Abeba e mi sono recato nelle strutture scolastiche costruite dalla Fondazione, in particolare all’Auxilium School di Bole Bulbula, collaborando all’insegnamento di base rivolto ai bambini della scuola dell’infanzia ed elementare».

Quali emozioni vuoi suscitare con i tuoi scatti?

«All’osservatore voglio portare una visione autentica delle persone che ho incontrato sul mio cammino, ben lontana dagli stereotipi ai quali siamo abituati. Con le mie foto desidero sensibilizzare il grande pubblico verso il rispetto e l’accettazione culturale di questo popolo, cercando di offrire uno sguardo nuovo sulla vita quotidiana della popolazione etiope. Ciò che mi sta particolarmente a cuore è catturare la vera essenza di questa comunità africana e la maniera in cui essa interagisce con l’ambiente circostante. Cerco di trasmettere le energie vibranti e i colori intensi della vita rurale africana, perché desidero creare nell’osservatore delle reazioni emotive positive. Inoltre volendo unire la mia passione per la fotografia con quella per l’arte e la scultura in particolare, ho plasmato le mie foto sulla superficie di busti di gesso da me lavorati, che sono diventati delle vere e proprie foto 3D».

Ci sono altri soggetti che catturano la tua attenzione?

«Questa mostra è solo la prima di una serie di “conversazioni” che sto per intraprendere con vari temi e soggetti presenti nelle diverse realtà quotidiane. Con la mia macchina fotografica creo un contatto e la conversazione con il soggetto che ritraggo».

La mostra di Giacomo ‘Jack’ Braglia alla ContiniArtUK, una galleria d’arte moderna e contemporanea situata nel centro di Londra, rappresenta certamente un’importante trampolino di lancio per il giovane fotografo che prima d’oggi aveva presentato il suo lavoro in due occasioni, nel 2015 e 2016, allo scopo di raccogliere fondi da devolvere alla Fondazione Nuovo Fiore in Africa. La predilezione di ‘Jack’ per la fotografia quale mezzo di comunicazione per trasmettere la sua percezione del reale, lo sprona a continuare il suo viaggio alla ricerca di elementi sempre nuovi, messi in risalto attraverso la cura al dettaglio e un’attenzione al valore estetico di ciascuna composizione. Le immagini di ‘Jack’ non sono semplici istantanee di persone o paesaggi, bensì sono interpretazioni che rappresentano il suo personale sguardo sul mondo.

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  • Sommario Giacomo Braglia alla ContiniArtUK di Londra ha presentato il suo personale dialogo per immagini con l’Etiopia. Di Gaia Regazzoni Jäggli
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Nel corso della seconda stagione del LAC, oltre 32.000 persone hanno partecipato alle iniziative del programma LAC edu: un numero che conferma gli importanti risultati del primo anno e che nuovamente supera ampiamente l’obiettivo prefissato. 145 sono state le attività aperte al pubblico, 132 invece le visite combinate al centro culturale e alle esposizioni del Museo d’arte della Svizzera italiana. Sul fronte scolastico, LAC edu ha accolto 214 classi (per un totale di oltre 4.400 allievi) per attività disegnate appositamente, oltre 6.000 sono gli allievi che hanno assistito agli spettacoli teatrali (matinée riservate alle scuole o spettacoli serali), 8.000 quelli che hanno seguito le 11 repliche dei Concerti per le scuole dell’Orchestra della Svizzera italiana. Quest’anno la collaborazione con l’orchestra residente, si è poi estesa fino a Piazza Luini, con due anteprime del LongLake Festival, Pierino e il lupo e Nosfertatu, che hanno accolto oltre 2.500 spettatori. Per i mesi autunnali, la Mediazione culturale ha sviluppato un programma LAC edu appositamente per Focus India, arricchendo l’offerta artistica dedicata all’incontro tra l’Occidente e la magia dell’India con nuovi spunti di lettura e integrando altri elementi della cultura indiana che tanto hanno influenzato l’Occidente, dallo yoga fino all’ayurveda. Fino al 21 gennaio, LAC edu presenta quindi una serie di appuntamenti, chiamati rendez-vous, che vanno da atelier creativi per i più piccoli, a letture e conferenze per i più grandi. Nella seconda parte della stagione, la programmazione di LAC edu si intensifica durante il periodo di apertura dell’esposizione Pablo Picasso. Un altro sguardo, ospitata al MASI Lugano (18 marzo – 17 giugno 2018) per la quale saranno organizzate diverse attività. Saranno poi numerosi gli appuntamenti in ambito musicale grazie alle iniziative dell’Orchestra della Svizzera italiana: dalla Passeggiata musicale nel LAC. Ultimatum alla terra (27-28 gennaio) ai tradizionali Concerti per famiglie (13 maggio). Da febbraio diverse le novità per i più piccoli, con una serie di nuovi laboratori dedicati ai bambini dai 18 mesi ai 5 anni. Dopo le iniziative Primi passi nell’arte e Primi passi nella lettura si apre un nuovo ciclo sulla musica: laboratori di ascolto graduale rivolti ai piccolissimi (18-23 mesi), letture animate e attività sul libro e la musica per bambini dai 2 ai 3 anni e dai 4 ai 5 anni. Ai laboratori fanno seguito, a marzo, due incontri di formazione: il primo rivolto a neo e futuri genitori, il secondo a educatori e operatori culturali e sociali. Saranno infine due progetti selezionati dal Dipartimento della Cultura, dell’Educazione e dello Sport e da RESO Danse Suisse 2017 ad avvicinare il pubblico a due aspetti diversi della danza. Il primo, Percorsodanza, è un invito alla danza, una sorta di installazione e performance per immedesimarsi nel danzatore e offrire una migliore comprensione o interpretazione del movimento contemporaneo; il secondo Mimesi Dance Project nasce con l’esigenza di creare un luogo di espressione all’interno di un museo e i partecipanti saranno confrontati con le emozioni suscitate delle opere esposte al MASI Lugano. Il programma riservato alla scuole accoglie scolari, studenti e docenti durante tutto l’anno scolastico contribuendo al percorso educativo. L’offerta si compone di atelier creativi per le scuole dell’infanzia e delle elementari, workshop artistici e teatrali per docenti e per i ragazzi delle scuole medie superiori, approfondimenti teorici, incontri con registi, attori e musicisti e numerose altre attività. In ambito teatrale, il programma offre una serie di spettacoli proposti da LuganoInScena esclusivamente per le scuole elementari e medie, organizzati durante l’orario scolastico; mentre altre rappresentazioni della rassegna sono invece suggerite alle scuole medie, alle medie superiori e agli studenti dell’università. Si consolida e rafforza la collaborazione tra la mediazione culturale del LAC e l’orchestra residente. A fianco delle note iniziative dell’Orchestra della Svizzera italiana presenti nel programma LAC edu, quest’anno nasce LAC orchestra: un progetto didattico ed educativo per le scuole, sviluppato a partire da un’idea originale dell’OSI e realizzato grazie al sostegno di UBS e alla collaborazione con il DECS Dipartimento della Cultura, dell’Educazione e dello Sport e la RSI Radiotelevisione Svizzera. LAC orchestra è formato da una piattaforma web e un’applicazione per tablet, entrambe pensate per avvicinare i ragazzi, e non solo, al mondo della musica classica e dell’OSI. I diversi elementi che lo arricchiscono permettono di approfondire la conoscenza degli strumenti e la composizione di un’orchestra attraverso documenti audio, video, immagini, schede didattiche e un gioco online interattivo.

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  • Sommario Pensato per accompagnare scuole, famiglie e pubblico in genere alla scoperta delle varie espressioni artistiche presenti al LAC, in questo terzo anno di attività presenta nuove proposte al fianco di alcune delle iniziative consolidate: LAC edu esce dal perimetro del centro culturale con LAC orchestra, un progetto didattico ed educativo, un gioco, una piattaforma web.
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