Giovedì, 28 Giugno 2018 07:00

Quando la galleria dilata i suoi spazi

Lo spazio è quello già in passato occupato da uno dei più conosciuti marchi della moda, con ampie luci affacciate su via Nassa, autentico salotto cittadino. Qui, IMAGO Art Gallery trasferirà a primavera la sua sede, disposta su due piani, con un programma di mostre e iniziative ancora più fitto di importanti appuntamenti. E da qui potrà meglio essere coordinata l’attività di mostre “in esterna” che già negli ultimi anni ha visto le realizzazione in Italia ed in ambito internazionale di prestigiose esposizioni. Intanto, nell’attuale sede, prosegue fino a gennaio la mostra di Enrico Ghinato, che grazie alla sua pittura iperrealista, sa esaltare anche i minimi dettagli di un’auto, riuscendo a trasmettere l’eleganza e il design di un fanale o di un parafango. Il suo è un linguaggio pittorico molto diffuso negli Stati Uniti a partire dagli anni '70, mentre in Italia si è limitato a poche straordinarie eccellenze come appunto quella di Enrico Ghinato, che però non guarda né alla classicità né alla storia dell'arte, ma prende spunto dal mondo metropolitano, perfettamente sintetizzato dal motore e dall'automobile. Nella sua pittura brillano superfici verniciate che esaltano il design dell'auto italiana: ne astrae quei particolari in grado di rappresentare la parte per il tutto, evocando il sogno di un'età dell'oro che, a partire dagli anni '60, ha profondamente cambiato il Paese. Accanto a lavori dedicati al mondo dell’auto, sarà presente in galleria un nuovo ciclo di “vetrine” sulle strade delle capitali del mondo. Fino a gennaio prosegue anche allo Spazio Malpensa, presso la Soglia Magica e le Sale Vip, una mostra di circa 80 opere di Alessandro Busci, pittore e architetto, che vive e lavora a Milano. L’artista indaga le potenzialità dello scambio fra le tradizioni iconografiche occidentali e orientali e la sua produzione si distingue per la forte valenza del segno, pittorico e calligrafico, realizzato su supporti non convenzionali come acciaio, rame e alluminio lavorati con acidi e smalti o sulla più tradizionale carta.

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  • Sommario Mentre proseguono fino a gennaio le mostre in corso presso la galleria luganese e lo spazio Malpensa, IMAGO Art Gallery annuncia per la primavera una grande novità: il trasferimento in un nuovo prestigioso e più ampio spazio, nel cuore della centrale via Nassa.
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Lunedì, 25 Giugno 2018 15:51

Immagini che parlano da sole

“My dream came true #firstexhibition” scriveva sui social Giacomo ‘Jack’ Braglia in occasione dell’apertura della sua prima mostra personale alla galleria londinese ContiniArtUK il 6 ottobre scorso. Un sogno divenuto realtà per il giovane luganese, che ha da poco compiuto 21 anni e che da qualche anno ha scelto Londra per intraprendere gli studi universitari in Business & Economics. Jack ha nel cuore la passione per la fotografia fin da quando era bambino, infatti per il suo ottavo compleanno chiese in regalo una macchina fotografica per coltivare questo suo interesse. Intitolata “Conversation with Etiopia”, la mostra londinese è stata l’opportunità per incontrare Giacomo Braglia e approfondire il suo coinvolgimento e la sua soddisfazione nei confronti di una tecnica nata ad inizio Ottocento per studiare chimicamente la sensibilità della luce e considerata oggi un’autentica forma d’arte.

Cosa rappresenta per te la fotografia?

«Per me le immagini sono una conversazione senza parole. La fotografia mi affascina fin dall’infanzia e la mia attenzione è rivolta a documentare la realtà che mi circonda. Sono attratto e intrigato dall’utilizzo della macchina fotografica quale mezzo espressivo, perché trovo sia particolarmente adatta a soddisfare la mia perenne ricerca di temi nuovi e stimolanti. Inoltre, le varie tecniche di riproduzione fotografica mi permettono di sperimentare soggetti diversi che riprendo cercando di evidenziarne i dettagli».

Come ti sei avvicinato alla fotografia?

«In primis grazie a mio nonno Gabriele, anch’egli grande appassionato, che ha avuto un’influenza molto significativa nella mia evoluzione artistica. Ho anche condiviso le mie esperienze con Enzo Barracco, fotografo italiano che lavora a Londra. Non da ultimo ha influito Giorgia Panzera che concentra il suo lavoro fotografico sui ritratti e che mi ha aiutato nello sviluppo di nuove tecniche».

Cosa hai scelto di esporre nella tua prima mostra in una galleria internazionale?

«Nella mostra “Conversation with Etiopia” sono esposte 46 foto in 4 diversi formati. Si tratta di una selezione di scatti realizzati negli ultimi due anni che rappresentano il mio personale dialogo con gli abitanti dell‘Etiopia. L’intento è di condividere con altri il mio viaggio alla scoperta del popolo etiope che mi ha trasmesso molto calore umano, umiltà e mi ha insegnato la libertà di sognare».

Cosa ti ha spinto a viaggiare in Etiopia?

«Ho iniziato a viaggiare in Etiopia all’età di 15 anni perché volevo confrontarmi di persona con i progetti di aiuto alla formazione educativa voluti dai miei genitori attraverso l’organizzazione no profit che hanno creato nel 2012, la Fondazione Nuovo Fiore in Africa. In seguito ho trascorso regolarmente dei periodi delle mie vacanze scolastiche estive nella periferia più povera di Addis Abeba e mi sono recato nelle strutture scolastiche costruite dalla Fondazione, in particolare all’Auxilium School di Bole Bulbula, collaborando all’insegnamento di base rivolto ai bambini della scuola dell’infanzia ed elementare».

Quali emozioni vuoi suscitare con i tuoi scatti?

«All’osservatore voglio portare una visione autentica delle persone che ho incontrato sul mio cammino, ben lontana dagli stereotipi ai quali siamo abituati. Con le mie foto desidero sensibilizzare il grande pubblico verso il rispetto e l’accettazione culturale di questo popolo, cercando di offrire uno sguardo nuovo sulla vita quotidiana della popolazione etiope. Ciò che mi sta particolarmente a cuore è catturare la vera essenza di questa comunità africana e la maniera in cui essa interagisce con l’ambiente circostante. Cerco di trasmettere le energie vibranti e i colori intensi della vita rurale africana, perché desidero creare nell’osservatore delle reazioni emotive positive. Inoltre volendo unire la mia passione per la fotografia con quella per l’arte e la scultura in particolare, ho plasmato le mie foto sulla superficie di busti di gesso da me lavorati, che sono diventati delle vere e proprie foto 3D».

Ci sono altri soggetti che catturano la tua attenzione?

«Questa mostra è solo la prima di una serie di “conversazioni” che sto per intraprendere con vari temi e soggetti presenti nelle diverse realtà quotidiane. Con la mia macchina fotografica creo un contatto e la conversazione con il soggetto che ritraggo».

La mostra di Giacomo ‘Jack’ Braglia alla ContiniArtUK, una galleria d’arte moderna e contemporanea situata nel centro di Londra, rappresenta certamente un’importante trampolino di lancio per il giovane fotografo che prima d’oggi aveva presentato il suo lavoro in due occasioni, nel 2015 e 2016, allo scopo di raccogliere fondi da devolvere alla Fondazione Nuovo Fiore in Africa. La predilezione di ‘Jack’ per la fotografia quale mezzo di comunicazione per trasmettere la sua percezione del reale, lo sprona a continuare il suo viaggio alla ricerca di elementi sempre nuovi, messi in risalto attraverso la cura al dettaglio e un’attenzione al valore estetico di ciascuna composizione. Le immagini di ‘Jack’ non sono semplici istantanee di persone o paesaggi, bensì sono interpretazioni che rappresentano il suo personale sguardo sul mondo.

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  • Sommario Giacomo Braglia alla ContiniArtUK di Londra ha presentato il suo personale dialogo per immagini con l’Etiopia. Di Gaia Regazzoni Jäggli
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Mercoledì, 20 Giugno 2018 08:31

Un artista rivoluzionario

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, nasce a Milano il 29 settembre 1571. In poco meno di quindici anni diventa il protagonista di un profondo rinnovamento della pittura, morirà nel 1610 dopo una vita burrascosa finita tragicamente. Un approccio, il suo, innovativo e disincantato che segna uno spartiacque con l’arte rinascimentale d’impronta classica. La sua rivoluzione risiede nel naturalismo, espresso nei soggetti e nelle atmosfere in cui la capacità di dare a un corpo una forma tridimensionale è evidenziata dalla particolare illuminazione che teatralmente sottolinea i volumi delle figure che emergono improvvisamente dal buio della scena. Sono pochi i quadri in cui il pittore lombardo dipinge lo sfondo, sempre in secondo piano rispetto ai personaggi, i soli protagonisti della sua opera. Per la realizzazione dei suoi lavori, Caravaggio nel suo studio posizionava lanterne in posti strategici per far sì che i modelli fossero illuminati solo in parte. Con questo artificio, l’artista fa emergere da uno sfondo scuro solo specifiche porzioni della scena dipinta, che acquistano in tal modo un rilievo quasi scultoreo e una grande forza espressiva. Del Merisi "genio sregolato" la mostra raccoglie una ventina di capolavori mai riuniti insieme prima e propone un interessante dialogo tra arte e ricerca scientifica. Tutte le tele esposte sono infatti corredate da apparati multimediali per consentire al pubblico di scoprire il percorso creativo seguito dall’artista, dall’ideazione alla realizzazione dell’opera attraverso pentimenti, cancellature e invenzioni formali. Indagini che rivelano l'indole impetuosa e carnale del maestro e contribuiscono a svelare segreti celati in opere da sempre avvolte nel mistero. Tra i prestiti più prestigiosi in mostra ci sono la Sacra famiglia con San Giovannino dal Metropolitan Museum of Art di New York; la Salomé con la testa del Battista dalla National Gallery di Londra; il San Francesco in estasi dal Wadsworth Atheneum of Art di Hartford; la Marta e Maddalena dal Detroit Institute of Arts di Detroit; il San Giovanni Battista, dal Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City. Nutrita anche la presenza di dipinti provenienti da collezioni e musei italiani tra i quali la Galleria degli Uffizi, il Palazzo Pitti e la Fondazione Longhi di Firenze, i Musei Capitolini, la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, la Galleria Doria Pamphilj. Proprio da questa raccolta arriva il Riposo durante la fuga in Egitto (1597), eseguito dal Caravaggio a soli 26 anni, appena giunto a Roma. In questo straordinario dipinto del periodo giovanile si ritrovano già tutte le matrici della sua poetica: da una nuova rappresentazione della realtà priva di ogni idealizzazione al formato naturale delle figure, fino a quell'accentuato contrasto chiaroscurale dialettica capace di rendere viva e vitale l'intera composizione. Si tratta di una delle pochissime opere del Merisi realizzata alla luce naturale e ambientata in un paesaggio aperto caratterizzato da una vegetazione rigogliosa. A dominare è sicuramente l'angelo in procinto di suonare il violino che, visto di spalle, divide ancora di più in due la scena: una grande invenzione dell'artista. Un'altra sua immagine simbolo, Il ragazzo morso da un ramarro (1597) proveniente dalla Collezione Longhi, lo storico d’arte che riscoprì il Caravaggio all’inizio degli anni Cinquanta, catalizza l’attenzione del visitatore. Dipinta allo specchio, dal momento che Caravaggio non sapeva dipingere senza avere un modello davanti, ciò che colpisce nell’opera è il movimento del soggetto: il ramarro, di scatto, che morde il dito medio del ragazzo la cui bocca aperta accenna a un urlo di dolore e la reazione improvvisa del giovane al morso è poi addirittura accompagnata dall'agitarsi dell'acqua nel vaso. Stupefacente, infine, la contrazione della mano destra e del suo volto, decisamente espressivo, accentuato dai capelli ricci e dalla camicia bianca che non può non ricordare i modelli della statuaria romana. Tra i maggiori lavori della maturità del Merisi figura indubbiamente Giuditta che taglia la testa di Oloferne (1602). Nella rappresentazione drammatica dello scontro tra Giuditta, giovane vedova della città di Betulia e il generale assiro Oloferne che assediava il suo popolo e che lei decapitò dopo averlo sedotto, Caravaggio è riuscito a rendere perfettamente l'acme dell'azione: il momento più terribile e tragico della decapitazione di un Oloferne sospeso tra la vita e la morte, accentuato ancora di più dalla presenza di un grande telo rosso alle loro spalle che rende il tutto ancora più tragico. Straordinari per intensità e profondità d’indagine anche il San Giovanni Battista (1604) della Galleria Corsini e la celeberrima Madonna dei Pellegrini (1604/5) brano di un realismo popolano spinto all’estremo. Una mostra che ribadisce, se ancora ce ne fosse bisogno, la grandezza del Caravaggio proponendolo in una nuova luce grazie alle indagini scientifiche ma soprattutto consacrandolo come una delle personalità più complesse e originali della storia dell’arte che, con il suo carattere rude e a volte molto violento, ha saputo dare alle sue opere nello stesso tempo crudezza e grazia, inventando uno stile personale, originalissimo e fortemente provocatorio.

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  • Sommario Il suo passaggio lascia sempre segni indelebili. Caravaggio tra i grandi maestri del passato ha pochi rivali per popolarità e fascino, tanto che ogni sua mostra è attesa come un evento eccezionale. Palazzo Reale di Milano fino al 28 gennaio 2018 dedica un’ampia rassegna al grande artista lombardo che con le sue opere innovative affascinò e scandalizzò Roma.
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Mercoledì, 20 Giugno 2018 08:27

Oliviero Toscani e l’atto dell’immaginare

L’esposizione presenta immagini proiettate per offrire al visitatore un’esperienza fortemente immersiva, ma anche immagini fotografiche esposte, fra cui fotografie vintage inedite realizzate da Toscani durante il suo periodo di formazione presso la Kunstgewerbeschule di Zurigo. La mostra – la prima di Toscani in Svizzera – si concentra in particolar modo sul tema dell’immaginazione, dando conto di una capacità visionaria nell’atto fotografico, dagli esordi fino alle sue più recenti campagne. L’esposizione, a cura di Susanna Crisanti e Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e dello Spazio Officina di Chiasso, ruota attorno al tema dell’immaginazione, sviluppato sull’arco di oltre cinquant’anni di fervida attività attraverso differenti modalità e prospettive. Toscani pone l’attenzione sull’atto di “immaginare” come momento di scelta consapevole del mestiere di fotografo. Fin dagli inizi si è contraddistinto per creatività e qualità della visione, per lo studio delle fonti luminose e il saper immaginare prima dello scatto il risultato voluto, costruendo concettualmente l’atto fotografico. Capace di spingere e spingersi nella meravigliosa ricerca della scoperta e della conquista, Toscani usa trasgressione e provocazione, «forze che appartengono all’arte, facendo della diversità un valore contro l’omologazione e verso una libera espressione della comunicazione». Il m.a.x. museo presenta un patrimonio visivo di grande interesse attraverso immagini proiettate in un sistema fortemente immersivo, come pure immagini fotografiche esposte. In una delle sale del m.a.x. museo si può così entrare in una camera oscura, allo scopo di sottolineare il valore e il senso dell’atto fotografico, mentre in altre sale le immagini vengono proiettate sulle pareti: dalle dibattute campagne pubblicitarie e di comunicazione ai redazionali, dalle esposizioni alle pubblicazioni e alle interviste, dai loghi ai progetti di corporate identity ai video. Al visitatore viene dunque offerta per la prima volta un’esperienza immersiva che racchiude tutta la produzione di Toscani: oltre 20’000 immagini proiettate. Il percorso comprende anche una cinquantina di fotografie vintage inedite eseguite da Toscani negli anni Sessanta, durante il suo periodo di formazione in fotografia e grafica presso la Kunstgewerbeschule di Zurigo e in occasione di “viaggi studio” negli Stati Uniti, a Londra, in Bretagna, in Sicilia e in Puglia: tutta la sua verve di innovatore e visionario si sta già manifestando. L’esposizione presenta inoltre 72 stamponi di varie campagne per United Colors of Benetton e 39 numeri (1991–2000) della rivista internazionale “Colors”, concepita e diretta dallo stesso Toscani fino al 2000, in cui vengono affrontati con grande visionarietà temi sociali all’epoca poco raccontati, ora di grande attualità, come l’emigrazione, la guerra e l’ecologia. La mostra “Oliviero Toscani. Immaginare” si articola anche all’esterno del m.a.x. museo, andando ad accogliere i visitatori e creando un incamminamento alla mostra grazie alla cooperazione con le Nazioni Unite Human Rights (“Stand Up For Human Rights”). L’ONU, infatti, presta un centinaio di grandi foto realizzate da Toscani nell’ambito del progetto “Razza Umana”: volti di donne e uomini di diversi paesi e culture per omaggiare le tante morfologie, espressioni e caratteristiche dell’umanità. Toscani ha promosso campagne per marchi e aziende a livello internazionale, in cui è evidente un’inconsueta e originale modalità di scelta e di taglio dell’immagine, a partire dagli scatti per United Colors of Benetton, Esprit, Chanel, Robe di Kappa, Fiorucci, Prénatal, Jesus Jeans, Valentino, Inter, Snai, Toyota, Ministero italiano del Lavoro, Artemide, Ministero italiano dell’Ambiente e della Salute, Croce Rossa Italiana, Regione Calabria, Fondazione Umberto Veronesi, Biennale di Venezia, Federazione dell’industria orologiera svizzera, Resort Collina d’oro e moltissimi altri, fino alle più recenti collaborazioni con la Philarmonie di Parigi, Cosmoprof, InStyle, Nicopanda e Best Company. Ha inoltre collaborato con le più prestigiose testate, fra cui “Elle”, “Vogue”, “GQ”, “Harper’s Bazaar”, “Esquire”, “Stern” e “Libération”. Toscani imposta immagini e campagne sui grandi temi contemporanei di interesse sociale; si ricordano in particolare quelle sulla pena di morte, sull’AIDS, sull’anoressia, sulla violenza contro le donne, sul randagismo e sulla sicurezza stradale. L’esposizione si avvale d’importanti prestiti, oltre che dall’Archivio di Olivierotoscanistudio (Casale Marittimo), dall’Archivio della ZHdK-Zürcher Hochschule der Künste di Zurigo, dall’Archivio Benetton, dalla Biblioteca di Fabrica, il centro internazionale di ricerca sulla comunicazione di Treviso, e dalle Nazioni Unite Human Rights – “Stand Up For Human Rights” (Ginevra).

Oliviero Toscani. Immaginare
m.a.x. museo - Via Dante Alighieri 6, Chiasso (Svizzera)
10 ottobre 2017 – 21 gennaio 2018
martedì–domenica, ore 10.00–12.00 e 14.00–18.00, lunedì chiuso
Informazioni: tel +41 91 695 08 88
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.centroculturalechiasso.ch

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  • Sommario Il m.a.x. museo di Chiasso ospita fino al 21 gennaio 2018 un’antologica che ripercorre più di cinquant’anni di attività professionale di Oliviero Toscani, fotografo e comunicatore noto a livello internazionale.
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Mercoledì, 20 Giugno 2018 08:13

Il cuore di una collezione di prestigio

Dopo le esposizioni Nolde, Klee & der Blaue Reiter (2015-16) e Zoran Music (2016-17), la proposta culturale della Fondazione Braglia per la nuova stagione autunno 2017 - primavera 2018 è incentrata a introdurre quello che Gabriele Braglia indica scherzosamente “i resti” della sua collezione. La raccolta presentata con il titolo POT-POURRI. Da Picasso a Valdés è l’espressione di una ricca mescolanza di stili eterogenei raccontata attraverso lo sguardo intimo e personale di Anna e Gabriele Braglia, due collezionisti appassionati che con generosità aprono le porte del loro universo offrendo un viaggio esclusivo alla scoperta degli esponenti più significativi del secolo scorso per arrivare fino ai giorni nostri. Il percorso espositivo di questa nuova mostra si articola su due piani e si snoda attraverso una selezione di dipinti, disegni e sculture realizzati da una cinquantina di artisti italiani ed internazionali. Collezionate a partire dal 1957, le opere sono suddivise in dieci sezioni tematiche introdotte da un personale omaggio intitolato I fiori di Anna. Il viaggio prosegue con Picasso (del quale figura un disegno realizzato poco più che ventenne e appartenente al “periodo blu”), Modigliani e Chagall che introducono la sezione dedicata agli artisti stranieri operanti a Parigi nella prima metà del ’900 e conosciuta come Scuola di Parigi. Segue il Novecento italiano con Sironi - del quale “una piccola tempera ha dato l’avvio sessant’anni fa ad una meravigliosa avventura nel mondo dell’arte” – Boccioni, Cesetti, Magnelli, Morandi, Soffici e Viani. Si spazia poi dall’informale di Fontana e Burri; alle opere di stampo futurista incentrate sul mito della velocità, dell’universo meccanico, della scomposizione di forma e colore (in particolare Scienza contro oscurantismo, una tempera di Giacomo Balla del 1920 di cui l’artista ha realizzato un corrispettivo con la tecnica dell’olio su tela e che è oggi custodito alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma). Si prosegue con i promulgatori della corrente surrealista (Magritte, Miró, Max Ernst, de Chirico e Brauner) e con gli esponenti del Nuovo Realismo (Arman, César, Christo, Rotella, Tinguely e Niki de Saint Phalle) promotori negli anni Sessanta e Settanta di un nuovo approccio percettivo del reale. A rappresentare la cultura pop degli anni Ottanta ci sono un giovanissimo Andy Warhol accostato a Keith Haring, Basquiat e Adami. Il discorso legato al motivo del paesaggio è volutamente ampliato per includere, oltre alle vedute più convenzionali di Utrillo, Gino Rossi o Herbert Beck, anche le opere dove il panorama funge da luogo di rifugio, di meditazione interiore e della riscoperta del sé come per Ida Barbarigo, Peter Doig o Graham Sutherland.A corollario vi è una sezione dedicata alla reinterpretazione dell’arte classica su impulso anche dell’affermazione dell’artista spagnolo Manolo Valdés: “noi costruiamo su ciò che la storia dell’arte ha messo nelle nostre mani”.

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  • Sommario La Fondazione ospita l’esposizione POT-POURRI. Da Picasso a Valdés, dal 28 settembre al 16 dicembre 2017, e mostra per la prima volta al grande pubblico, attraverso un allestimento personale, un nutrito gruppo di opere d’arte provenienti dalla collezione privata di Anna e Gabriele Braglia.
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Attraverso tre cicli di opere, visivamente molto diversi, si ricompone il senso unitario del percepire il mondo come esercizio difficile, rivestito però di una forma ora geometricamente elegantissima, ora bizzarra nelle immagini, ora concettuale. Sono infatti esposti per la prima volta i lavori del ciclo “Liseberg” dal nome di un parco divertimenti scandinavo, ripreso nel triste tempo invernale di chiusura: sotto cieli di piombo, giostre, autoscontri e ottovolanti si animano saltuariamente, offrendo immagini di una spensieratezza dai tratti incongruamente spettrali, in un’atmosfera di sospensione carica di mistero. Sono inoltre in mostra numerosi “libri”(della serie “Tutto”) in metacrilato colorato con antinomie decise scolpite sulle pagine aperte, e lucenti box in vetro e specchio con tarsie cromatiche geometriche (“Look at you”): ogni opera a suo modo riconduce all’assunto di base – la difficoltà di guardare – secondo processi visivi e mentali completamente differenti, ma il cui risultato è lo stesso, come una complessa argomentazione matematica che si può verificare attraverso percorsi dimostrativi differenti. Ovunque, nelle opere di Dynys, qualcosa impedisce di vedere, e al contempo spinge a farlo: l’immagine scompare e ricompare in un elemento lenticolare, oppure le parole si contraddicono o, ancora lo specchio è parzialmente offuscato o cancellato. Nel trovarsi di fronte a possibilità espressive tanto differenti come in questi tre cicli di lavori, lo spettatore è così posto di fronte alla possibilità di scegliere il suo modo di guardare al mondo – chi ama l’immagine, chi l’armonia, chi il pensiero… -, fermo restando che “deve” scegliere e deve poi “superare la difficoltà” di guardare, come si supera una prova esperienziale, di formazione, di compiutezza etica ed estetica. Chiara Dynys è nata a Mantova e lavora a Milano. Sin dall’inizio della sua attività, nei primi anni novanta, ha agito su due filoni principali, entrambi riconducibili a un unico atteggiamento nei confronti del reale: identificare nel mondo e nelle forme la presenza e il senso dell’anomalia, della variante, della «soglia» che consente alla mente di passare dalla realtà umana a uno scenario quasi metafisico. Per fare questo utilizza materiali apparentemente eclettici, che vanno dalla luce al vetro, agli specchi, alla ceramica, alle fusioni, al tessuto, al video e alla fotografia. Chiara Dynys ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in importanti musei e istituzioni culturali pubbliche e private italiane ed estere. Il prossimo impegno della Cortesi Gallery sarà la partecipazione alla prestigiosa e selettiva fiera Tefaf nella sezione Showcase dove verrà presentato uno stand con opere di artisti appartenenti al Gruppo Zero ed in contemporanea sarà presente alla fiera newyorkese The Armory Show.

LONDON
41 & 43 Maddox St.
W1S 2PD - UK

MILANO
Corso di Porta Nuova 46/B
20121 - IT

LUGANO
Via Frasca 5
6900 - CH

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  • Sommario Fino al 30 Aprile 2018 Cortesi Gallery presenta a Lugano una mostra in cui l’artista Chiara Dynys ribadisce l’idea della difficoltà di “guardare” e al contempo della necessità di farlo, come metafora dell’interpretazione del mondo.
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Giovedì, 07 Giugno 2018 14:04

Street Art 2 e Yaacov Agam - 51 steps

Dal 4 marzo e fino al 30 maggio i visitatori avranno la possibilità di respirare ancora una volta lo spirito della strada nelle oltre 50 opere esposte, la maggior parte delle quali inedite. La mostra, pur configurandosi come una prosecuzione della precedente, presenta tante novità nell’allestimento, con la presenza di nuovi pezzi e artisti in rappresentanza del panorama attuale della Street Art, in particolare della scena europea: molti i francesi presenti, ma anche inglesi e italiani. Di questi ultimi citiamo ALO, italiano ma operativo a Londra, RAVO, italo-svizzero famoso per il suo stile unico e le sue riproduzioni di opere rinascimentali con lo spray, e RAUL33, già protagonista della mostra “Atlantis” organizzata da Artrust a Lugano nello scorso autunno. Ampio spazio sarà ovviamente riservato ad alcuni dei nomi che hanno fatto, e continuano a fare la storia di questo movimento, tra cui Basquiat, Keith Haring, Banksy e Obey. Questa seconda edizione della mostra è un’occasione, per chi non è riuscito a visitare la prima, di conoscere la Street Art nelle sue molteplici espressioni contemporanee e, per chi ci è già stato, di scoprire nuove opere e nuovi artisti. A margine della mostra principale, Artrust inaugura anche “Yaacov Agam - 51 steps”, la prima di una nuova serie di “capsule exhibition” che saranno allestite negli spazi della scalinata interna dello stabile di Melano. “51 steps” sono i 51 gradini che il visitatore deve salire nel corso della visita alla nuova mostra. Aperta al pubblico dal 4 marzo, la mostra condensa, in un inedito percorso ascendente, alcune opere dell’artista Yaacov Agam. Israeliano, in seguito trasferitosi a Parigi, Agam è considerato uno dei massimi esponenti della Op Art e dell’arte cinetica. Le opere esposte, sempre a cavallo tra scultura e pittura, rappresentano una significativa sintesi del suo lavoro, in grado di restituirci a pieno quel gioco di colori contrapposti, cambi di prospettiva, illusioni ottiche, che sono al centro del suo progetto artistico. La mostra stessa è strettamente legata all’idea di movimento, la medesima che caratterizza le opere dell’artista. Il visitatore, uno scalino dopo l’altro, vede le opere trasformarsi, cambiare forma e colori, evolvere. Un gioco in salita che lo mette a stretto contatto le molteplici sfaccettature dei quadri e delle sculture di Agam. «“51 steps” è una formula che auspichiamo possa diventare un appuntamento fisso, collaterale alle nostre mostre principali – afferma Patrizia Cattaneo Moresi, Direttrice di Artrust – Potenzialmente ogni spazio fisico può diventare uno spazio in grado di ospitare l’arte. L’idea di allargarci anche alle scale viene da questa consapevolezza e dall’idea che un percorso insolito, che parta dal basso per concludersi al termine della scalinata, possa essere la forma di visita ideale per far conoscere un artista o una particolare forma d’arte. Sintetizzandola nello spazio di 51 gradini e nel tempo necessario a percorrerli».

STREET ART 2
Da Basquiat a Banksy, i Re della Strada.
Per maggiori informazioni:
www.artrust.ch/streetart2

YAACOV AGAM
51 steps. An upward exhibition
Per maggiori informazioni:
www.artrust.ch/agam51

4 marzo – 30 maggio 2018
Aperture straordinarie: domenica 4 marzo, sabato 7 aprile, sabato 5 maggio.
Presso Artrust SA, Via Pedemonte di Sopra 1, 6818 Melano CH
Dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 18.

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Artrust inaugura il suo 2018 con due mostre allestite in contemporanea a Melano: la principale “Street Art 2. Da Basquiat a Banksy, i Re della Strada”, prosegue sul filone della Street Art aperto lo scorso anno, con tante nuove opere e nuovi artisti, in rappresentanza del panorama dello stato attuale dell’arte urbana. A margine propone “Yaacov Agam - 51 steps”, la prima di una nuova serie di “capsule exhibition” che saranno allestite sfruttando gli spazi della scalinata interna dello stabile.
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Gli appuntamenti del The View si apprestano a diventare un must della vita sociale e culturale di Lugano…

«È questa la nostra intenzione. Anche per il 2018 The View, destinazione esclusiva dedicata ai cultori del “bello”, sarà la cornice di inedite iniziative culturali nell’ambito del format “Due chiacchiere con…”. Lo scenario si è aperto in occasione della novantesima notte degli Academy Awards di Los Angeles, proponendo un’esclusiva serata dedicata alla celebrazione del mondo del cinema e della statuetta dorata più ambita di sempre. A condurre la serata Enrico Vanzina sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore; accanto a lui la bellezza e l’eleganza di Isabella Ferrari attrice cinematografica e teatrale tra le più affermate e impegnate. Una serata all’insegna della celebrazione del Cinema e dei suoi più grandi protagonisti raccontata con passione seguendo il fil rouge di episodi inediti, e secondo la prospettiva di “un dietro le quinte” imperdibile e coinvolgente, perfetta occasione per commentare le assegnazioni delle tanto prestigiose statuette».

Si può già annunciare cosa promettono i successivi appuntamenti?

«Questo format sarà poi replicato con cadenza all’incirca mensile. Per la serata dell’11 aprile, tutta dedicata all’arte, possiamo annunciare la presenza di Lorenzo Pini che alla 57esima Biennale d’arte di Venezia ha omaggiato la laguna della sua opera “Support”: due mani che escono dalle acque e sembrano abbracciare la città. Nei mesi successivi sono previsti poi incontri con famosi personaggi della letteratura, dello sport, dello spettacolo»

Quale obiettivo vi proponete di raggiungere con questi incontri?

«La filosofia del The View è quella di coccolare i propri ospiti ma anche stabilire un saldo e duraturo rapporto con la città che ci ospita. Vorrenno che i nostri clienti e gli abitanti di Lugano si ritrovassere periodicamente in questo luogo straordinario per godere della presenza di personaggi interessanti e prestigiosi, trancorrendo una serata piacevole, mondana ma capace anche di arricchire sul piano della cultura. Il tutto accompagnato anche da golose proposte gastronomiche servite durante uno standing dinner approntato da bravissimi chefs»

Al The View tutto vuole essere dunque all’insegna dell’eccellenza…

«Il The View di trova in posizione straordinaria sulle alture che dominano il centro di Lugano ed è un gioiello dal design e dalla vista unica, una sorta di boutique hotel di lusso. Fin dal proprio nome celebra la caratteristica che lo rende inimitabile: il panorama mozzafiato, con la baia di Lugano e le montagne che la circondano, che si può ammirare da tutti gli spazi dell’hotel, concepito come un elegante yacht. Un design di altissimo livello contribuisce infatti a sottolineare ed esaltare questo elemento distintivo grazie agli interni che danno agli ospiti la sensazione di trovarsi all’interno di un esclusivo yacht sospeso sul lago. Un fascino particolare ha poi la grande terrazza, divisa in parte Lounge e parte ristorante, che è il luogo ideale sia per rilassarsi e godere del panorama immersi nel silenzio, sia per ospitare eventi esclusivi. L’apertura della stagione estiva è prevista per il 3 maggio con una serata che consentirà ai nostri ospiti di godere appieno di questa eccezionale terrazza aperta sul lago di Lugano».

La filosofia del vostro Gruppo e l’elevatissimo livello dei servizi offerti sono stati ripetutamente premiati in tutto il mondo…

«Stiamo raccogliendo i frutti di una strategia ormai applicata in tutte le nostre strutture e che ha avuto il suo banco di prova alla Maldive, e ciòè la tendenza alla personalizzazione di buona parte dei servizi offerti in funzione delle specifiche esigenze e richieste di ogni singolo cliente. In questo senso anche il The View interpreta perfettamente un nuovo concetto di lusso, più moderno, capace di emozionare l’ospite e lasciare un ricordo indelibile nel suo ricordo, grazie anche alla cura quasi maniacale per i dettagli, Il Gruppo è riconosciuto in tutto il mondo, e giustamente premiato, per la sua combinazione unica di tradizione locale e di stile italiano nel design e nel servizio al cliente e per l’eccellenza della sua formula all inclusive. Non a caso, per tutti questi elementi il nostro hotel è stato premiato per il terzo anno consecutivo ai “World Travel Awards” con lo “Switzerland’s Leading Design Hotel Award».

Il The View guarda dunque con particolare attenzione alla propria clientela locale e internazionale, ma si apre anche alla città e al territorio…

«Si tratta di una scelta molto precisa che intendiamo portare avanti attraverso un fitto calendario di iniziative e di aventi focalizzati non soltanto sulla cultura ma che, per esempio, spaziano anche sulla gastronoomia e il benessere. Cosi, organizziamo spesso serate culinarie a tema dove poter conoscere le migliori cucine di tutto il mondo, e saremo anche presenti ad eventi come San Pellegrino Sapori Ticino o Lugano Città del Gusto. Analogamente, offriamo opportunità speciali per conoscere la nostra splendida SPA con tutti i suoi servizi esclusivi per concedersi un momento di relax e benessere».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Dopo il successo ottenuto la scorsa stagione, l’hotel continuerà nei prossimi mesi a dare spazio a importanti eventi ospitando alcuni tra i personaggi di maggior spicco nel mondo del cinema, dell’arte e della letteratura. Ce ne parlano Alessia Tommasi, Digital E-commerce Manager di Planhotel e Nicoletta Gianni, Events e Marketing Manager di The View.
Pubblicato in Manifestazioni varie
Mercoledì, 06 Giugno 2018 13:47

Un artista mai convenzionale

La vicenda umana di Georg Baselitz è indissolubilmente legata con quella artistica per farne il personaggio simbolo di una molteplicità di contraddizioni comuni ad altri che, come lui, hanno vissuto lo stesso periodo storico. Nato in Sassonia, nella Germania est, alla fine degli anni Cinquanta giunge a Berlino ovest per studiare all’Accademia di Belle Arti. Il passaggio da uno stato comunista che insegnava e pretendeva dai suoi artisti l’adesione incondizionata al Realismo Socialista, ad una società orientata verso un liberismo di matrice americana sull’onda di un modello consumistico sempre più diffuso, non è certo stato indolore. Baselitz è tra i pochi artisti contemporanei le cui radici affondano nella storia della pittura europea e, a giusta ragione, viene considerato l’inventore di un linguaggio figurativo che attinge a un ricco repertorio di elementi iconografici e stilistici del passato i quali, trasposti nelle sue creazioni, acquisiscono tuttavia valenze nuove, contraddittorie e ambivalenti. Con grande libertà mentale e profonda conoscenza delle radici storiche della cultura tedesca, le sue immagini denunciano fin dagli esordi in termini provocatori e violenti il malessere di una società incapace di risollevarsi dai disastri anche psicologici della guerra. In questa mostra emozionante, ecco dunque svelata l'arte senza compromessi di Baselitz, dilaniata dalla solitudine, eppure vigorosa e caparbia, che si concretizza nelle figure granitiche e dolenti che popolano un mondo inconsapevole. L’artista nella serie degli Eroi, quasi colto da un vero e proprio furore creativo, forse per esprimere una profonda oscurità interiore e collettiva, dà vita ad una serie di dipinti straordinari: uomini colti nella loro fragilità, nella flagranza di un naufragio esistenziale: combattenti, partigiani, vittime di guerra, stretti nelle loro uniformi lacere e stagliati contro scorci desolati, fra arbusti spogli, orizzonti soffocati, cumuli di macerie. Eroi che hanno perduto ogni aura mitologica, affidati a una pittura non più celebrativa ma commossa, contorta, disperata. In loro vive l’angoscia della colpa, il senso della caduta, il ritrarsi lento del futuro e l’ombra di un passato di rovine. Sono modelli per un nuovo tipo umano: senzatetto e sradicati, il loro aspetto lacero cancella gli ideali illusori e gonfiati del Terzo Reich. Seguono poi i protagonisti delle Fratture, dipinti che rappresentano figure solitarie e anonime, smembrate, accompagnate da un bestiario di vacche e cani aggressivi. Le parti del corpo e della testa appaiono inghiottite in un turbinio grottesco nell’aria. Ancora una volta è il ritratto di un mondo caotico, privo di orientamento spaziale e di prospettiva, dove il motivo dipinto è destrutturato. A livello espressivo il problema di fondo della pittura di Baselitz è rappresentato dalla ricerca del superamento dell’irriducibile frattura tra la pittura di figura e quella astratta. L’artista, alla fine degli anni Sessanta, risolve la questione attraverso una provocazione che ne è diventata la cifra stilistica più riconoscibile. In Wald auf dem Kopf introduce il capovolgimento dell’immagine, un espediente formale provocatorio, che gli permette di spiazzare l’osservatore distogliendo la sua attenzione dal soggetto ritratto, filtrando la percezione attraverso la sorpresa e l’ironia. Baselitz ribalta lo spazio, lo presenta in una dimensione dissimile dall'usuale, per liberare il soggetto dal suo contenuto. La sua arte, aggressiva e spesso inquietante, si concentra talvolta su figure semi-astratte, ma anche su animali e paesaggi che sprigionano un senso di ostilità e isolamento, attraverso uno stile assolutamente unico. In queste opere egli ha scoperto un nuovo linguaggio che gli ha consentito di combinare i principi dell'astrazione con quelli del realismo, ma anche filosoficamente di "mettere il mondo a testa in giù", leitmotiv che ricorrerà poi spesso nella sua opera. Personaggi anonimi, amici e molto spesso la moglie Elke, sua compagna da una vita, assurgono a soggetto delle opere che hanno reso celebre l’artista a livello internazionale. Col trascorrere degli anni la carica rivoluzionaria della sua pittura poi sembra affievolirsi spingendolo nelle opere più recenti a rinunciare quasi del tutto all’immagine per lasciare spazio ad una pittura più concettuale e astratta, liberata da ogni esigenza di racconto. La figure delle opere realizzate lo scorso anno, ed esposte per la prima volta, con le quali la mostra si chiude, risultano appannate, sfuocate, piatte. O per meglio dire, come ha scritto l’artista stesso consapevole di questa deriva: “C’è in me una nuova tecnica pittorica; lasciare le cose svanire nella nebbia”. Ma ad un grande come Baselitz è stato, questo lo si può perdonare.

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  • Sommario Per celebrare gli 80 anni di Georg Baselitz, uno dei pittori più riconoscibili e influenti del dopoguerra, la Fondazione Beyeler di Riehen gli dedica fino al 29 aprile una mostra importante e difficile. Attraverso una novantina di dipinti e una dozzina di sculture in legno viene ripercorsa la parabola creativa di un artista che ha sfidato le convenzioni morali ed estetiche del suo tempo, di un uomo fortemente attratto ma anche critico nei confronti delle avanguardie.
Pubblicato in Mostre e Gallerie
Mercoledì, 06 Giugno 2018 12:18

I prodigi del collage

Nel 1948 Conrad Marca-Relli (Boston 1913 - Parma 2000) ‒ in uno dei suoi primi e più felici soggiorni nella sua Italia, nel Bel Paese, nella patria della grande arte, quel caro luogo che i suoi genitori avevano dovuto abbandonare molti anni prima, emigrando da Benevento a Boston – arrivò nella città eterna, dove incontrò Alberto Burri e Afro Basaldella. Con loro, da subito, strinse una intensa comunione, in un libero travaso di idee comunicanti, che oggi ci appaiono come il calmo e lirico e vasto vortice di una pittura che si fa materia, di una materia che si trasforma in puro bianco, in catrame, iuta, lino, carta, metallo, magica toppa; in una superficie bidimensionale che rifonda dal suo interno le proprie ragioni di apparire ed il senso di un nuovo essere. Tra il lirico, aereo cromatismo di Afro, e le grezze, bellissime campiture di Burri, Marca-Relli trovò quegli spunti e quelle conferme che il suo fare arte aveva già delineato. In un percorso simile e parallelo, dove tutte le tensioni ed i fiumi di un possibile primato cronologico - che a rigore, per pochi anni e pochi mesi, si potrebbe anche verificare - si sciolgono nel vasto mare di una felice comunità d’intenti. Ma, mentre Afro per tutta la sua attività rimarrà fedele alla sua lirica pittura: solide ali di farfalle, dove tutti i colori dell’arcobaleno si fondono e si scompongono come nel rifrangersi di un poliedrico cristallo, al contrario, com’è noto, Burri e Marca-Relli andranno oltre alla pittura, in un gioco di nuovi intarsi materici, in arazzi di variegate campiture e splendide cicatrici, dove il colore si fa iuta, la stoffa diviene modulo, un pezzo di carta felice oasi, ed un calibrato riquadro di metallo, sapientemente ripetuto e modulato, sarà insieme ritmo e struttura, forma e colore. Ritornato a New York, nei primi anni Cinquanta, Marca-Relli strinse una intensa amicizia con William de Kooning e Jackson Pollock, collaborando ai grandi ideali di una nuova arte americana, insieme a Philip Guston, Mark Rothko, Robert Motherwell e molti altri. Nel 1951, insieme a Leo Castelli, fu lui ad organizzare la prima mostra collettiva del cosiddetto espressionismo astratto americano, “Ninth Street Show”. E, due anni dopo, nel 1953, ad esporre i suoi primi inediti collages alla Stable Gallery, nella loro seconda rassegna collettiva, individuando così la celebre Scuola di New York. Poco dopo, con l’assegnazione della Logan Medal dell’Art Institute di Chicago (1954) - l’anno precedente vinta da de Kooning - e più tardi, con l’ampia retrospettiva dedicatagli al Whitney Museum di New York nel 1967, il suo nome si impose tra i più importanti della nuova arte americana. Ma, diversamente da de Kooning e Pollock, così aperti alla profonda gestualità dell’inconscio ed ai liberi furori dell’improvvisazione, Marca-Relli, componendo le sue vaste tele, ha sempre preferito una meditazione, una calma, un ordine, ogni volta filtrato dalle luci della coscienza. Se il suo amico De Kooning sperimentò anche una pittura realizzata ad occhi chiusi - dove i prodigi del caso possono strutturarsi in una visione del tutto inconscia - Marca-Relli ha sempre tenuto gli occhi bene aperti. Se il suo amico Pollock approfondì tutte le possibilità del dripping, attraverso il mirabile e disperato gesto del suo braccio - una nuova bacchetta magica e colorata, rabdomante ricerca delle segrete forme del cosmo - Marca-Relli, nobilissimo sarto della forma, ha sempre vestito le sue tele con i più meditati e sapienti intarsi. Secondo una parziale schematizzazione: alla velocità ed al furore americano, Marca-Relli ha sempre preferito una riflessione europea, una calma mediterranea, una lentezza meridionale, ben presto concretizzatasi nel suo profondo amore per le sue origini: per la grande pittura del Rinascimento italiano. Nell’invenzione di una inedita realtà del collage - ricco, denso, monumentale - dove gli eleganti precedenti di Picasso e Matisse, ampliandosi ben oltre la carta, e utilizzando altri materiali come la stoffa, la iuta, la plastica ed il metallo, ha saputo trasfigurare le sacre memorie ed i nobili ritmi di Paolo Uccello e Piero della Francesca, in un’altra mirabile “sintesi prospettica di forma e colore” (Roberto Longhi).

Appuntamenti in Galleria
Fino al 30 Marzo
Nobuyoshi Araki
Il demone dell'Eros

Informazioni aggiuntive

  • Sommario La galleria luganese ospita dall'11 aprile al 15 maggio una mostra di Conrad Marca-Relli, artisti di origine statunitense che ha trasformato i suoi lavori in preziosi intarsi materici.
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