Quali sono le scelte alla base del vostro passaggio da Boutique Assets Managers a Boutique Wealth Managers?

«Oltre alla sede di Lugano, Colombo Wealth Management SA è presente anche a Zurigo e a Ginevra. Negli anni, ci siamo resi conto che la piazza finanziaria svizzera, che rimane uno dei principali centri al mondo, non è più sufficiente per sviluppare strategie d’investimento, che, in un mercato ormai globalizzato, devono necessariamente estendersi su un territorio internazionale. Da qui l’idea di costituire EC21 SA, con sede in Lussemburgo. EC21, frutto della cooperazione tra Colombo Wealth Management SA, Twenty First Capital SA, Parigi ed European Capital Partners SA, Lussemburgo, sarà regolata dalla CSSF (Commission de Surveillance du Secteur Financier di Lussemburgo), e avrà come missione principale la fornitura di servizi di consulenza per la gestione patrimoniale e dei fondi».

Quali saranno i punti di forza di EC21 SA?

«EC21 SA si avvarrà principalmente dell’esperienza dei tre partners sopra citati. Colombo Wealth Management SA da oltre 40 anni svolge attività di gestione patrimoniale destinata ad una clientela domestica ed internazionale, operando sui mercati finanziari di tutto il mondo. EC21 si coordinerà soprattutto con la nostra controllata al 100 % Heron Asset Management SA, sottoposta alla vigilanza FINMA ed attiva nella gestione di fondi collettivi e nella gestione patrimoniale individuale. Twenty First Capital SA, con sede a Parigi e uffici a Londra e in Lussemburgo, è una società di gestione patrimoniale indipendente. Il team, composto da professionisti ed esperti di settore, possiede una elevata expertise nello sviluppo di prodotti finanziari. (NDR: al momento della redazione dell’articolo alla società è stato conferito il premio annuale 2017 come migliore Société de Gestion Entrepreneuriale, durante la 5° edizione dei Trophées de l’Asset Management). European Capital Partners SA, con sede in Lussemburgo, è una boutique indipendente di gestione patrimoniale, che offre diverse strategie azionarie e fondi di investimento alternativi anche per gestori patrimoniali esterni. EC21 SA potrà senz’altro trarre importanti benefici dalla solidità degli azionisti, dalle competenze ed esperienze così come dalle sinergie derivanti dalla loro stretta collaborazione».

Uno dei problemi maggiori per le società che vogliono espandere la propria attività è quello di disporre di collaboratori che abbiano una adeguata preparazione. Come avete affrontato questa questione?

«Colombo ed Heron possono contare su un team giovane e altamente competente ma si avvalgono anche della collaborazione dei migliori professionisti attivi in Europa: questo ci permette di offrire servizi e soluzioni che vanno incontro alle sempre più esigenti richieste dei nostri clienti. L’operare in un contesto geografico ampio, nel rispetto delle norme regolatorie, richiede una profonda conoscenza delle disposizioni vigenti nei singoli Paesi e mercati ed il prezioso contributo lo offrono proprio i partners locali.»

Uno dei temi di investimento analizzato dalla società Heron Asset Management SA è l’electric vehicles. Di che cosa si tratta?

«Heron Asset Management SA sta per lanciare come forma di investimento alternativa un Actively Managed Certificate sul tema delle auto elettriche e su tutto l’indotto che questo mercato può avere sui diversi settori e geografie. Il concetto di base su cui si fonda è che, a causa di stringenti regolamentazioni sulle emissioni e ai costi decrescenti nel comparto auto/batterie, le auto elettriche avranno nei prossimi anni una crescita esponenziale, superando le vendite di auto a combustione nel 2025, raggiungendo l’obiettivo di 1 miliardo in circolazione nel 2050. Il certificato sarà costruito su un basket di titoli gestiti attivamente, dopo un’attenta diversificazione di settore e geografia, con bassa concentrazione in singole grosse società. Il prodotto è altamente innovativo in quanto sul mercato non esiste ancora nulla che abbia come spettro d’investimento tutto l’indotto della produzione di auto elettriche e rimane aperto all’entrata di nuovi potenziali players, che sicuramente si affacceranno in un settore così dinamico».

Lei insiste spesso sulla necessità di affermare una cultura del “saper competere”. Che significato ha questo concetto?

«La Svizzera ha raggiunto in molti campi, tra cui quello dei prodotti e dei servizi finanziari, straordinari livelli di eccellenza. Ma tali risultati ritengo debbano costituire un punto di partenza e non di arrivo, devono essere la base per aprirsi al confronto con altre realtà che in tutto il mondo stanno emergendo, con la conseguente modifica di idee e modelli di sviluppo che ci hanno accompagnato nel corso degli ultimi decenni. Dobbiamo riscoprire le nostre radici che affondano nella migliore tradizione ma anche aprirci all’innovazione che proviene da Oltralpe. Se la scelta e l’unione di sinergie e strategie avviene con alleati validi, i risultati positivi non tarderanno ad arrivare».

Colombo Wealth Management SA
Via Clemente Maraini 39 - CP 462
CH - 6902 Lugano
P. +41 91 986 11 00
www.colombo.swiss

Informazioni aggiuntive

  • Sommario All’evento “Boutique Day Lugano” del 7 novembre scorso, Dario Colombo presenta come la Colombo Wealth Management SA - da sempre attenta alle trasformazioni del mercato e alle esigenze degli investitori - sta costruendo nuove alleanze strategiche, fondamentali per la crescita ed il posizionamento dei gestori patrimoniali a livello internazionale.
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Giovedì, 28 Giugno 2018 06:20

Creare comunità tra i nostri inquilini

Partiamo dunque dall’operazione conclusasi ad ottobre…

«L’aumento di capitale di Residentia si è concluso ad ottobre con un pieno successo; sono state emesse 399.461 nuove parti, per un valore di circa 47 milioni di franchi, portando così l’attivo netto del fondo ad oltre 185 milioni di franchi. Per i partner dell’iniziativa – l’organo di direzione FidFund Management SA e i promotori, BancaStato e lo Studio Fiduciario Pagani SA l’esito di questa operazione conferma l’apprezzamento degli investitori per i principi che da 8 anni orientano la gestione di Residentia».

Quali sono dunque i cardini della strategia di Redidentia?

«La cifra raccolta permetterà ora ai promotori di consolidare ulteriormente lo sviluppo di Residentia, formalizzando l’acquisto di nuovi oggetti immobiliari già bloccati e concludendo ulteriori trattative già in fase avanzata. Una volta portati a compimento i progetti previsti, il patrimonio immobiliare detenuto in Ticino dal fondo si attesterà a oltre 230 milioni di franchi. I circa 47 milioni di franchi raccolti in questa nuova fase permetteranno di ricercare nuove opportunità d’investimento, nel rispetto dei severi criteri che guidano l’attività di Residentia fin dalla sua costituzione».

Quali vantaggi offre l’investimento nel fondo Residentia?

«Gli stabili residenziali del Cantone Ticino sono da sempre sinonimo di relativa stabilità e valore nel tempo. Residentia opera una scelta oculata, concentrandosi su immobili di livello medio, i più interessanti come redditività. Come tutti gli investimenti basati sul mattone è dunque una scelta relativamente sicura, poco correlata con l’evoluzione delle borse, con un rapporto rendimento rischio interessante. Ma Residentia garantisce un vantaggio ulteriore: la solidità di un investimento attuato in un territorio sano, industrioso, produttivamente vivace, dove l’immobile beneficia di questa filiera positiva. Al momento il fondo gestisce circa 20 immobili per un totale di quasi 1000 appartamenti».

State lanciando la Residentia Card. Di che cosa si tratta?

«Siamo sempre più convinti che per un’attività come la nostra disporre di una comunità di inquilini fidelizzati e parteci rappresenti un patrimonio assolutamente da non disperdere. Residentia Card è un’iniziativa che attraverso una serie di accordi con assicurazioni, banche, negozi ecc, permette ad ogni inquilino e alla sua famiglia di usufruire di una scontistica su una vasta gamma di prodotti e servizi.

L’obiettivo, oltre a quello di assicurare vantaggi economici è anche quello di ricreare nelle città un maggiore spirito comunitario…

«Esattamente. E a questo proposito abbiamo lanciato sul nostro sito (www.residentiacard.ch), che è stato di recente rifatto, anche una piattaforma di servizi cui gli inquilini possono accedere, una sorta di banca del tempo, una forma di promozione sociale, formata da persone che trovano nello scambio "in tempo" di beni e servizi, motivo di crescita e di realizzazione. L’idea potrà essere implementata creando un servizio di consegna a casa di prodotti alimentare provenienti direttamente da contadini e recapitati in appositi punti del quartiere. Il sito dovrebbe diventare anche un momento di reciproca conoscenza e di organizzazione di eventi conviviali, approfittando degli spazi comuni e di verde attrezzato situati all’interno delle nostre residenze. Partiremo con il complesso Morenal a Monte Carasso con l’idea di estendere poi l’esperienza ad altri edifici e quartieri».

Avete in prospettiva nuovi interessanti investimenti?

«Mi piace sottolineare il fatto che abbiamo acquisito a Besso uno stabile con una lunga tradizione storica essendo stato l’originario stabilimento della Tobler. L’idea è quella di creare un grande open space di co-working, dove concentrare una serie di attività in settori per lo più creativi, mettendo in comune una serie di servizi e spazi per riunioni e conferenze. Un modo interessante per dare spazio ad un costo contenuto a nuove imprese, soprattutto da parte di giovani, immettendo nuova linfa nel tessuto produttivo di Lugano».

Studio Fiduciario Pagani SA
Palazzo Ransila II
Corso Pestalozzi 3
CP 5996
6901 Lugano
Switzerland
Tel. +41 91 912.26.00
Fax +41 91 921.32.77

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Matteo Pagani, titolare dello Studio Fiduciario Pagani SA, traccia un positivo bilancio dell’aumento di capitale da poco conclusosi e delinea la prossima strategia di Residentia, il fondo immobiliare della Svizzera italiana.
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Giovedì, 28 Giugno 2018 06:07

L’investimento azionario resta positivo

In uno scenario economico-finanziario che continua a mostrare non pochi elementi di incertezza, dovuta tra l’altro alle perduranti tensioni politiche internazionali, il mercato azionario presenta, secondo gli analisti UBS, validi elementi che fanno pensare ad una ulteriore crescita, a conferma di una lunga fase espansiva che dura ormai dal 2009. A ciò si aggiunga la mancanza di autentiche alternative di investimento, a causa di una liquidità costosa per la ripresa dell’inflazione (seppure ancora debole) e dei tassi che si mantengono negativi. Dunque la crescita azionaria sembra destinata a durare. Le banche centrali hanno inoltre più volte segnalato la volontà di passare ad una politica valutaria più restrittiva e quindi il pericolo di un repentino aumento dei tassi dovrebbe essere al momento scongiurato. Per altro, con la corsa ai metalli preziosi, gli operatori corrono a mettere una sorta di assicurazione in portafoglio. Si tratta di un modo per arginare possibili future perdite sulle tensioni in Corea del Nord. Nelle ultime settimane sono saliti oro, argento ma sono emerse anche nuove star sui listini come palladio e platino. La corsa è iniziata con l’oro che da inizio luglio guadagna il 10% mentre da inizio anno è in avanti del 15%. L’argento da luglio sale del 15%, il palladio ha fatto altrettanto. L’oro sale per il classico effetto bene rifugio. Attenzione però a non credere troppo al movimento in avanti. Secondo le valutazioni di UBS, l’oro è già salito molto. Sicuramente può arginare la volatilità in portafoglio. L’oro più che una materia prima, è una valuta. C’è una componente di richiesta di oro fisico che generalmente viene da Paesi emergenti, per esempio l’India, e che viene impiegata nell’industria orafa. Questa domanda è da tanti mesi molto contenuta. Al contrario è forte la domanda di oro finanziario, e dà una misura dell’avversione al rischio in questo momento. Nella maggior parte dei casi, chi compra oro, non lo fa con prodotti fisici ma con strumenti finanziari. Tuttavia quello che è stato osservato è che la domanda finanziaria è molto volatile e può passare da livelli molto alti a quote più basse. Occorre quindi essere prudenti e mettere solo piccole dosi del metallo prezioso in portafoglio, con l’obiettivo di contenere la volatilità. Infine, per quanto riguarda la Svizzera, UBS si aspetta un aumento del prodotto interno lordo (PIL) dell'1,4% quest'anno e un ritorno dell'inflazione. Previsioni invariate anche per il 2018, con un tasso di crescita dell'1,6%. Secondo la banca, la fiducia degli imprenditori svizzeri è da inizio anno in una fase positiva, anche se questa si è solo in parte riflessa nella crescita del primo trimestre (+0,3% rispetto ai tre mesi precedenti). Malgrado la partenza rallentata, UBS ritiene che la crescita sarà robusta nella seconda metà dell'anno. Le esportazioni svizzere trarranno beneficio dall'aumento della domanda dalla zona euro. L'economia interna avrà invece una "dinamica moderata". La disoccupazione dovrebbe diminuire marginalmente, dal 3,3% a fine 2016 al 3,2% alla fine del corrente anno. L'inasprimento della politica monetaria potrebbe tuttavia indebolire l'economia europea. Ciò si tradurrà però in una diminuzione del valore del franco rispetto all'euro, cosa che farà aumentare i prezzi in Svizzera. Nei primi 5 mesi dell'anno, l'inflazione è stata in media dello 0,5%. Per l'intero 2017 dovrebbe attestarsi allo 0,4%, per poi passare allo 0,9% l'anno prossimo.

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  • Sommario L’andamento dei mercati finanziari nelle valutazioni di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer , di Elena Guglielmin, Senior Credit Analyst e di Luca Pedrotti, Direttore regionale di UBS.
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Martedì, 26 Giugno 2018 12:13

Tuffarsi in un mare di dati

Il 90% dei dati oggi in circolazione è stato generato negli ultimi due anni e secondo Gartner, società di ricerca statunitense, la generazione di dati crescerà dell’800% nei prossimi 5 anni. Le fonti di tali dati sono ovunque intorno a noi, nei messaggi che inviamo, nei video che carichiamo sulla rete, nelle informazioni climatiche, nei segnali GPS o nelle transazioni on-line, solo per citare qualche esempio. Tra 50 e 100 miliardi di oggetti saranno collegati entro il 2020 . I big data rappresentano una grande sfida per le aziende, un’evoluzione da non perdere, tanto importante almeno quanto lo è stato l'avvento di Internet a suo tempo. Sia le aziende del settore IT sia quelle più tradizionali possono ottenere vantaggi strategici digitalizzando la propria attività. Ciò significa includere nell’analisi molti più parametri per ottimizzare il processo decisionale: migliorare il cost-cutting e la produttività, creare nuovi prodotti, potenziare il rapporto con la clientela attraverso strategie di marketing altamente mirate. A tuffarsi per primi nel mare di dati sono state, non a sorpresa, le imprese dell’information technology. Da tempo, società come IBM, Cisco e Microsoft stanno costruendo data center e strumenti di analisi dedicati. Anche settori come l’assicurativo e l’automotive stanno facendo enormi sforzi per raccogliere il maggior numero possibile di dati sul comportamento dei clienti in modo da ottimizzare l'analisi dei rischi e individuare nuovi mercati. L'esplosione dei dati rappresenta un'opportunità senza precedenti anche per l'innovazione nel settore healthcare, poiché contribuiscono a identificare i fattori di rischio della malattia, a supportare il processo di diagnosi, scegliere i trattamenti e monitorarli, sostenere ambiti come la farmacovigilanza e l'epidemiologia. Grazie ai big data, sta emergendo un approccio all’healthcare, denominato “4 P": predittivo, preventivo, personalizzato e partecipativo. La profonda e inevitabile trasformazione rappresentata dai big data è impossibile da ignorare. Alcune società riusciranno però a trarne beneficio ancor più di altre. Per tale motivo, i big data possono essere considerati un investimento a sé stante, in grado di creare un enorme valore. Riuscire a intercettarlo con successo significa selezionare le società che saranno direttamente impattate dall’utilizzo dei big data o quelle che avranno le capacità di trasformare il loro modello di business. Lanciato nell’agosto del 2015 e gestito con un approccio innovativo e pioneristico, il fondo Edmond de Rothschild Fund Big Data consente agli investitori di puntare su un asset che è a pieno titolo in grado di generare un considerevole valore aggiunto. A partire dalla data di lancio (31 agosto 2015), e fino al 31 ottobre 2017, il fondo ha garantito un ritorno del 38% superando il benchmark, l’MSCI World (NR), di circa il 13%. Nel 2016 ha registrato una performance del +17%.

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  • Sommario Intelligenza artificiale, oggetti connessi, apprendimento automatico e algoritmi sono argomenti di grande attualità. E hanno tutti un comune denominatore: i big data. Tuttavia, questo incessante flusso di dati sarebbe del tutto inutile se non fossimo in grado di analizzarli e utilizzarli. In qualsiasi settore si sta affermando la convinzione che i big data siano una miniera d’oro per la creazione di valore.
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Martedì, 26 Giugno 2018 11:56

Non solo “affari”, ma anche arte

Ultimo in ordine di arrivo è stato Andrew Gifford, pittore britannico che con il suo stile impressionistico sta raccogliendo i consensi della critica. La sua mostra “L’illusionista della luce” è ospitata nella sede di Axion a Lugano da settembre a marzo anche grazie alla collaborazione della John Martin Gallery di Londra,

Perché coniugare arte e affari?

«Io credo che la vera domanda, piuttosto, sia: perché no? Arte e “affari” possono benissimo coesistere anche negli stessi ambienti, negli stessi locali. Il fascino dell’arte è di essere capace di parlare direttamente al cuore di chi ne fruisce. Non c’è bisogno di essere degli esperti per farsi emozionare da una scultura, da un quadro o da una poesia. Ad Axion amiamo molto l’arte già di partenza: ospitare mostre di artisti fornisce dunque, per così dire, una tridimensionalità che a noi sta particolarmente a cuore e che è entrata a far parte della nostra cultura aziendale. Ci piace anche molto l’idea che il nostro lavoro quotidiano possa parallelamente aiutare a promuovere, divulgare e stimolare l’attività artistica».

Non è, dunque, un’operazione meramente “pubblicitaria”?

«Non direi. Ad esempio, da settembre a marzo presso Axion si possono ammirare le opere dell’artista britannico Andrew Gifford. Ebbene, se fosse stata una mossa di marketing, avremmo pubblicizzato la mostra molto più di quanto in realtà abbiamo fatto. Quello che ci ha guidato è stato proprio il piacere di accogliere un artista che stimiamo e poter dare la possibilità a chiunque, clienti e non, di ammirare le sue opere».

Quale il bilancio della mostra?

«Direi che sta andando molto bene. Il vernissage di inaugurazione ha registrato il tutto esaurito e questo ci ha fatto molto piacere. Nei giorni e nelle settimane successive non sono poi mancati i visitatori. Certo, è ovvio che entrare all’interno degli spazi di una banca per visitare una mostra è forse meno “naturale” che nel caso di un museo o di galleria classica, ma questo non ha scoraggiato chi ha voluto ammirare le opere di Andrew Gifford. Siamo dunque orgogliosi dell’esito della mostra. Per noi è un successo».

Come scegliete gli artisti ai quali consentite di esporre?

«Vi sono vari canali ma nel caso di Andrew Gifford è tutto frutto di una sua mostra precedente nella capitale inglese. L’avevo visitata personalmente e le sue opere mi sono subito piaciute molto. È così che è nato il contatto. Nei mesi successivi, insieme alla John Martin Gallery di Londra ci siamo dunque adoperati per allestire un’esposizione qui a Lugano. In tal senso devo anche naturalmente ringraziare il curatore, ovvero Andrei Bliznukov, storico dell’arte che ha raccolto e portato avanti il progetto con grande entusiasmo. Ad Axion siamo amanti dell’arte ma per simili operazioni occorrono, come è logico che sia, professionisti del settore. Naturalmente, siamo anche attenti agli artisti locali e oltre ad annoverarli nella nostra collezione d’arte in futuro li promuoveremo anche tramite esposizioni».

Esistono analogie tra “fare banca” e l’attività artistica?

«Sono due ambiti ben distinti, con tempi e realizzazioni differenti. Ma sono accomunati dalla passione e dall’impegno che richiedono per essere realizzati. Anche opere che possono sembrare apparentemente semplici nascondono in realtà un grande lavoro in termini di tecnica, progetti personali e maturazione umana: elementi che valgono anche per il lavoro di ogni collaboratrice e collaboratore di una banca come la nostra, che punta molto su servizi tagliati su misura del cliente».

Le opere che esponete entrano a far parte della vostra collezione?

«Non necessariamente. Axion ha una sua collezione d’arte, visibile tra l’altro a chiunque ne percorra corridoi, salottini e uffici. Non è però automatico che chi espone venda le sue opere all’istituto».

Axion fa parte del Gruppo BancaStato. Condividete con la casa madre il gusto per l’arte?

«Direi proprio di sì! La casa madre ha una collezione d’arte nutrita e variegata, incentrata soprattutto su artisti ticinesi, presentata negli spazi a contatto con la clientela. Basti pensare alla sede principale di Bellinzona: sulle scale dell’atrio principale spicca maestosa un’opera di Felice Varini, artista asconese ma di respiro internazionale. Un paio di anni fa, in occasione del Centenario di BancaStato, era poi stata offerta ai ticinesi una bella mostra fotografica dal titolo “Ticino in luce”, che raccoglieva gli scatti di fotografi del passato e di altri del presente. Insomma, si può dire che l’impegno per l’arte è ben presente, e dimostrato, nel Gruppo BancaStato».

Vi sono già idee per mostre future?

«Ne abbiamo alcune, ma per il momento sarebbe veramente prematuro parlarne. Di sicuro vi è che continueremo con la nostra consueta formula: l’esposizione sarà aperta a tutti coloro che vorranno venire a trovarci in viale Stefano Franscini 22 a Lugano. Siamo una banca a cui piace anche essere una galleria d’arte a disposizione del pubblico».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario È con questo spirito che gli spazi di Axion Swiss Bank – spazi di una banca attiva nel Private Banking e nella gestione patrimoniale e quindi, per antonomasia, dedicati ad investimenti, numeri e calcoli – accolgono regolarmente opere di artisti anche internazionali, secondo un’abitudine “ormai entrata a far parte della nostra cultura aziendale”, come commenta l’avvocato Marco Tini, Presidente della Direzione generale dell’istituto.
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Martedì, 26 Giugno 2018 10:10

Interessanti prospettive di sviluppo

Hanno risposto all’inchiesta:
- Sébastien Pesenti (S.P.), Responsabile Private Banking Regione Ticino di Credit Suisse e Responsabile Regione Ticino
- Claudio Cereghetti (C.C.), Membro di direzione e Responsabile di BancaStato Private Banking
- Marco Forzinetti (M.F.), Condirettore BPS (Suisse), Responsabile Private Banking Lugano
- Franco Polloni (F.P.), Head Central Switzerland Ticino & Italy Region di EFG International
- Claudio Beretta (C.B.), Head Ticino & St Moritz di Banca Julius Baer & Co. 
- Alberto Crugnola (A.C.), Responsabile Clienti Privati Banca Migros Regione Ticino
- Luca Pedrotti (L.P.), Managing Director di UBS Ticino

Quali sono le principali conseguenze che la crisi finanziaria internazionale degli scorsi anni ha determinato sull’attività di Private Banking in Svizzera e in Ticino? S.P.: «Grandi sforzi sono stati intrapresi dagli organi di sorveglianza in collaborazione con le banche per rendere più stabile il sistema. A titolo di esempio, la FINMA ha richiesto alle grandi banche la separazione dell’attività svizzera. Ciò nel caso di Credit Suisse ha portato verso la fine del 2016 alla creazione di Credit Suisse (Svizzera) SA, un’unità focalizzata interamente sulle attività nel nostro Paese, separandole da quelle internazionali. Il nuovo assetto dimostra l’importanza del mercato svizzero per la banca e la volontà di investire sul territorio in cui vogliamo continuare a crescere».

C.C.: «Gli ultimi anni per il settore bancario non sono certo stati facili. I vari programmi di autodichiarazione fiscale, l’attuazione dello scambio automatico d’informazioni, l’implementazione delle nuove normative europee e svizzere relative alla protezione degli investitori hanno imposto agli attori bancari e finanziari un grande impegno. Tale cambiamento ha purtroppo portato, in alcuni casi, a ridimensionamenti aziendali o addirittura a chiusure. Ciononostante, io credo che tutto questo impegno in fin dei conti abbia rafforzato la nostra piazza: lo dimostra il fatto che non vi è stato un fuggi fuggi generalizzato da parte della clientela, la quale anzi dimostra di apprezzare il grande valore aggiunto in termini di consulenza e servizio fornito. Un cliente che ora fa capo a una banca svizzera riceve un’offerta a tutto tondo, che spazia dagli aspetti fiscali a quelli previdenziali, aziendali o privati. Vi è da dire che non sono solamente le banche ad aver cambiato approccio: le novità di questi ultimi anni sono stati accettati e assimilate anche dalla clientela, che si rende ben conto che ci siamo lasciati alle spalle un’era».

M.F.: «La crisi finanziaria ha avute due principali effetti sull’attività di Private Banking in Svizzera ed in Ticino. Da un lato ha spinto Paesi fortemente indebitati ad attuare provvedimenti volti ad aumentare le entrate fiscali e fra questi anche programmi di regolarizzazione e di rientro dei capitali all’estero, con la conseguenza di ridurre le masse gestite e procurare un aumento della complessità nella gestione della clientela estera. Dall’altro è però emerso in modo più chiaro il bisogno di diversificare il rischio Paese, andando a prediligere la Svizzera quale piazza di allocazione completamente tax-compliant per una componente più o meno ampia del proprio patrimonio mobiliare. Per il settore finanziario ticinese, data la specializzazione nella gestione patrimoniale e la vicinanza al mercato italiano, si è evidentemente trattato di un vero cambiamento epocale: la gestione della clientela richiede ora una conoscenza approfondita delle norme imposte dai paesi di residenza ed una maggiore specializzazione anche in temi fiscali e previdenziali. Gli Istituti Finanziari hanno dovuto predisporre investimenti di natura informatica per gestire meglio le nuove richieste della clientela, come ad esempio la produzione di estratti fiscali dedicati, o per l’implementazione di nuove normative e, ovviamente, hanno dovute investire nella formazione».

F.P.: «La crisi finanziaria internazionale ha progressivamente innescato una serie di mutamenti regolamentari su scala globale che hanno avuto un impatto anche sulla piazza finanziaria e sul private banking svizzero e Ticinese, generando importanti cambiamenti. I principali cambiamenti sono stati, certamente, la nascita di un nuovo paradigma del private banking che ha generato un cambio di cultura del modo di fare banking. Un nuovo approccio dettato da numerose sfide quali la forte pressione sui ricavi, soprattutto a causa dei maggiori costi dovuti all’implementazione dei nuovi regolamenti, l’apprezzamento del Franco svizzero, nonché il livello dei tassi di interesse molto bassi o addirittura negativi. In questo contesto, le banche hanno dovuto rivedere e adattare i propri modelli di business puntando a una crescita più sostenibile in cui l’attenzione ai costi gioca un ruolo fondamentale. Inoltre, molte banche di dimensioni medie e piccole si sono dovute aggregare con altre banche per raggiungere una massa critica in termini di patrimoni in gestione che consentisse di stare sul mercato in maniera profittevole. Proprio quello che ha fatto EFG con l’acquisizione di BSI. Un’acquisizione che sta già dando i primi risultati positivi».

C.B.: «Sin dalla crisi finanziaria, il Private Banking si è adattato al contesto attuale, caratterizzato da un accresciuto livello di regolamentazione, da tassi di interesse negativi e dalla tendenza da parte degli investitori di attuare strategie passive, con conseguente aumento della pressione sui margini. Tuttavia, il settore continua a beneficiare dell’offerta di servizi di alta qualità che risulta essere ancora uno dei punti di forza rispetto ad altri paesi, nonché della buona reputazione, di un’elevata etica professionale e della stabilità finanziaria. Ciononostante, per la piazza finanziaria ticinese questi eventi hanno avuto importanti effetti poiché da sempre legata al mercato italiano. La piazza ticinese ha senza dubbio perso una parte dei patrimoni in gestione, ma in percentuale molto inferiore rispetto alle previsioni iniziali, dimostrando di poter ancora offrire alla clientela un importante valore aggiunto».

A.C.: «La conseguenza più evidente per il Private Banking in Svizzera, ma soprattutto nel nostro cantone, è l’importante riduzione di posti di lavoro e del numero di banche attive. Negli ultimi 10 anni in Ticino il numero di unità lavorative nel ramo è sceso di oltre l’11 %. Non possiamo però non evidenziare le conseguenze negative per il settore causate dai mutati rapporti con la clientela estera (accordi fiscali, voluntary disclosure), che hanno portato alla forte riduzione dei patrimoni in gestione. In generale le banche hanno dovuto adeguare le proprie strutture, i prodotti e i servizi alle diverse esigenze dei clienti, sia indigeni sia esteri, mutate in seguito alla situazione sui mercati dei capitali e borsistici (riduzione dei tassi d’interesse e grande liquidità disponibile)».

L.P.: «In seguito alla crisi finanziaria si è scatenata un'ondata di regolamentazione. Per ridurre i rischi nel settore bancario il legislatore ha imposto condizioni più severe, soprattutto per quanto riguarda le disposizioni in materia di requisiti patrimoniali. Con l’introduzione delle normative LSF/MIFID II e LIFin sono inoltre inasprite le disposizioni per le banche sulla trasparenza nei confronti dei clienti. Un’altra conseguenza della crisi è il consolidamento sulla piazza finanziaria svizzera e ticinese. Nel contesto normativo in evoluzione sarà sempre più difficile condurre attività in modo redditizio, soprattutto per i gestori patrimoniali di piccole e medie dimensioni. Infine, sempre per effetto della crisi finanziaria, le banche hanno dovuto fare i conti con una perdita significativa sul piano della reputazione e della fiducia, recuperate per la maggior parte negli ultimi anni grazie a diverse misure».

Da tempo si parla della necessità di un cambiamento strutturale della piazza finanziaria ticinese. Quali sono a suo giudizio i principali elementi di cui tener conto e che andrebbero rapidamente modificati? S.P.: «I cambiamenti stanno già avvenendo e sono dettati da un lato dalle mutate esigenze della clientela e dall’altro dalle nuove tendenze in atto. Per esempio notiamo che il numero di transazioni svolte agli sportelli bancari continua a diminuire di anno in anno. Le nuove generazioni – i Millennials in particolare – richiedono attivamente soluzioni digitali veloci e facili da utilizzare, ovunque essi si trovino. Ciò che invece non cambia è la necessità di una consulenza personalizzata, sia nell’ambito della clientela privata, sia di quella aziendale. È importante ripensare le strutture nell’ottica delle esigenze future, quindi maggiori soluzioni digitali per tutte le operazioni di base e una consulenza approfondita per tutte le esigenze specialistiche. Al nostro interno abbiamo inoltre da tempo organizzato i team di collaboratori in funzione del domicilio del cliente. Ciò permette una maggiore specializzazione, con approfondita formazione, dei collaboratori e la possibilità di essere ancora più precisi ed efficaci nella consulenza».

C.C.: «Ritengo che il peggio sia passato e che gli importanti sforzi compiuti in termini di organizzazione e modello di affari siano stati cruciali per affrontare le sfide attuali e del futuro. Il settore si trova comunque di fronte ad altre importanti esigenze, come quella rappresentata dalla digitalizzazione. Le tecnologie e le abitudini delle persone stanno profondamente cambiando, in maniera molto più veloce e trasversale che in passato, e il Ticino non rimane escluso da questa rivoluzione globale».

M.F.: «Il settore finanziario ticinese è caratterizzato dalla specializzazione nella gestione di capitali principalmente esteri e questo lo espone ai rischi derivanti dal nuovo contesto economico- legislativo. L’orientamento strategico di BPS (Suisse), che ha storicamente posto al centro il radicamento territoriale ed il servizio alla clientela residente, sia in Ticino che negli altri Cantoni in cui siamo presenti, ci ripara almeno in parte da questi mutamenti e questi rischi. Tuttavia non possiamo notare che, per quanto riguarda il Private Banking internazionale, l’accesso limitato ai mercati esteri ha messo i volumi e i margini sotto pressione innescando processi di consolidamento, soprattutto ad opera di banche specializzate esclusivamente nel Private che ricercano una crescita rapida dei volumi di business. Tutte le banche sono chiamate ad esaminare criticamente i loro modelli aziendali ed eventualmente ad adeguarli in funzione di esigenze della clientela sempre più complesse, anche in considerazione del progressivo processo di digitalizzazione che assume una importanza sempre maggiore, sia dal lato del servizio al cliente che in termini di organizzazione del lavoro. Una piazza finanziaria più efficiente e con personale altamente qualificato sarà la sfida del futuro».

F.P.: «Più che parlare di modifiche sarebbe opportuno parlare di necessità. La piazza finanziaria ticinese ha bisogno che si trovi un accordo chiaro e pragmatico con l’Italia. Il libero accesso cross-boarder al mercato italiano per le banche svizzere è una questione dirimente che segnerà il futuro delle banche in Ticino. La Svizzera ha adempiuto agli accordi bilaterali del 2015 ed è ora necessario che l’Italia faccia la sua parte e rispetti quegli stessi accordi. La Confederazione deve attivarsi con tutto ciò che è in suo potere affinché questo accada al più presto. In caso contrario, molti attori della piazza finanziaria ticinese dovranno decidere se focalizzarsi su nuovi segmenti o altre aree di mercato. Un tale approccio potrebbe, da un lato, svincolare il Ticino dal forte legame con il mercato italiano e, dall’altro, affermarlo quale centro di competenza per il sud Europa».

C.B.: Il Ticino sta già vivendo un cambiamento strutturale, sia a livello di singole strutture che di piazza finanziaria. I repentini cambiamenti causati dalla crisi economica, hanno iniziato a lasciare il segno nel tessuto economico-finanziario locale già negli ultimi anni. In base allo studio “La Piazza finanziaria Ticinese”, pubblicato dall’Associazione Bancaria Ticinese, gli istituti bancari in Ticino sono scesi da 77 unità nel 2006 a 49 nel 2015, con conseguente calo degli effettivi alle loro dipendenze. Il consolidamento, senza dubbio accelerato dagli eventi degli ultimi anni, è un elemento chiave per permettere alla piazza di competere nell’attuale contesto di mercato sia all’interno che all’esterno dei nostri confini. Inoltre, diventa necessario l’adattamento delle conoscenze tecniche e specialistiche degli operatori, che sono chiamati a confrontarsi con una realtà diversa da quella che ha caratterizzato il settore finanziario fino a pochi anni fa».

A.C.: Ritengo che in questi anni la piazza finanziaria ticinese si sia già ben adeguata a quelli che sono stati i cambiamenti strutturali sopravvenuti. Mi riferisco in modo particolare agli accordi fiscali con stati terzi, alle normative emanate volte a limitare i rischi sistemici, alle imposizioni in materia di concessione di crediti, nonché a Fidleg, prossima all’entrata in vigore. Attualmente di grande importanza per la piazza finanziaria ticinese è risolvere la questione legata alle misure previste da MIFID 2 introdotte nella vicina penisola, secondo le quali per poter servire clienti italiani occorra disporre di una succursale in loco. Credo dunque che la piazza finanziaria ticinese debba attivarsi maggiormente e in modo prioritario presso l'autorità federale affinché si possa raggiungere un accordo con il Governo italiano, che permetta alle nostre banche di operare come finora mettendo a disposizione della clientela del Belpaese servizi di qualità e prodotti performanti. È auspicabile che la presenza in Consiglio Federale di Ignazio Cassis possa aumentare la sensibilità del Governo Federale su questo tema».

L.P.: «La piazza bancaria ticinese sta attraversando una fase di profondo cambiamento. Il numero delle banche domiciliate nella regione ha registrato una forte diminuzione, con conseguente riduzione della forza lavoro. Nonostante numerose iniziative come "Copernico", "Agire foundation" e "Ticino Finance" nonché investimenti nella formazione (USI, SUPSI), occorrono ulteriori sforzi per rafforzare l’attrattiva e il prestigio della piazza finanziaria ticinese. Sarebbe importante migliorare l’interesse fiscale per il Cantone. A titolo di esempio, la "wealth tax" dello 0,6% per i patrimoni netti superiori a CHF 6 mio. Non è efficace né competitiva rispetto ad altri cantoni. L’obiettivo è di far rientrare in tempi brevi il Ticino tra i primi cinque cantoni della Svizzera, esercitando un richiamo sempre maggiore sia per le aziende sia per le persone facoltose».

Come si sono andate trasformando le esigenze e le richieste della clientela Private Banking? S.P.: «Un cambiamento che abbiamo anticipato riguarda gli imprenditori. Credit Suisse dispone di grande esperienza nel seguire questo segmento di clientela: infatti, la banca è stata fondata da Alfred Escher nel 1856 proprio per garantire il finanziamento del primo tunnel ferroviaria e favorire l’industrializzazione della Svizzera. Mentre in passato l’imprenditore separava nettamente la banca per le esigenze aziendali da quella che curava il loro patrimonio privato, oggi è più propenso a riunire tutto sotto lo stesso tetto. Per questo motivo abbiamo creato in tutta la Svizzera i desk “Executive & Entrepreneur”, in Ticino diretto da Franco Cancellara. Il valore aggiunto che offriamo ai clienti sta nell’analisi a 360° delle loro esigenze: da quelle commerciali a quelle di private banking, previdenziali e assicurative che ormai vanno di pari passo. Per esempio, il finanziamento dell’azienda può avvenire attingendo alle risorse aziendali, oppure a quelle private o previdenziali dell’imprenditore. Inoltre, le nostre ricerche mostrano che una PMI su cinque è prossima alla successione aziendale e oltre la metà delle PMI sarà ceduta all’esterno della famiglia. In questo ambito offriamo un grande valore aggiunto, seguendo ogni anno oltre 350 successioni aziendali, valutando insieme al cliente le varie opzioni per il futuro dell’azienda».

C.C.: «Rispetto al passato il cliente del settore Private Banking cerca una consulenza con una maggiore tridimensionalità, che tenga in conto anche ad esempio aspetti fiscali o successori. Preferisce sempre di più avere un unico punto di riferimento sul quale far convergere le sue esigenze private e professionali. E, ripeto, la nostra piazza ha imparato a rispondere in maniera molto efficace a queste esigenze».

M.F.: «Tradizionalmente le richieste della clientela Private Banking riguardavano l’assistenza nelle fasi di creazione, crescita e messa a reddito della ricchezza. Negli ultimi tempi il Private Banker viene coinvolto sempre più nei processi di protezione e trasmissione della ricchezza assumendo un ruolo centrale nei processi di passaggio generazionale sia in ambito familiare che aziendale. Al Private Banker viene sempre più richiesta una consulenza a 360 gradi che consenta l’individuazione di soluzioni che garantiscano elevati livelli di flessibilità e personalizzazione non solo in ambito finanziario ma anche in quello immobiliare, assicurativo/previdenziale, art advisory, liquidity event con processi di pianificazione fiscale e successoria».

F.P.: «La clientela è sempre più informata, competente ed esigente con una buona cultura finanziaria. Per questo è necessario che anche le banche offrano servizi e prodotti di alta qualità e ad elevata trasparenza che riescano a soddisfare le esigenze di ogni singolo cliente. La flessibilità e la qualità dell’offerta nonché la preparazione dei professionisti delle banche, chiamati a specializzarsi su competenze ben precise e complementari tra loro, sono quindi elementi fondamentali per essere competitivi nel breve, medio e lungo periodo. Da sempre, in EFG, la centralità del cliente è una caratteristica distintiva e questo ci da un vantaggio competitivo soprattutto alla luce dei cambiamenti degli ultimi anni».

C.B.: La clientela Private Banking continua a cercare nella nostra piazza finanziaria la stabilità del sistema finanziario e politico, solidità economica e sociale e profondo know-how del settore finanziario e degli investimenti. Cambiando però lo scenario globale, in cui si muove oggi il mondo bancario e della finanza, le esigenze della clientela possono essere soddisfatte solo tenendo conto della maggiore complessità e delle regole e norme da rispettare. La clientela richiede una consulenza olistica considerando la propria situazione patrimoniale, professionale e privata. Il nostro istituto ha l’obiettivo di implementare un approccio di consulenza, che possa tenere conto di queste necessità e fornire alla clientela ciò che quest’ultima si aspetta. Infine, il tema della digitalizzazione è particolarmente attuale. I nuovi canali di comunicazione, e gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia dovranno essere fruibili anche dalla clientela appartenente ai segmenti più importanti, p. es. “high net” e “ultra high net”».

A.C.: La situazione di bassi tassi d’interesse ha portato un buon numero di clienti private banking a investire parte dei loro capitali nel settore immobiliare. Dal nostro osservatorio abbiamo inoltre notato una maggiore predisposizione degli investitori ad affidarsi a mandati di gestione (in fondi o in investimenti diretti) così come in fondi d’investimento strategici. Le esperienze dell’ultima crisi finanziaria hanno lasciato almeno in parte il segno per quanto riguarda la fiducia negli investimenti diretti in azioni. Da parte dei clienti private banking si evidenzia inoltre una sempre maggiore richiesta di consulenza in ambito di pianificazione finanziaria e previdenziale. Notiamo altresì come le contenute spese di transazione per operazioni in borsa effettuate online portino anche parte dei clienti private banking a operare direttamente tramite e-banking. La consulenza personale avrà però a nostro modo di vedere ancora grande importanza per le decisioni d’investimento della nostra clientela».

L.P.: «I nostri clienti hanno delle aspettative sempre più elevate per quanto riguarda i servizi digitali, che devono essere caratterizzati da semplicità e comodità. I servizi devono essere disponibili 24 ore su 24 e ovunque, anche sullo smartphone. Allo stesso tempo per questioni più complesse, ad esempio per la stipula di un’ipoteca, i clienti continuano ad apprezzare una consulenza personale in filiale. A tali esigenze e richieste rispondiamo con una strategia multicanale: il cliente decide tramite quale canale desidera comunicare con noi e ottenere i suoi prodotti e servizi. La tendenza propende chiaramente per l’offerta digitale: oltre a due milioni di contatti con consulenti alla clientela, contiamo ogni anno oltre 70 milioni di interazioni digitali».

Uno dei problemi più importanti riguarda la formazione del personale e l’acquisizione di nuove specifiche competenze. In questa prospettiva, quali sono i principali interventi che avete promosso? S.P.: «Anzitutto nel 2010 abbiamo introdotto un innovativo processo di certificazione di tutti i consulenti e assistenti nel Private & Wealth Management a livello mondiale. Questo processo comprende un’intensa formazione online e in classe in tutti gli ambiti della consulenza e si conclude con un impegnativo esame, da riconfermare ogni tre anni. Questa formazione obbligatoria è riconosciuta dagli organi di sorveglianza e rappresenta una pietra miliare nell’industria finanziaria. A ciò si aggiungono formazioni online su vari temi e anche la possibilità di frequentare corsi presso il Centro di Studi Bancari, la SUPSI, l’USI e lo Swiss Finance Institute. Oggigiorno ogni collaboratore deve avere un’approfondita formazione di base e la volontà di migliorare continuamente le proprie conoscenza in modo da poter individuare e soddisfare al meglio le esigenze dei clienti. Ciò soprattutto anche nell’ottica dei cambiamenti in atto, per esempio a livello demografico, sociale e nell’ambito della digitalizzazione. Essere al passo con i tempi significa restare competitivi e ciò vale sia per la banca, sia per i collaboratori».

C.C.: «BancaStato agisce su due principali livelli. Il primo è quello riguardante la formazione continua, essenziale per scongiurare l’obsolescenza delle competenze. I mutamenti sempre più rapidi delle tecnologie e delle esigenze del mercato ci impongono un grande sforzo per mantenere aggiornato il livello professionale di collaboratrici e collaboratori nel corso di tutta la loro vita professionale. Sono stati introdotti standard minimi di formazione per ogni collaboratrice e collaboratore e parallelamente tutti i nostri consulenti sono chiamati a effettuare la certificazione obbligatoria, la quale va ripetuta ogni tre anni. L’Istituto ha però anche una grande tradizione nel sostegno allo sviluppo personale e incoraggia gli studi individuali paralleli all’attività professionale di tutti i giorni. Il secondo livello riguarda bisogni mirati e puntuali, che necessitano di specializzazioni di cui la Banca non dispone. In tal caso l’Istituto seleziona i profili idonei sul mercato oppure inaugura proficue collaborazioni con esperti dei settori in questione. Occorre dire che al momento non avvertiamo carenze specifiche di figure professionali: le attività e l’orientamento al mercato locale di BancaStato non ci pongono problemi in tal senso».

M.F.: «La formazione in BPS (Suisse) non è un problema bensì un’occasione di arricchimento e di sviluppo per tutti, Banca, collaboratrici e collaboratori. Per quanto riguarda il settore del Private Banking, più un consulente possiede consolidate conoscenze specialistiche e, meglio comprende i desideri e le necessità del proprio interlocutore, le possibilità di acquisire e fidelizzare il cliente aumentano in maniera esponenziale. Investiamo molto in termini di formazione e sviluppo personale, con un particolare riferimento alle competenze soft e relazionali. A complemento sono stati organizzati corsi particolari dedicati alla fiscalità e alle competenze tecniche. Inoltre, la prevista Legge federale sui servizi finanziari, attualmente in discussione in Parlamento, impone che, tutti coloro i quali gestiscono le relazioni con i clienti, siano in possesso delle necessarie conoscenze per servirli in maniera adeguata e professionale. Occorre quindi allinearsi agli standard richiesti e procedere alla certificazione di chi opera al fronte. Siamo in una fase di preparazione a questa certificazione, un punzone di qualità che certifica la bravura, la capacità, le competenze e la professionalità dei consulenti BPS (Suisse)».

F.P.: «I grandi mutamenti regolamentari, tecnologici e di modelli di business hanno un impatto sia a livello di organizzazione del lavoro e dei servizi, sia nella relazione con i clienti. Per questo è oggi necessario aggiornare continuamente il personale. In EFG consideriamo la formazione un elemento fondamentale per lo sviluppo del business. Per questo la nostra banca, già da molti anni, dispone di un’offerta formativa di prim’ordine, con corsi organizzati anche in collaborazione con il Centro di Studi Bancari dell’Associazione Bancaria Ticinese e con professionisti esterni. In questo contesto, disponiamo di tre livelli di formazione: la formazione di base, con la quale prepariamo le nuove leve anche alle nuove competenze richieste dal contesto attuale nei singoli mercati. La formazione continua, grazie alla quale i nostri dipendenti restano costantemente aggiornati. E, infine, i corsi di riqualificazione, grazie ai quali i nostri dipendenti hanno l’opportunità di riadattare le proprie qualifiche e competenze sulla base di quelle che sono diventate le necessità della banca e le richieste dei clienti, sia in ottica attuale che futura. Penso, in particolare, all’ambito tecnologico, della compliance e dei processi di business che saranno i veri driver del cambiamento nei prossimi anni. Farci trovare pronti e con professionisti all’altezza in questi settori significherà avere un vantaggio competitivo, sia in Svizzera che a livello globale».

C.B.: All’interno del nostro istituto sono stati creati vari livelli di formazione e certificazione. In base all’importanza e all’entità della materia, vengono organizzati eventi di formazione con lo scopo di aggiornare, ampliare ed approfondire le conoscenze del personale a contatto con la clientela. Si passa così da un semplice “webinar” interno a un programma di formazione/studio con esami finali e certificazione esterna».

A.C.: I nostri consulenti seguono regolarmente corsi di perfezionamento in ambito tecnico e metodologico in modo da essere sempre pronti a soddisfare qualsiasi esigenza dei nostri clienti. Entro fine anno inoltre tutti i collaboratori del nostro segmento Clienti Privati sosterranno un esame di certificazione. La maggiore complessità dell’attività nel private banking prevede un alto livello di competenza dei consulenti che non si limita alla conoscenza dei prodotti e dei processi di consulenza ma tocca anche altri temi quali ad esempio la previdenza e la fiscalità svizzera ed estera. La qualità del servizio offerto, e dunque dei collaboratori, è oggi probabilmente l’elemento principale che porta il cliente a decidere per una piazza finanziaria e ancora di più per un istituto bancario. Oltre alla formazione, a breve metteremo a disposizione dei nostri collaboratori e clienti una nuova serie di prodotti e servizi che permetteranno ancora maggiormente di trovare sempre la giusta soluzione da proporre ai clienti di Banca Migros».

L.P.: «La formazione continua dei collaboratori è da sempre uno dei pilastri della nostra strategia. Siamo attenti all’evoluzione delle conoscenze richieste ai professionisti nel mondo bancario, al fine di offrire alla nostra clientela dei servizi all’avanguardia. Un’analisi costante dei requisiti necessari nei vari settori di attività ci permette di proporre un’offerta formativa interna molto vasta e innovativa. Recentemente abbiamo messo a disposizione dei nostri collaboratori dei corsi di formazione online, con video e role play filmati, su tematiche trasversali e di interesse comune, che permettono un aggiornamento continuo e immediato. Naturalmente supportiamo i nostri collaboratori anche nella formazione esterna e ricordiamo che siamo stati tra i promotori, già diversi anni fa, delle certificazioni per tutti i consulenti alla clientela. Questo approccio alla formazione ci garantisce un elevato standard di competenze e conoscenze tecniche aggiornate a cui ogni collaboratore può attingere, definendo anche ulteriori misure individuali nell'ambito di un personale piano di sviluppo».

Pubblicato in Banche e finanza
Mercoledì, 20 Giugno 2018 11:24

Il nostro sostegno al Fintech

Si tratta di un trend ampio e diversificato che interessa più attori a livello globale: banche ed altri intermediari finanziari che si stanno impegnando nello studio e nell’adozione delle nuove tecnologie e delle relative procedure operative nella ricerca, nella gestione patrimoniale, nelle funzioni di reporting e di comunicazione. Una realtà già ben presente anche in Ticino. Il settore interessa i clienti che, attraverso nuovi media ed applicazioni ad hoc, interagiscono con i soggetti finanziari ed accedono ad una gamma sempre più ampia di servizi e di prodotti, in modo rapido e flessibile. Infine le aziende, spesso start-up ad alto contenuto di creatività ed innovazione, che realizzano software, piattaforme e soluzioni innovative specificatamente rivolte a questo settore in rapida e costante evoluzione. Il Ticino si sta già peraltro imponendo come un importante centro in ambiti Fintech particolarmente rilevanti ed attuali, ad iniziare da Blockchain, la sua principale piattaforma operativa globale, e le cryptovalute, balzate agli onori delle cronache con frequenza pressoché quotidiana. Crescono le aziende del settore che si insediano nel Cantone, beneficiando del quadro normativo favorevole, degli incentivi fiscali, del multilinguismo, della tradizione per innovazione e ricerca, oltre che per la sinergia con importanti istituzioni scientifiche e, non da ultimo, per la qualità di vita che contraddistingue la regione. Quindi Fintech riveste un ruolo strategico anche per la nostra piazza finanziaria, nella sua attuale fase di evoluzione e di riposizionamento attraverso nuovi sbocchi operativi e nuove sinergie. A tale scopo Ticino for Finance vuole sostenere e coordinare tutte le attività legate a Fintech attraverso varie iniziative, alcune già in fase operativa:
- uno studio di approfondimento curato dal Centro di Studi Bancari, che attraverso un sondaggio indirizzato ad un elenco di aziende attive sul territorio intende individuare i progetti e le iniziative in corso, mappare l’attuale offerta di servizi digitali in ambito finanziario e indicare le aree di potenziale sviluppo di questo mercato a livello cantonale;
- meeting ed eventi formativi specifici che intendono diffondere le informazioni più aggiornate e creare dei momenti di contatto tra gli operatori del settore  l’organizzazione di un congresso a cura di ABT, DFE e USI che avrà luogo il 20 marzo 2018 a Lugano con lo scopo di discutere gli scenari futuri e di creare una piattaforma di dialogo a livello internazionale;
- la creazione di hub ed incubatori aziendali attraverso la Fondazione AGIRE.

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Ticino for Finance, l’associazione per la promozione della piazza finanziaria, segue da vicino le tendenze internazionali che ne influenzano lo scenario futuro, con una particolare attenzione rivolta alle nuove tecnologie finanziarie, il cosiddetto ambito Fintech.
Pubblicato in Banche e finanza
Mercoledì, 20 Giugno 2018 11:18

Un progetto con un grande futuro

Quali sono gli elementi base del vostro progetto imprenditoriale?

«La visione strategica dell’azienda - racconta Meluccio Piricone - si è dimostrata da subito efficace riuscendo in un arco temporale ristretto a raggiungere quelli che erano gli obiettivi prefissati e a conseguire risultati economico-commerciali degni di nota. In poco più di un esercizio abbiamo quasi raggiunto i 2,5 milioni di CHF di fatturato con una proiezione di crescita attesa per l’esercizio 2018 più che proporzionale. L’obiettivo è infatti quello di arrivare in 5 anni a 5 milioni di CHF di fatturato. Più che soddisfacente anche il risultato reddituale, conseguenza dell’ottima marginalità espressa dalla gestione di questa impresa. Grazie ad una profonda conoscenza maturata in oltre 10 anni di diretta e personale esperienza della realtà economica cinese, siamo riusciti a stabilire in quel Paese una partnership con una delle maggiori industrie mondiali di caschi che ci garantisce qualità, tempistiche, certificazioni sulla base dei più elevati standard richiesti in tutti i mercati del mondo».

Come si articolare la gamma dei vostri prodotti?

«Il cuore della nostra offerta, basata certamente su solide basi strutturali e finanziarie è comunque la gamma dei prodotti che già oggi si presenta completamente rinnovata ed è stata sviluppata secondo know how interno. Oggi contiamo, tra Vemar e Simpson, 13 modelli in grado di coprire i segmenti più significativi del mercato, dal casco tecnico da pista a quello più di design per uso cittadino. I materiali che trattiamo vanno dai compositi tecnologicamente più avanzati, carbonio ad alto modulo e materiali aramidici, ai materiali termoplastici».

Un ulteriore punto di forza è rappresentato dalla vostra presenza sui mercati di tutto il mondo…

«La nostra crescita non può che passare attraverso la creazione di un solido network distributivo. IHC ha oggi – interviene Nicola Simone - un portafoglio composto da 24 clienti in grado di garantire la distribuzione dei nostri prodotti in 29 paesi nei diversi continenti e siamo gratificati del fatto che ognuno di loro rappresenta un operatore solido e primario all’interno del proprio mercato di competenza, in grado di farci raggiungere le quote di mercato che ci siamo prefissi. Attualmente i nostri principali mercati sono l’Italia, la Francia, l’America del Nord e la Turchia. Questo come conseguenza non solo dell’ampiezza specifica di tali mercati ma anche per la precedenza temporale con cui tali contatti sono stati avviati. A partire dal 2018, ci aspettiamo molto dai Paesi di lingua tedesca e dal nostro mercato interno, quello svizzero. Certamente questo è per noi un ottimo punto di partenza non certo di arrivo, l’obiettivo è di raggiungere entro l’esercizio 2019 una solida presenza commerciale in almeno 50 paesi».

Quali sono le principali richieste di un cliente che scegli di acquistare un casco?

«Direi che gli elementi principali - riprende Meluccio Piricone - sono sostanzialmente due. Da un lato la sicurezza e dall’altro il design. Ogni casco nasconde un mondo di soluzioni tecnologiche e di procedimenti d’avanguardia studiati in ogni dettaglio, per arrivare a un prodotto finito che possa svolgere al meglio la sua funzione primaria. La capacità di assorbimento degli urti, infatti, è indubbiamente la qualità più importante e questa viene testata e delineata nei suoi tratti essenziali sin dalla fase progettuale, quando il casco viene riprodotto virtualmente. L’uso di materiali di ultima generazione, sia per quanto riguarda il rivestimento esterno che per ciò che concerne l’imbottitura interna, rappresenta naturalmente una delle caratteristiche preminenti di un casco da moto di qualità. Tutti i nostri caschi sono sottoposti a controlli di qualità, testati e omologati in base alle diverse normative che nei vari mercati regolano la vendita di questi prodotti».

E per quanto riguarda il design?

«Diciamo subito - spiega Nicola Simone - che l’aerodinamicità di un casco rappresenta un pregio irrinunciabile anche nei caschi destinati ai piloti non professionisti, qualunque tipo di moto possiedano. Sta all’esperienza e alla capacità del team di designer e ingegneri trovare il migliore parametro di aerodinamicità compatibile con la sicurezza e il comfort del casco. Negli ultimi anni poi il casco è diventato, per quanto riguarda modelli e colori un vero e proprio oggetto di culto, proprio come un oggetto sottoposto al variare delle mode e delle tendenze. In questo senso, noi svolgiamo un lavoro di attento monitoraggio riguardo all’evoluzione del gusto dei consumatori e poi elaboriamo, grazie alla collaborazione di team di design in Italia, in Francia, e all’interno della nostra struttura, proposte che vadano incontro alle diverse esigenze dei mercati in cui operiamo».

In sintesi, qual è il valore aggiunto offerto dl vostro progetto?

«In estrema sintesi - conclude Meluccio Pericone - parlerei della forza del marchio, che in prospettiva intende penetrare anche nuovi segmenti di mercato, e della qualità delle relazioni che fin dall’inizio della nostra avventura abbiamo deciso di stabilire con i partner, che non voglio assolutamente chiamare fornitori. Quello che infatti abbiamo sempre cercato è la condivisione di un progetto. Ne è un significativo esempio il rapporto qualitativamente molto valido che abbiamo stabilito con i nostri produttori cinesi con i quali collaboriamo con successo per lo sviluppo e il costante miglioramento dei prodotti».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Dal connubio tra Private Equity (Patrimony) e l’azienda ticinese IHC è nato un interessante progetto che ha portato all’acquisito di Vemar, prestigioso marchio italiano nella distribuzione caschi, con l’obiettivo di stabilire in Ticino l’Haedquarter mondiale del settore. Ce ne parlano Meluccio Piricone, CEO e Nicola Simoni, direttore commerciale di IHC.
Pubblicato in Industria e artigianato
Mercoledì, 20 Giugno 2018 08:38

L’importanza del fare sistema

La sua nomina alla guida di ABT rappresenta a pieno titolo un ritorno a quel mondo finanziario che l’ha visto per tanti anni protagonista. Con quale spirito si accinge ad affrontare questo nuovo incarico?

«Con molto entusiasmo. Ho lasciato delle funzioni manageriali, dove è necessario dedicare molto tempo alla gestione quotidiana del business, per dedicarmi a funzioni dove ci si occupa di più di questioni che avranno un impatto a medio termine. C’è molto da fare e non mi sto certo annoiando».

Nel corso di questi anni, segnati da una grave crisi finanziaria internazionale, il sistema bancario svizzero ha subito non poche trasformazioni: quali sono i principali elementi strutturali di cui oggi occorre tenere conto?

«Per il private banking, certamente il passaggio da un mondo incentrato sul segreto bancario a un mondo dove la privacy del cliente resta importante ma dove sapere se i capitali sono dichiarati o meno al fisco di residenza non è più un tema, visto lo scambio automatico d’informazioni. La concorrenza fra piazze finanziarie resterà aspra e abbiamo vissuto sulla nostra pelle come ci siano Paesi che non hanno avuto remore a infliggere colpi sotto la cintola, a predicare bene e razzolare male. Per il settore finanziario in generale, come d’altronde per tanti altri settori economici, l’impatto della digitalizzazione e delle nuove tecnologie in generale sarà nei prossimi 10 o 15 anni importante. Non si tratta solo dell’importanza dell’informatica (già oggi tantissimo ruota attorno all’IT) ma di un cambiamento radicale di paradigma. Il cliente fruirà in modo diverso dei servizi finanziari e le banche dovranno modificare radicalmente i propri processi. Infine, tutta una serie di professioni nel settore sono destinate a sparire ma di nuove ne saranno create. La sfida a mio avviso sarà quella di riuscire a traghettare il maggior numero possibile di collaboratori da un mondo all’altro».

In questo contesto, quali ritiene che siano i punti di forza e quelli di debolezza del sistema bancario ticinese?

«I punti di forza sono quelli del sistema svizzero: un paese solido, affidabile, economicamente forte, giuridicamente stabile e un sistema bancario finanziariamente ben patrimonializzato, ricco di know how e esperienza, a tutt’oggi leader mondiale nella gestione patrimoniale offshore. I punti di debolezza sono un sistema troppo orientato ad un solo mercato, l’Italia. Paese che da anni ha un’economia stagnante (se l’economia non crea ricchezza, i patrimoni gestiti dalle banche non possono certo crescere) e che ultimamente non si può certo dire sia particolarmente aperto con le banche svizzere. La storia della Roadmap fissata con l’Italia e poi sistematicamente disattesa rappresenta un buon insegnamento».

Quali sono gli obiettivi che nel corso dei prossimi mesi e anni ABT dovrebbe perseguire?

«Al momento, seguiamo da vicino le trattative fra Svizzera e Italia per l’accesso al mercato cross border. Più in generale, come associazione di categoria, cerchiamo di seguire da vicino l’evoluzione della situazione (economica, normativa, regolamentare) e supportare i nostri soci». 

In particolare qual è il più importante progetto di ABT per il quale si sente di spendere tutte le sue energie?

«Il un mondo in profondo cambiamento, la cosa più importante è avere un personale sempre aggiornato e in grado di affrontare le sfide. La formazione diventa un fattore competitivo molto importante. Per una piazza finanziaria situata in un luogo relativamente piccolo (non siamo né Londra né New York, ma neanche Zurigo o Ginevra) sarà importante fare sistema fra istituzioni formative. USI, SUPSI, Centro Studi Bancari devono mettere in rete la loro offerta, evitare doppioni e collaborare per ottimizzare l’uso delle risorse, di per sé molto limitate se paragonate alle grandi piazza finanziarie e universitarie».

Da ultimo, nel corso della nostra più recente intervista lei aveva espresso il desiderio di diradare i propri impegni per concedersi più tempo per studiare e scrivere. Ritiene che questa nuova avventura professionale le consentirà di portare avanti questo progetto?

«Come dicevo prima, non si tratta tanto di lavorare meno (anche se, rispetto al passato, riesco a ritagliarmi più facilmente qualche momento solo per me o per la famiglia) ma di occuparmi di altre cose. Meno operatività, più tempo dedicato allo sviluppo della strategia e alle funzioni di controllo. Il mondo in cui mi muovo è sempre lo stesso, ma la prospettiva è diversa e l’esperienza arricchente».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Alberto Petruzzella è da qualche mese direttore dell’Associazione Bancaria Ticinese e in questa intervista ci racconta la sua visione dei problemi e delle prospettive che contraddistinguono il sistema bancario del Ticino.
Pubblicato in Banche e finanza
Mercoledì, 20 Giugno 2018 08:19

La ripresa deve essere maggiormente sostenuta

Grazie a una migliore situazione sul versante della redditività, nel 2018 le aziende dovrebbero tornare a investire di più. Viceversa, i volani finora fondamentali della crescita, come il flusso immigratorio e il boom immobiliare, stanno perdendo vigore. Secondo gli economisti di Credit Suisse, per una crescita duratura della prosperità negli anni a venire occorrerà, oltre ai collaudati "export champion", un incremento della produttività nell'economia interna. Per il 2018 gli specialisti della banca mantengono la loro previsione di crescita dell'1,7%, ma rivedono le loro stime per il 2017 dall'1,5% all'1%. I vettori di crescita più significativi degli ultimi anni, come l'immigrazione superiore alla media e il boom immobiliare rafforzato dai tassi estremamente bassi, stanno perdendo slancio. Già oggi il flusso immigratorio netto si attesta sul livello più basso dall'introduzione della libera circolazione delle persone nel 2007. Questa tendenza regressiva dell'immigrazione netta rispecchia la migliore situazione sul mercato occupazionale nei paesi di provenienza europei e, stante la progressiva ripresa in atto in Europa, dovrebbe proseguire. A seguito dell'indebolimento della crescita della popolazione, del cambiamento demografico come pure del crescente eccesso di offerta di immobili residenziali è inoltre prevedibile che nel medio periodo anche il settore immobiliare abdicherà al suo ruolo di volano della crescita.  Gli incrementi della produttività impongono ulteriori investimenti e/o una maggiore efficienza. A prima vista gli investimenti in Svizzera sembrano godere di buona salute. Circa un quarto del prodotto economico nazionale è destinato agli investimenti – decisamente più che in Gran Bretagna (16,7%), negli USA (19,6%) o in Germania (20%). A un esame più attento si evidenzia tuttavia che buona parte della somma d'investimento viene spesa per ammortamenti. Negli ultimi due decenni, la quota di investimenti netti, ossia la quota degli investimenti al netto degli ammortamenti, è gradualmente diminuita e oggi ammonta al 3,3%.  Per preservare il suo stock di capitale la macroeconomia svizzera è quindi chiamata a effettuare regolarmente notevoli investimenti, ovvero ingenti investimenti sostitutivi. La parte principale degli investimenti previsti nell'industria per il prossimo anno è quindi anche dichiarata come investimenti sostitutivi (43%), un riscontro emerso in agosto da un sondaggio condotto da Credit Suisse e procure.ch. Per contro, da anni le spese d'investimento per la ricerca e lo sviluppo stanno sensibilmente aumentando, il che induce a un maggiore ottimismo, a conferma che la Svizzera è una buona piazza per le attività rivolte al futuro e le professioni ad alta intensità di conoscenze. 
Gli economisti di Credit Suisse giungono altresì alla conclusione che le inefficienze presenti in comparti dell'economia svizzera sono nell'insieme un ostacolo alla crescita maggiore di un'insufficiente attività d'investimento. "La robusta crescita degli ultimi anni, alimentata dal flusso immigratorio, ha in parte occultato queste inefficienze", conferma Adler. Complessivamente si osserva una bipartizione sempre più netta dell'economia tra aziende e settori a vocazione internazionale competitivi e a elevata produttività ("export champion" come ad es. l'industria farmaceutica o il commercio di materie prime) e l'economia interna meno produttiva: solo tra il 1997 e il 2015 la produttività del lavoro nell'economia d'esportazione ha espresso, al netto dell'inflazione, un aumento di oltre il 40%, mentre nell'economia interna ha grossomodo ristagnato (circa +5%). Ciò malgrado, la Svizzera non necessita solo di export champion affermati per contendersi una leadership nella crescita economica, bensì anche di una crescita più esuberante della produttività nell'economia nazionale. Oltre a settori protetti come l'agricoltura, anche settori parastatali come il sistema sanitario, l'assistenza sociale e la formazione, i settori legati alle prestazioni preliminari come il comparto energetico, ma anche l'industria finanziaria, devono riuscire a realizzare incrementi di efficienza.  Per il prossimo anno gli economisti di Credit Suisse sono cautamente ottimisti. A dispetto del miglioramento del clima di fiducia, con l'1,5 % la crescita dei consumi nel 2018 si muoverà verosimilmente nella fascia degli scorsi anni. Una ripresa più sostenuta dei consumi è osteggiata soprattutto dalla creazione stagnante di posti di lavoro. Da un lato, per effetto del livello salariale elevato le imprese sono prudenti nel reclutamento. Dall'altro, esse dovrebbero puntare in primis a migliorare nuovamente la loro redditività. "Dalla fine della crisi finanziaria le aziende hanno iscritto in buona parte nel proprio bilancio i deterioramenti della congiuntura e le spinte all'apprezzamento del franco al fine di evitare possibilmente tagli del personale", prosegue Adler. Il previsto innalzamento della quota ormai ai minimi storici degli utili societari sul prodotto interno lordo comporta tuttavia solo una debole crescita dell'occupazione e aumenti salariali trascurabili. 
Il miglioramento della redditività come pure lo scenario di crescita globale migliore dovrebbero tuttavia avere ricadute positive sugli investimenti societari. Nel sondaggio menzionato in apertura quasi il 40% delle aziende interpellate ha dichiarato di voler investire di più nell'anno a venire, decisamente molte di più che negli ultimi due sondaggi del 2013 e 2015, e più del doppio di quelle che intendono ridimensionare i loro investimenti (17%). Gli economisti di Credit Suisse ritengono pertanto che nel 2018 la crescita degli investimenti in beni strumentali progredirà dal 2,6% al 3,5%. È presumibile che anche il commercio estero guadagnerà slancio, giacché la situazione dell'industria d'esportazione si presenta vantaggiosa: in agosto il barometro delle esportazioni calcolato da Credit Suisse, che rispecchia la situazione sul fronte della domanda nei principali mercati di sbocco, ha raggiunto un picco storico. Inoltre, la sopravvalutazione del franco svizzero nei confronti dell'euro è diminuita. Per il momento, gli investimenti nell'edilizia sono ancora vivaci, ma stanti i crescenti sfitti e i problemi di capacità l'apice dovrebbe essere ben presto superato.

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Gli economisti di Credit Suisse analizzano le prospettive di crescita a lungo termine della Svizzera. La loro conclusione che la crescita deve essere di nuovo generata maggiormente con incrementi della produttività.
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