Lunedì, 25 Giugno 2018 15:06

Un'irrefrenabile curiosità

Non capita tutti i giorni di poter incontrare un consigliere federale nella calma di casa sua…

Montagnola oggi è casa mia, ma io sono nato a Sessa e … cresciuto tra le donne. Mio papà era spesso assente per lavoro, faceva l’assicuratore e a quei tempi le polizze si firmavano la sera, quando il marito rientrava, quindi io restavo a casa con la mamma e le tre sorelle. Ho dovuto imparare fin da subito a socializzare, a cercare soluzioni concrete, come per esempio l’utilizzo dell’unica sala da bagno che avevamo… non può immaginare quante discussioni abbiamo avuto per quel bagno (sorride), ma tutto sommato quei litigi hanno anticipato delle modalità di negoziazione utili nell’età adulta.

Immagino che Sessa fosse un paesino come oggi, immerso nel verde, senza dimenticare che suo padre, durante il giorno, continuava a fare il contadino. Lei che tipo di bambino era?

Da quello che ricordo e dalle sgridate di mia mamma, quando arrivavo a casa con i calzoni rotti (ridiamo), ero un bambino abbastanza vivace. Andavo tanto nel bosco, giocavo con i miei compagni di scuola, ero uno “strusone”, creavo i miei giochi, mi divertivo con poco. Ho cominciato a spostarmi da Sessa quando ho iniziato il ginnasio, ad Agno e poco più tardi, a 12 anni, andavo a Lugano per gli allenamenti di atletica. Ho praticato anche il lancio della boccia a Cornaredo, ma per poco perché a 13 anni ho perso un dito e la boccia va tenuta con le cinque dita… la cosa mi aveva demotivato.

Posso chiederle cosa le era successo?

Niente di straordinario: saltando una ringhiera mi è rimasto dentro il dito. Nessuno ne aveva fatto una grande storia, era un mondo molto più semplice, non ci si lamentava troppo anche perché rischiavi di prenderle.

Sembrano passati secoli e stiamo parlando di quarant'anni fa… c’era molta più severità nella crescita dei figli…

Mio papà era rigido, il classico papà ticinese che non fa complimenti ai figli, soprattutto al figlio maschio, perché non vuole che perda la motivazione. C’era quando era necessario. Non era un tipo che ti dava le pacche sulle spalle, però negli anni la sua soddisfazione mi è arrivata attraverso le altre persone. È stato un buon padre.

Immagino, anche perché lei è stato il primo accademico della famiglia. Come mai ha scelto di studiare medicina?

Per curiosità. Quando ho perso il dito mi chiedevo: perché il sangue esce cosi, perché non ho sentito male quando l’ho spaccato? Avevo già un forte interesse per il corpo umano. La stessa cosa mi è successa quando ho assistito ad una crisi epilettica di un mio compagno… mia mamma mi ha raccontato che per giorni l’ho tartassata di domande.

Curioso, vivace, immagino andasse anche bene a scuola…

Andavo bene a scuola, ma non ero un secchione, ero un ragazzino come gli altri, mi piaceva il motorino… ricordo che ho lavorato un’estate intera, eravamo una famiglia modesta, per potermelo comprare (si ferma un attimo) anzi: ho lavorato per sei settimane e poi sono andato a fare il “piangina” da mia nonna perché i soldi non erano abbastanza (ridiamo). E poi facevo autostop…

Autostop?

Per noi era normale negli anni ‘70, uscivo davanti a casa e qualcuno passava sempre… in fondo era come chiedere un passaggio.

E a Zurigo come si è trovato? Anche perché lo schweizerdeutsch non facilitava di certo gli studi…

È stato un periodo intenso, perché lì sì che dovevo studiare molto, ma ho anche dei ricordi divertenti, come quando mi sono ritrovato in mezzo alla strada senza più una casa.

Scusi ma che cosa era successo?

Avevo preso un appartamento fuori città con altri tre ragazzi, in una casetta di una signora severissima, che aveva posto condizioni strettissime: non potevamo suonare strumenti (a quei tempi suonavo la tromba), organizzare cene, portare ragazze… e alla fine sono stato buttato fuori, senza troppi giri di parole, perché una sera ero seduto in casa a chiacchierare con una ragazza (ridiamo).

Ma come mai dopo l’Università è rientrato subito in Ticino?

In quel periodo, era il 1988, c’erano molti medici, quindi appena avevi un posto di lavoro lo prendevi. Se l’avessi trovato a Bienne… sarei andato a Bienne, mentre l’ho trovato all’Ospedale Italiano nel reparto di chirurgia.

Diamo almeno un assaggio di come si è avvicinato alla politica…

Nella mia famiglia nessuno faceva veramente politica. Mia mamma era nata e cresciuta a Bergamo e si occupava soprattutto della casa, mentre mio papà, che era nato a Longhirolo, a tre chilometri da Sessa, ma nel comune di Luino, conosceva la politica di paese. Mia nonna infatti aveva preso nel 1928 un ristorante a Sessa e a quei tempi, in ogni paese, c’era la banda dei liberali e quella degli “uregiatt” (PPD). Visto che aveva due figli maschi ne aveva piazzato uno da una parte e uno dall’altra, per tenersi buoni più clienti, e a mio papà era toccato il gruppo dei liberali e ci ha educato di conseguenza.

Sbaglio o prima di andare in consiglio nazionale non è mai stato attivo in politica?

Esatto, ma ho sempre amato l’impegno pubblico, sono un po’ un animale collettivo. Da studente ero nell’Associazione studentesca ticinese a Zurigo e tornato a Lugano, a 27 anni, ho assunto la presidenza della Società dei medici assistenti e capo-clinica ticinesi. Quindi, per rispondere alla sua domanda, politica attiva no, ma molta politica professionale (soddisfatto).

E tra tutti questi impegni dove ha conosciuto sua moglie?

L’ho conosciuta a Zurigo, studiava medicina ed era più giovane di me di due anni; ma la fiamma si è accesa anni dopo, quando lavorava all’Ospedale Italiano ed io ero al Civico, avevo 29 anni. Non è stato facile (sorride), ho dovuto ammaliarla convincendola ad assumere il ruolo di segretaria dell’Associazione medici assistenti e capo clinica. L’ho un po’ imbrogliata, come dice lei (ride).

Non avete avuto figli?

No, purtroppo non ne abbiamo avuti e forse è anche per questo che entrambi ci siamo dedicati molto alla carriera professionale.

Una carriera professionale intensa e impegnativa, si sente fortunato o non le è stato regalato nulla?

Per me si è trattato di saper cogliere le opportunità. Inizialmente volevo diventare otorinolaringoiatra, ma erano gli anni dell’epidemia dell’AIDS. All’Ospedale Civico cercavano un medico che si occupasse di questo tema. Nessuno voleva farlo perché c’era molta paura, si sapeva che era una malattia contagiosa e mortale, poco si sapeva sulle modalità di contagio. Quando il Professor Moccetti, allora primario, chiese se qualcuno era interessato ad occuparsi della malattia, nessuno si fece avanti; perciò decisi di affrontare la sfida. Nel luglio dell’89 aprimmo un servizio ambulatoriale per questi pazienti. Per me è stata un’esperienza importante, tanti pazienti erano coetanei che conoscevo, mi sentivo legato a loro emozionalmente più che alle persone anziane ricoverate.

In seguito è diventato medico cantonale, non le è dispiaciuto perdere questo legame privilegiato con il paziente?

Non proprio, poiché avevo capito che la sofferenza principale dei malati di AIDS proveniva dal tessuto sociale: i malati erano percepiti come una sorta di mostri. Questo mi aveva fatto capire tantissime cose sul piano antropologico, sul significato sociale di una malattia. Così mi è sembrato normale indirizzarmi verso la branca della medicina che si chiama “salute pubblica”. Il caso ha poi voluto che il medico cantonale, Giordano Kaufmann, fosse talmente sotto pressione per l’epidemia di AIDS, che mi chiese di diventare medico cantonale aggiunto. Ma a convincermi era stato l’allora consigliere di Stato Rossano Bervini, sensibile al tema. Il vero dilemma è però arrivato dopo… ero a Losanna nel 1996 per concludere la mia specializzazione e con Paola pensavamo di trasferirci ad Atlanta per un’esperienza professionale al Servizio di epidemiologia investigativa degli Stati Uniti, quando si aprì il concorso per medico cantonale. Ricordo che ogni sera tormentavo Paola con i miei dubbi. Alla fine ho deciso di concorrere al posto di medico cantonale: un treno che non sarebbe più passato per decenni. E ne sono felice: mi sono ritrovato a svolgere una fantastica professione per undici anni. Probabilmente non sarei in Consiglio federale, senza quell’esperienza.

Anni durante i quali i rapporti con Palazzo delle Orsoline si fanno sempre più intensi e poi arriva il 2003, le elezioni federali… e lei finisce inaspettatamente a Berna…

In quegli anni ero vicino al PLR, percepivo che i valori liberali erano i miei: responsabilità, libertà, razionalità, assenza di dogmi... Il presidente Giovanni Merlini mi chiese di entrare in lista per il Consiglio nazionale. La ragione era divertente: tutti gli altri partiti avevano un medico in lista, mentre al PLR mancava! Mi convinse rassicurandomi: “Si trattava di partecipare, non sarai eletto!”. Così nell’autunno del 2003 feci una bella campagna, molto divertente, cosciente che io ero un novizio e che l’obiettivo era quello di riconquistare il terzo seggio al Nazionale con Laura Sadis. E l’obiettivo fu raggiunto! Laura Sadis venne eletta e io mi ritrovai primo subentrante. Poi il caso volle che Sadis divenne Consigliere di Stato nel 2007 e che io finissi a Berna (ride).

Un’entrata clamorosa, un cambiamento radicale a livello di vita, se non ricordo male in quel periodo perse anche diverso peso…

Dieci chili, poi ancora cinque; erano anni che desideravo perdere peso e quando mi sono ritrovato a Berna… senza le cenette di mia moglie…. Inoltre proprio in quel periodo avevo ricominciato a correre.

Consigliere nazionale, diventa subito vicepresidente del Comitato centrale della Federazione dei medici svizzeri e inizia a farsi amici nelle lobbie più potenti, scelta critica…

Sono stato criticato unicamente per le casse malati, mai invece per essere stato vicepresidente dei medici svizzeri, una lobby ben più potente di quelle delle casse malati… o presidente, negli ultimi 5 anni, dell’Associazione nazionale mantello delle case anziani (CURAVIVA), la più grande che io abbia presieduto, con un budget di 25 milioni.

Sapendo che le casse malati non erano viste di buon occhio, non poteva, come dire, andarsene?

Sapevo che sarebbe stato un danno di reputazione politica, ma fa parte della mia personalità, mi piace anche provocare. Soprattutto per tentare di far dominare la razionalità sul pregiudizio.

È successa la stessa cosa quando ha aderito all'Organizzazione in difesa delle armi pro Tell e poi si è ritirato?

Sì, questo sono io. Mi piace smuovere delle zone nelle quali si divide in modo maniacale i buoni dai cattivi, con dei pregiudizi giganteschi.

E come ha reagito quando si è reso conto di essere in corsa, di avere le carte giuste, per diventare il 117esimo consigliere federale svizzero?

Ho capito presto che la strada sarebbe stata tutta in salita e che avrei dovuto ingoiare molti rospi. Ma ero conscio di dove ero già arrivato, avendo vissuto tante cose e avendole superate. È una progressione, come accade in tutti noi, pochi nascono geni. Nella maggior parte dei casi siamo persone normali che evolvono. Aver vissuto intensamente per decenni la vita associativa mi ha di certo insegnato molto. In quel momento mi sentivo pronto.

Non ha mai avuto paura? Paura di non farcela, paura di non essere la persona giusta? Paura di non riuscire…

La paura c’è sempre ed è un bene, perché costringe a riflettere. Ma non deve paralizzare. La mia paura non mi ha tolto il sonno, però era una tensione continua. Momenti di grande solitudine mi hanno fatte crescere. Ero consapevole che le cose potevano anche andare male: ero pronto a tutto.

Un’autodisciplina che probabilmente rispecchia il carattere di suo papà…

(Ride). Lui ne sarebbe stato contento, infondo è così che mi ha educato. Sa… l’episodio del dito non mi ha solo provocato grande curiosità per il corpo umano, mi ha segnato anche caratterialmente. Ricordo che quando hanno deciso di amputarlo mio papà mi ha portato al vecchio Civico e mi ha detto: “Ti lascio qui e poi torno a prenderti nel pomeriggio”. Quell’attesa è stata la più lunga della mia vita: ero da solo, in una stanza semioscura, ad aspettare che mi amputassero il dito cucito. Non voglio criticare mio padre, ma per farle capire come esperienze del genere ti fanno maturare. Facciamo una breve pausa, non è mai semplice ricordare.

Come ha vissuto le dimissioni di Burkhalter, l’essere diventato l’interesse mediatico estivo…

Quando sono arrivate le dimissioni a sorpresa di Burkhalter eravamo in pausa pranzo. Come presidente del Gruppo parlamentare ho richiamato dalla pausa i 45 parlamentari PLR per informarli e condividere la strategia comunicativa. La notizia è stata data alle 15.00 e alle 16.15 già girava il mio nome. In quel momento ho pensato: “Mi uccidono ancora prima di iniziare”. I media sono difficili da gestire, la loro logica ha perso molta razionalità. È la logica dello spettacolo, che vuole scandali per vendere. Essere stato dato per favorito sin dalle prime ore mi ha trasformato in bersaglio prediletto: ho passato l’estate a schivare le freccette del tiro al bersaglio. Qualunque cosa io facessi o dicessi era a priori trasformata in scandalo. È certamente stato l’esame più difficile!

Quindi quando tutto è finito, quando è stato eletto al secondo turno, ha provato un grande sollievo…

L’essere stato rapidamente eletto mi ha regalato una grande gioia, ma ancora una volta non ho potuto fermarmi ed assaporarla perché c’erano troppe cose cui pensare, i media da gestire, era ancora una volta un inizio.

Sua moglie l’ha sempre sostenuta, nella carriera medica, in quella politica, ma immagino che anche per lei la sua elezione sia stata un momento di grandi cambiamenti…

I primi giorni successivi alle dimissioni di Burkhalter era preoccupata, temeva che le nostre vite sarebbero state stravolte e si chiedeva se davvero ce n’era bisogno. Poi le ho spiegato che era un altro treno che passava e che non sarebbe più passato. Ha dovuto abituarsi all’idea, essendo più timida e riservata, di assorbire i veleni. Per una persona che ti ama non è facile accettare tanta gelosia e crudeltà. Ma dopo qualche giorno mi ha detto: “Conta su di me”.

In questo momento lei non può parlare della sua attività politica, ma mi dica almeno una cosa: cosa ne pensa del Dipartimento assegnatole?

Sono contento. Tutti volevano che io andassi al Dipartimento dell’interno, quello di Berset, dove avevo le migliori competenze. Ma per fortuna non è stato il caso, perché qualsiasi cosa avessi detto o fatto nella sanità, sarei stato accusato di fare il gioco dei “cattivi lobbisti” delle casse malati o dei “buoni lobbisti” dei medici. Agli Affari esteri posso invece agire senza questa tara. C’è naturalmente la patata bollente dei rapporti con l’Unione Europea, ma parto incondizionato. La politica estera, in una democrazia diretta, è politica interna! Ci sono questioni che sul piano interno non passano, altre che non passano sul piano internazionale: bisognerà dunque trovare la quadratura del cerchio. E poi (tono scherzoso) spero di contare sulla comprensione che si riserva ai neofiti!

I suoi elettori tengono molto a lei, avere lei a Berna è come avere un pezzo di Svizzera italiana anche se, teoricamente, non dovrebbe cambiare nulla…

Invece io credo che cambierà qualcosa; la mia presenza garantirà una migliore considerazione della lingua e cultura italiana, ne sono persuaso! Qualche sera fa ero a cena con Alain Berset e mi ha detto: “C’è una cosa che ho imparato con la tua elezione: hai sulle spalle aspettative lunari da parte della Svizzera italiana. Quando sono stato eletto io, il Canton Friborgo non si aspettava qualcosa di speciale da me; i friborghesi erano certamente fieri, ma non avevano desideri molto diversi da quelli degli altri svizzeri. Invece la tua elezione ha una dimensione culturale maggiore”. Un po’ per volta a Berna ci si rende conto che una parte di svizzeri non ha avuto, per molti anni, quel legame simbolico e psicologico necessario con il proprio Governo, per sentirsi partecipi di un progetto comune. Un vuoto durato 18 anni, che ho oggi il dovere e il privilegio di colmare. Tanti anni da recuperare.

Troppi anni aggiungo io.

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Ignazio Cassis, 56 anni di Sessa, è il 117 consigliere federale della storia elvetica, l'ottavo per il Canton Ticino. La sua vita è caratterizzata da un’intensa curiosità e da occasioni uniche, come le dimissioni inaspettate del consigliere federale Didier Burkhalter, che l'ex medico cantonale ha saputo cogliere. Negli anni Ignazio Cassis ha imparato a seguire il suo istinto e ha sempre trovato grande sostegno nella moglie Paola. Ambizioso, ma allo stesso tempo modesto, provocatore quanto basta, Ignazio Cassis è ora chiamato a dirigere uno scottante Dipartimento federale degli affari esteri.
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Venerdì, 22 Giugno 2018 15:30

The world that will come

In today’s Liquid Modernity, is Jihadism liquid too?

«I believe that the latest generation of Jihadism could be considered ‘liquid’ although, perhaps, not in the way intended by Zygmunt Bauman. There are liquids in the explosives used by jihadists and, on the other hand, blood, of course, is liquid. This generation of Jihadists is undoubtedly bloodthirsty. They say that the blood of their enemy – whoever it is – is halal, the Arabic word for ‘permissible’ (a familiar use of the term is in connection with halal food i.e. that which adheres to Islamic law, as defined in the Koran). Furthermore, this notion of liquid could be used to portray what Jihadism is in today’s society. Today’s Jihadists apply ‘soft power’, meaning that they are not organised in a defined hierarchical structure. What we are observing today is, in fact, a phenomenon that is not Leninist nor pyramidal, as was the case with Al-Qaida, an organisation in which orders would come from the top, somewhere in Waziristan or Balochistan (or wherever) and which would then be implemented by activists. That is what happened, for instance, with 9/11 when individuals were trained and did everything by the book. Eventually, that system did not survive insofar as Al-Qaida is an elitist movement and therefore unable to mobilize the masses, even by virtual example, which was its original intention. We should also not forget that 9/11 was something that took place before the mass communication that came with the Internet; we were in the satellite television era, when the media was easier to control. Soon afterwards, with the global emergence of the Internet, social media, and video sharing, the paradigm changed and it was no longer necessary to have an organization to pursue related interests, but rather a ‘system’ (In Arabic there is an expression, Nizam, la Tanzim, which means “System, not organisation”). The modus operandi of this ‘non-organisation’ is to spread terror amongst ‘infidel’ masses and galvanize the militant attitudes by the use of the so-called ‘network-based terrorism’, whether in Europe or in the Middle East targeting civilians or ‘soft target’ enemies, leading therefore towards a fracture within society. The belief was that European societies would soon go back to their dimension of racists and white supremacists. In fact, we have since experienced the rise of various right-wing movements, such as the Front National in France, the Afd in Germany. This allowed jihadists to recruit their militants and tell them to see the ‘others’, namely the whites, as a bunch of racists. However, this ‘system’ has failed because Marine le Pen, leader of the Front National, was eventually defeated by Macron, and since then, the extreme right in France has lost strength. Therefore, to some extent, jihadism and the extreme right, at least in the French case, are losing ground, though previously the two movements were close to each other. During the French presidential elections, in the Le Pen-Macron rounds of debates, Macron once said to Le Pen (quoting me actually) that “jihadists wanted her to be elected as it would suit their interests”».

Would an improved dialogue with Shia Iran be the key to achieving stability in the MEM region?

«A dialogue between Iran and the Shiites is necessary, but it should be unbiased, not conditioned by the views and the dynamics of long-standing relationships between the West and the Arab Sunnis. The petrol-monarchies of the Peninsula are now torn between Saudi Arabia and Qatar: if Iran is not reintegrated in the new Middle East, then they are again going to undergo a moment of crisis. One of the main aims of the MEM Freethinking Platform is to bring together young people (the Middle Eastern leaders of tomorrow) who will be able to bring fresh thinking about the future of the region. They have been at odds with each other for six years now, since the Arab Spring, when everybody was interested in killing their next of kin. Now it is time for reconstruction, and Switzerland has a role to play in this process».

So do you believe in the potential of Lugano as a neutral venue for fostering dialogue not only North-South, but also West and Middle-East?

«I believe it and South-South as well. To a large extent, not only because Lugano is the part of Switzerland that looks towards the Mediterranean, but also because Switzerland as a whole benefits from its neutral stance. When the traditional diplomatic instruments do not function anymore because they reach out to non-governmental organisations rather than States, Switzerland is rather well placed because it has no explicit agenda for itself, and therefore can initiate the dialogue. Moreover, there is no real objection from the rest of Europe because European countries know that they cannot deliver this dialogue by themselves and that is why Switzerland, and Lugano in particular, is an appropriate venue for that purpose».

Would the idea of a Federal state in the Middle East be something to envision, coming from Lugano?

«The Middle East had already adopted a Federalist model like the Swiss one, in Lebanon, which was once considered the Switzerland of the Middle East. Unfortunately, that model did not have the same success in Lebanon as in the Swiss Confederation. Today, that area of the Middle East is faced with a massive humanitarian problem, particularly in war-torn Syria. We would hope that the fall of Raqqa and the end of the ISIS para-State system would enable the reconstruction of the country, but this is not yet on the table. This is something we have to think about, by bringing the young leaders from this area to the Summer Summit in Lugano, next year. We believe in the rebirth of the entire Lebanese-Syrian region, which was erased largely because of the dominance of the ‘petro-Islam’, and to reestablish its capacity as a mediator between Europe and the Middle East and the Near East. This element of mediation has to be revived, and the fact that Lebanon and Syria became the field for the diverging interests of the great powers means that the reconstruction of the Levant is now a major issue. In this already complex situation, the essential role of Russia is not to be forgotten, which now has the edge in the Levant because they are backing the Assad regime and they have adopted a sort of efficient ‘cost-soldier’ strategy, caring little about protocols and civilian casualties. Now, faced with the prospect of reconstruction in the region, Russia cannot deliver it because of the financial impact of falling oil prices (caused also by the emergence of shale oil and fracking in the US). The price per barrel is estimated to drop down to 25 or even 20 dollars a barrel in a year or two from now, mainly because of technological improvements. Therefore, this is going to be a major problem for the stability in the MEM region. Moreover, the oil rent was the basis for financing of Islamism in the region, so the big question mark is how can we see the future with those changing circumstances. This is one of the challenges that we are considering here in Lugano».

Multiculturalism: is there a future or has it failed?

«Multiculturalism entails the juxtaposition of communities that live apart from each other, and therefore it is not a significant recipe for integration. My gut feeling is that soon we will experience ‘Balkanisation’ (fragmentation) processes where, in the best case, organisations will fail and, in the worst case, civil wars will break out. At the end of the day, what brings us together is more important that what divides us, which is the motto of the MEM Freethinking Platform». Further information on the MEM Freethinking Pla

Informazioni aggiuntive

  • Sommario The renowned French political scientist and Arabist Gilles Kepel (professor at the Paris Institute for Political Studies, Sciences PO, and the Director of the Middle East and Mediterranean Chair at PSL Paris Sciences et Lettres Research University, based at École Normale Supérieure) chairs the Middle East Mediterranean (MEM) Freethinking Platform, which was created at Università della Svizzera italiana based on the shared feeling that there is a strong need to encourage a critical and participative look at the disrupting events of today’s world, with a strong focus on the situations in the MEM region. “Inside the MEM” is the global educational component of the MEM Freethinking Platform, consisting of a series of lectures and seminars, in English language, given by Prof. Kepel.
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Mercoledì, 20 Giugno 2018 08:34

La passione per l’arte non si esaurisce mai

Come si diventa appassionati d’arte?

«Nella mia casa ho sempre respirato aria di cultura. Negli anni della guerra, vi passavano personaggi importanti. Da adolescente ebbi poi modo di conoscere l’artista Edmondo Dobrzansky. Mi piaceva vedere che lui, pittore di matrice espressionista, lavorava su una “arte di condizione”, collegata cioè alle dolorose vicende di quel tempo. Ragazzo, usai i miei risparmi per acquistare una sua matita grassa colorata su “I ferrovieri al lavoro” e lui rimase colpito da questa mia passione di collezionista in erba per cui ne nacque un rapporto intenso. Fu lui a farmi conoscere le avanguardie storiche dell’espressionismo: e questo metodo di confrontare l’avanguardia contemporanea con quella storica che la giustificava non mi abbandonò poi mai».

Il vero e proprio inizio della sua collezione ebbe però inizio qualche anno dopo…

«Nel 1962 mi trovai immerso nel mondo dell’economia e della finanza a Düsseldorf, alla Kommerzbank. Là c’era un membro della Direzione generale che mi sollecito’ a recarmi, a due passi dalla banca, alla Galleria Schmeila, uno dei maggiori luoghi europei dedicati all’avanguardia contemporanea. Lo feci, mi imbattei due mesi prima della sua morte nell’ultima mostra di Yves Klein, di cui ignoravo tutto (oggi opere sue fanno parte della nostra collezione). Leggendo il catalogo ebbi modo di cogliere di Klein la tensione quasi mistica, la sua ascesa al cosmico, conobbi i suoi monocromi, il suo celebre blu. Notai pure per la prima volta il nome e qualche opera di Arman e dei Nouveaux Réalistes, che poi alla fine degli anni ’70 divennero il centro dei miei interessi di collezionista».

Da anni, insieme a sua moglie Danna, lei ha costantemente ampliato la sua collezione con particolare riguardo all’arte di avanguardia…

«Alla fine degli anni ’70, collezionando i “Nouveaux Réalistes” e in particolare Arman, non potevo non constatare che questa avanguardia neo-dadaista e pop aveva chiarissimi legami con le avanguardie storiche (futuristi, dadaisti e i russi). Con Arman ebbi modo di parlare dei suoi lavori d’inizio carriera che mi portarono a scoprire le sue ascendenze: Balla, Schwitters e Duchamp». Proprio da queste avanguardie storiche comincio’ la partecipazione di mia moglie Danna che fu da quel momento fondamentale per scelte e organizzazione della collezione e poi per la gestione dello Spazio – 1. In particolare fu grazie alla sua collaborazione che successivamente continuammo ad acquisire opere dell’avanguardia italiana del dopo guerra (gruppo Forma, spazialismo, pop art, arte povera, ecc.) e la confrontammo con l’arte occidentale sempre in base a un indirizzo astrattista e di riflessione sull’oggetto.

Questa attenzione per le avanguardie rappresenta in ogni caso uno dei fili conduttori del progetto culturale legato allo Spazio -1…

«La nostra collezione si collega al progetto del LAC, nella prospettiva di uno sviluppo della collaborazione fra pubblico e privato su basi paritarie. Lo Spazio -1 propone, per la mostra autunnale, un inconsueto accostamento tra due artisti di diverse generazioni: il pittore ticinese Livio Bernasconi (Muralto, 1932) e la scultrice statunitense Carol Bove (Ginevra, 1971). Inoltre, come ogni anno, lo Spazio -1 presenta un nuovo allestimento della Collezione Olgiati con l’obiettivo di mettere in relazione fra loro opere dell'avanguardia storica e di quella contemporanea acquisite in momenti diversi».

Perché Livio Bernasconi rappresenta un unicum nel panorama artistico ticinese?

«Livio Bernasconi e Carol Bove devono la loro identità artistica agli scambi e alle contaminazioni tra la cultura svizzera e quella americana. Livio Bernasconi, formatosi in Ticino e in Italia, ha risieduto negli Stati Uniti a metà degli anni Sessanta, un soggiorno che ha prodotto un rigoroso e prolifico confronto tra la sua formazione europea, nell’ambito dell’informale, il Pop americano e l’espressionismo astratto. La dimensione pittorica di Bernasconi e l’universo plastico di Bove – pur nella differenza dei mezzi adottati e dell’attitudine intellettuale – sono caratterizzati dal linguaggio dell’astrazione arricchito da una grande vivacità cromatica».

Quali opere è possibile vedere in mostra?

«Il progetto per lo Spazio -1 prevede 15 dipinti di Livio Bernasconi datati a partire dagli anni ‘80: sono tutti caratterizzati dalla divisione della superficie pittorica in due diverse aree cromatiche, una contrapposizione dei piani animata da un movimento interno di forte dinamicità. Ampie campiture monocrome, tagliate al vivo, controbilanciate da ritagli cromatici periferici creano una tensione interna al quadro e attivano una relazione tra i diversi dipinti esposti sulle tre pareti perimetrali dello spazio ingaggiando così un sorprendente dialogo con la scultura della Bove collocata al centro della sala. La scultura di Carol Bove in mostra è composta di quattro elementi in acciaio dipinto, denominati dall’artista "glifi schiacciati" (crushed glyphs), ovvero elementi grafici deformati e collocati su una base molto ampia e di altezza ridotta».

Quale novità presenta invece A Collection in Progress?

«Ogni anno lo Spazio -1 presenta un nuovo allestimento della Collezione Olgiati con l’obiettivo di mettere in relazione fra loro opere dell'avanguardia storica e di quella contemporanea acquisite in momenti diversi. L’allestimento di quest’anno prende avvio con una sezione dedicata al monocromo che spazia da Yves Klein a Irma Blank, da Piero Dorazio a Marca-Relli; segue un omaggio all’artista francese Arman con opere dei migliori anni '60; il percorso continua con un capitolo sulla rappresentazione del volto con ritratti e autoritratti di Marisa Merz, Markus Schinwald, Jimmie Durham e Gino De Dominicis; in conclusione di percorso, dopo aver attraversato diverse sale, viene presentata una rivisitazione in bianco della ricerca del Gruppo Zero a confronto con Tauba Auerbach e Wolfgang Tillmans, proposto quest’anno dalla personale presso la Fondazione Beyeler di Basilea».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario La presentazione della mostra Livio Bernasconi – Carol Bove Two Swiss American Artists presso lo Spazio -1, costituisce una preziosa occasione per incontrare l’avv. Olgiati che con la moglie Danna ha dato vita ad una delle più prestigiose collezioni d’arte contemporanea presenti in Ticino.
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Giovedì, 07 Giugno 2018 13:54

Da ferriere a polo dell’innovazione

La vostra azienda è giunta alla quarta generazione di imprenditori alla guida di un’impresa familiare. Quali sono state le principali tappe di questa costante crescita?

«Il primo stabilimento risale al 1870 quando il fondatore Luigi Cattaneo installò a Faido la sua impresa per produrre gli attrezzi necessari al cantiere per la realizzazione del primo tunnel ferroviario Gottardo. Nei decenni la ricerca di qualcosa che potesse rinnovare la produzione e rafforzare la nostra presenza sui mercati è stata una costante preoccupazione delle generazioni che mi hanno preceduto. Il mio bisnonno Luigi, sfruttando l’energia della Piumogna, installò il primo maglio. Mio nonno ampliò oltre il Gottardo il mercato dei nostri prodotti facendo conoscere il nome di un’azienda che all’epoca aveva ancora caratteristiche artigianali. Mio padre Fausto ebbe il merito di dare alle ferriere il carattere di una vera e propria industria specializzata nella produzione di vagoni e carpenteria metallica. Infine, per quanto riguarda la mia gestione, ho cercato di diversificare la nostra produzione, iniziando già nel 1991 a produrre turbine, settore che oggi costituisce il 50% circa del nostro fatturato».

Quali sono i più importanti settori produttivi nei quali nel tempo si è andata specializzando Ferriere Cattaneo?

«In via Ferriere sono stati prodotti oltre 15.000 vagoni ferroviari. Grazie al nostro successo con il vagone porta container T3000 alla Fiera di Monaco del 2014, abbiamo potuto estendere la produzione anche alla Slovacchia. Siamo arrivati a oltre 2.000 pezzi, 580 sono previsti per il 2017 e fino al 2019 la copertura è garantita. Abbiamo in cantiere 22 vagoni speciali per manutenzione e pulizia e contiamo di programmarne altri 36 per il periodo 2018-2020. Stiamo guardando all’apertura di unità produttive in altri Paesi (Turchia), ma la mente ingegneristica è tutta ticinese e siamo gli unici rimasti in Svizzera a produrre carri merci. Esportiamo vagoni in Germania e in Austria, componenti per turbine a gas in 5 continenti, elementi per l’industria automobilistica in tutta Europa».

Quale sarà a suo parere l’evoluzione del trasporto su rotaia?

«Il nostro fiore all’occhiello, l’ultimo vagone merci ideato e realizzato, il Multitaschendwagen, è un carro sviluppato partendo proprio dalla convinzione che la crescita futura del trasporto merci su rotaia in Europa e il recupero di quote di mercato rispetto alla strada richiederanno sempre più vagoni moderni con prestazioni elevate in termini di carico, velocità di marcia, affidabilità, alta flessibilità d’impiego, costi di gestione contenuti, impatto ambientale efficiente ecc. Tutto questo, nello specifico della Svizzera e del Ticino in particolare, avviene in un contesto di rilancio del settore ferroviario destinato a prendere ulteriore vigore in seguito ad AlpTransit: un’infrastruttura che, a mio giudizio, è in grado determinare importanti ripercussioni economiche e sociali sull’assetto territoriale delle regioni che attraversa».

A proposito di AlpTransit, quale vantaggio potrà portare l’accorciamento delle distanze tra il Bellinzonese e i maggiori centri economici della Svizzera interna?

«Per gli abitanti di questo territorio si apre un nuovo mercato del lavoro, in particolare nei confronti di Zugo e di Zurigo, mentre le aziende a nord delle Alpi potranno usufruire di un’offerta interessante in termini di servizi e di disponibilità di capitale umano. Questa situazione potrà poi generare, e in parte lo sta già facendo, una maggiore richiesta di struttura abitative sul nostro territorio, da parte di ticinesi ma anche di persone provenienti dalla Svizzera interna e desiderose di stabilirsi nel Cantone».

La famiglia Cattaneo può davvero vantare un’autentica vocazione imprenditoriale. Quali sono le doti che è indispensabile avere per avere successo nella propria attività?

«Direi innanzitutto avere coraggio, tanto coraggio. Tutta la storia delle Ferriere Cattaneo è stata caratterizzata da scelte a prima vista controcorrente, rivelatesi nel tempo vincenti. Quando sono entrato in aziende per sostituire mio padre ero davvero molto giovane, ed inoltre provenivo dall’estero, dove avevo completato i miei studi. Grazie ad un entusiasmo che non mi ha mai abbandonato sono riuscito ad imprimere nuova forza all’azienda, rilanciandola a livello nazionale e internazionale con nuovi investimenti, nuove visioni e strategie imprenditoriali. Non ultimo, impostando anche nuove metodologie di lavoro, imperniate sul cost controlling (controllo dei costi) e attraverso il worst case, ossia sull’essere preparati a lavorare partendo dai peggiori scenari possibili».

Dal suo osservatorio privilegiato come giudica lo stato di salute e le prospettive dell’economia ticinese?

«Credo che siano tre le parole guida per progettare il futuro del nostro territorio: ricerca, innovazione e sviluppo. Ricerca significa trovare soluzioni competitive, fidabili, percorribili affinché possano essere inserite nei vari processi di engineering, collaborando nei vari campi con le università, i centri di eccellenza e gli enti preposti alla formazione. Essere innovativi vuol dire poi esserlo non solo nei prodotti, ma anche nell’innovazione dei mezzi di produzione e dei processi cui l’azienda si affida. Infine, lo sviluppo, in tutti i settori, deve essere improntato e impostato in modo continuo e duraturo, e poi implementato con obiettivi sostenibili, realistici e controllabili».

Qual è la sua valutazione riguardo ai progetti aggregativi di cui si parla ormai da tempo nel Cantone?

«Un territorio di una certe dimensione, amministrato da un unico comune, avrà il vantaggio di avere un unico ente di riferimento in grado di pianificare gli spazi e le strutture da adibire all’industria e all’artigianato, alla residenza, al commercio e ai servizi, oltre che promuovere il territorio in modo più mirato e ambizioso, e soprattutto meno burocratico».

Le Ferriere Cattaneo saranno protagoniste anche della Giubiasco del domani. Qual è il suo progetto?

«Come è noto su una grande area antistante le Ferriere, tra la ferrovia e il fiume, è prevista la costruzione del nuovo Ospedale Cantonale. La nostra iniziativa, che gode già del sostegno dei Comuni della regione e dei preposti uffici cantonali, è quella di mettere a disposizione buona parte del sedime occupato dall’azienda (poco meno di 50 mila metri quadrati) per creare un polo industriale con tanto di centro congressuale nonché appartamenti ed uffici. Meno acciaio e più idee. Là dove c'erano forgia e maglio vorrei vedere sorgere un centro congressuale, o meglio, una «Kongresshaus». Nel Bellinzonese strutture atte ad accogliere conferenze o eventi di grandi dimensioni non ce ne sono. E dunque in una moderna ed ampia sala conferenze si potrebbero, ad esempio, organizzare dei convegni di medicina a livello internazionale».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Aleardo Cattaneo è il CEO delle Ferriere Cattaneo di Giubiasco, azienda fondata nel 1870 e specializzata nella produzione di vagoni ferroviari, turbine e carpenteria metallica. Dopo quattro generazioni di imprenditori si affaccia ora un grande sogno: quello di trasformare le antiche ferriere in un avveniristico complesso di attività dedicate alla ricerca e all’innovazione tecnologica.
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Mercoledì, 06 Giugno 2018 14:50

Le nuove frontiere dell’arte

Dove bisogna rivolgere lo sguardo per trovare gli artisti più interessanti nel panorama contemporaneo?

«Nel corso dell’ultimo decennio ho concentrato molte delle mie attenzioni verso i Paesi dell'Europa dell'Est dove il tema della transizione economica e sociale fuori dal blocco ex-comunista rimane di grande attualità in un’opinione pubblica desiderosa di cambi rapidi e radicali. La rincorsa ai modelli occidentali accompagna l’emersione dell’arte contemporanea, nello stesso tortuoso e contrastato percorso verso la modernizzazione e la valorizzazione delle realtà artistiche nazionali. Tutti quei Paesi hanno infatti condiviso un’ideologia simile, ma accanto a realtà come la Romania, l’Ungheria e la Polonia, che hanno forse compiuto gli sforzi maggiori nel proporre i loro artisti in ambito nazionale e internazionale, ne restano altri che stentano a decollare, anche se sulla carta apparivano i più attrezzati alla ripartenza».

E per quanto riguarda i Paesi che sono stati al centro di drammatici conflitti etnici?

«La costituzione in sette stati nazionali (Serbia, Slovenia, Kosovo, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Macedonia) e soprattutto l’ulteriore decennale ritardo imposto dalle varie guerre jugoslave, le più violente che l’Europa abbia visto dopo la seconda guerra mondiale, hanno di fatto svuotato di sostanza il baricentro creativo dell’arte jugoslava che risiedeva a Belgrado generando in alcuni casi un sentimento di perdita, se non di nostalgia, negli artisti e curatori dell’ex Jugoslavia. L’attuale scena artistica serba, e quasi tutti i suoi attori, sembra essere stata intrappolata nell’eredità di emancipazione della società socialista».

E per il prossimo futuro cosa dobbiamo aspettarci dagli artisti dell’Europa dell’Est?

«In generale, le istituzioni coinvolte nell’arte cercano come possono di ripristinare i contatti persi e il vuoto generato dalle politiche culturali sbagliate e di superare l’enorme influenza della politica nell’ambito culturale e artistico. Abbandonati a farcela da soli gli artisti cercano di individuare una propria metodologia di lavoro per conseguire il successo fuori dal paese. Un mondo da scoprire a fondo che ci riserverà ancora molte sorprese e che rappresenta sicuramente al momento uno dei mercati più interessanti e vivaci per un collezionista internazionale attento e lungimirante».

Lei è oggi anche uno dei Project Manager di Imago Mundi, di cui è anche il curatore su taluni Paesi. In cosa consiste questo progetto?

«Imago Mundi è una grandiosa idea di Luciano Benetton, arte e mondo senza confini, una mappa in divenire, democratica, collettiva e globale, delle culture umane. Un unico formato, 10x12 centimetri, per artisti di ogni continente: più di 24.000 provenienti da oltre 150 Paesi e comunità native, che saranno più di 26 mila entro la fine del 2017. Affermati e nuovi talenti, tutti affiancati sulla stessa linea di partenza. E tutti coinvolti in modo volontario e senza fini di lucro. Sotto l’egida della Fondazione Benetton Studi Ricerche, Imago Mundi –unisce Paesi dove il benessere è più consolidato ad altri che vivono in uno stato di guerra; Paesi storicamente contrapposti e divisi; comunità e minoranze; invitando tutti a dialogare in nome dell’arte. Ne nasce un caleidoscopio – ardente, creativo, immaginifico – di tecniche, colori, correnti, ispirazioni. Un mosaico di storie, passioni, sogni, azioni e contraddizioni, dove ciascuna opera vive di luce propria ma al contempo diventa il tassello di un immaginario globale».

Questa collezione non resta chiusa tra le mura di un museo o nel caveau di una banca…

«Al contrario. Proprio per il suo carattere di collezione universale, Imago Mundi propone e organizza esposizioni in tutto il mondo: 21 collezioni sono ora impegnate in un lungo tour che sta facendo tappa nelle più importanti città della Cina. Si è appena conclusa una mostra a Venezia dedicata al Canada e ai suoi popoli, che presentava anche i nativi del grande Nord degli Stati Uniti, mentre per la prossima primavera è prevista a Trieste una importante esposizione che coinvolgerà più di 4.000 artisti. Gli artisti di Imago Mundi, inoltre, sono promossi internazionalmente attraverso i cataloghi, la piattaforma imagomundiart.com, Google Arts & Culture, e una intensa attività di pubbliche relazioni».

Una delle ultime collezioni da lei curate riguarda gli artisti curdi…

«Questa collezione racconta l'arte curda, nello spirito globale di Imago Mundi e nella convinzione che strappando una cultura dal mondo annientiamo un colore, un profumo, una parte della sua ricchezza. Ệ la più ampia ricerca finora completata sulla creatività del più grande popolo al mondo senza uno Stato: 115 artisti appartenenti alle varie comunità curde della Turchia, dell'Iraq, dell'Iran, della Siria e della diaspora. Un lavoro di catalogazione durato più di due anni che ha coinvolto giovani emergenti e maestri premiati nelle più importanti rassegne internazionali (Biennale, Documenta). Un mosaico di identità accolte insieme sulla piccola tela di Imago Mundi, tasselli di un dialogo transfrontaliero che si svolge sul territorio senza confini dell'arte contemporanea».

Infine, di cosa si occuperà nei prossimi mesi e anni Imago Mundi?

«Stiamo attualmente completando la collezione della Repubblica Moldova. Dal momento che Imago Mundi ha quasi completato la mappatura dei Paesi, territori ed identità su base nazionale, all’inizio del prossimo anno presenteremo la prima tappa d’un progetto triennale di collezioni transnazionali realizzate per Imago Mundi, che raccoglie 200 artisti top ed emergenti di tutto il mondo, selezionati da un board internazionale di curatori per rappresentare i “nuovi highlights” della scena internazionale dell’arte. Entro fine anno completeremo anche il catalogo del progetto Imago Mundi Libano, una collezione che presenta un’eccellente selezione di 120 artisti libanesi, presentata in versione ridotta a Palermo nel quadro della Biennale del Mediterraneo, gran parte dei quali sono presenti anche nell’attuale mostra su Beirut al MAXXI di Roma».


Chi è Claudio Scorretti
Nato a Rignano Flaminio (Roma) vive e lavora a Lugano. Durante gli studi universitari ha esordito a Roma come critico letterario e teatrale sulla stampa quotidiana e specializzata (più di 1.000 articoli, saggi ed interviste pubblicati). Dal 1978 al 1993 ha lavorato come addetto culturale e stampa presso il Consolato Generale di New York, organizzando mostre, festival, rassegne e concerti, presentando il meglio della cultura italiana nei teatri di Broadway e nei più prestigiosi spazi museali e concertistici newyorchesi (MOMA, Metropolitan Museum, Lincoln Center, Carnegie Hall, Guggenheim, Madison Square Garden etc). Ha fondato e diretto per cinque anni una galleria d’arte nel cuore di Chelsea: Axxle Gallery. Nel 1993 è rientrato in Europa, per stabilirsi con la famiglia in Svizzera (Ginevra - Lugano) e concentrarsi sull’arte contemporanea, con particolare attenzione agli artisti dei Paesi emergenti in qualità di consulente per istituzioni finanziarie, fiere d’arte, case d’asta, attraverso due uffici: Bucarest (Romania) e Istanbul (Turchia). Relatore in seminari di formazione specialistica e d’approfondimento su arte-investimento nei mercati emergenti. Curatore (oltre sessanta le mostre ed i rispettivi cataloghi realizzati per gallerie private e spazi museali in Italia e, soprattutto, nei Paesi dell’Europa dell’Est e del Medio Oriente). Dal 2013 è Project Manager per le collezioni ‘Imago Mundi’, Fondazione Luciano Benetton, Fabrica per alcuni paesi dell’Europa dell’Est, la Turchia ed il Libano.

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Alla guida di un network di collaboratori sparsi in molti Paesi, Claudio Scorretti è uno dei maggiori conoscitori d’arte europei e le sue valutazioni influenzano le scelte di collezionisti, musei, galleristi e investitori internazionali.
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Mercoledì, 06 Giugno 2018 11:59

Passione attaccante

Capita a tutti noi di pensare di conoscere qualcuno, ma nella maggior parte dei casi non è così… le persone nascondono vite molto più complesse di quello che all’apparenza può sembrare. Una premessa d’obbligo per questa intervista molto speciale a Luca Pedrotti, anche perché, oltre ad essere un personaggio conosciuto a livello svizzero, è un amico. La sua storia personale è profonda, fatta di sacrifici e anche di sconfitte.



Ho letto il lavoro di diploma di tua nipote Lisa. È incentrato su di te perché per lei sei un esempio da seguire e, leggendolo, devo dire che sono rimasta colpita dalla tua sincerità. Penso a quando racconti la tua vita d'attaccante alla ricerca di quel goal che più lo desideri più ti sfugge…

«È la vita degli sportivi, ma non è sempre facile accettare le critiche e non è per nulla semplice affrontare le pressioni di un allenatore e di un’intera squadra. Però voglio sottolineare che, quando fai qualcosa con tanta determinazione, impari a gestire anche i momenti difficili. Per me il calcio è stato un grande amore… ricordo ancora quando da bambino passavo ore davanti al muro di casa a prendere a calci il pallone oppure quando mia madre mi rimproverava per avere rovinato l’ennesimo paio di scarpe perché non la smettevo di colpire ogni sasso che incrociavo per strada».

Capisco che la passione sia un elemento indispensabile, ma come si sopravvive ai giornalisti che ti prendono di mira… al dover a tutti i costi segnare?

«È il destino dell'attaccante nel mondo del calcio quando sei a certi livelli. Ovunque abbia giocato (a Chiasso, Lugano, Grasshoppers e a Locarno) le aspettative su di me erano elevate. Tutto bene se facevo goal, ma quando - malgrado la mia volontà e gli allenamenti - non mettevo in rete un pallone, frustrazione e critiche diventavano sempre più grandi. Ma è proprio in questi casi che devi sapere rimetterti in gioco, fare affidamento solo sulle tue forze e non farti sopraffare dalle pressioni. Rialzarti dalla sconfitta più forte di prima, e continuare con fiducia a credere in te stesso».

Hai smesso di giocare perché le pressioni erano diventate troppe? In fondo avevi ancora del potenziale quando hai deciso di lasciare il calcio…

«Sono sincero: a un certo punto della mia carriera ho capito che il calcio non mi bastava più, sentivo di avere realizzato un sogno e avevo voglia di preparare il mio futuro lontano dai campi da gioco».

Scusa la curiosità, ma questa domanda devo fartela, guadagnavi bene?

(Ride di gusto) «Erano altri tempi, ma si trattava di cifre importanti. Ricordo la prima volta che ho portato a casa una busta da professionista: quando mio papà ne ha visto il contenuto me ne ha dette quattro, era incredulo. Comunque è anche grazie ai miei genitori che ho potuto lasciare il professionismo. La mia famiglia ha sempre rispettato il mio sogno di voler diventare un calciatore, ma parallelamente mi ha sempre motivato a continuare gli studi. Quando ho deciso di diventare semiprofessionista e sono rientrato a giocare in Ticino, grazie al diploma della Scuola Superiore di Commercio di Bellinzona ho trovato un posto di lavoro presso UBS Locarno. All’inizio lavoravo due ore al giorno (oggi sarebbe impensabile) poi qualcuno notò le mie qualità. Sì, la mia carriera è iniziata proprio così: lavorando due ore al giorno presso quella che era la cassa titoli, dove allora i clienti si recavano per incassare le cedole delle obbligazioni».

E ora sono 28 anni che sei in UBS, sei diventato Direttore regionale per il Ticino, sei stato scelto dalla Direzione generale come uno dei 100 Group Managing Director di tutto il Gruppo UBS, una carriera che sembra più cinematografica che reale…

«Dall'esterno potrebbe sembrare così, in effetti. Ma ho anche fatto molti sacrifici e avuto la fortuna di trovare superiori che hanno saputo credere in me e ai quali mi sono ispirato. Ho un lavoro stimolante, cui mi sono veramente appassionato ricoprendo negli anni diversi ruoli manageriali. Ho iniziato dal basso, non me ne vergogno, ma poi mi é stata data l'occasione di seguire una formazione interna e da quel momento la mia carriera professionale ha preso una direzione più definita. La volontà di continuare a sviluppare le mie competenze è stata una costante e a 37 anni ero tra i più giovani Managing Director di tutta la Svizzera (soddisfatto). In questi anni ho viaggiato molto, lavorato su vari mercati e vissuto tante esperienze, utili poi quando sono stato richiamato in Ticino per la posizione che occupo attualmente».



Eppure la brillante carriera di Luca Pedrotti è nata anche da una importante 'sconfitta' quando il suo ruolo venne meno a seguito dell'integrazione di due settori della Divisione dove operava. Luca Pedrotti ricorda bene quel giorno, una doccia gelata che non si aspettava. Poi l’affetto di sua moglie, la vicinanza di amici sinceri e una telefonata che lo richiamava a mettersi in gioco, in Medio Oriente e Africa, lontano dalla sua famiglia.





Tu sai cosa vuol dire perdere il posto di lavoro e forse per questo affronti il tema dei tagli, dei ridimensionamenti, inevitabili nelle grandi strutture, con grande premura…

«Dal punto di vista emotivo è forse una delle attività più difficili da svolgere, ma a volte è necessaria per poter salvare altri posti di lavoro o per permettere all’organizzazione di strutturarsi al meglio sul lungo termine. Sono dei processi dolorosi, che cerco di affrontare in modo razionale, ma nel rispetto delle persone toccate, offrendo loro supporto psicologico e anche pratico, magari cercando delle alternative all'interno o fuori dall’azienda».

Ti è già capitato che qualcuno si arrabbiasse con te o ti affrontasse personalmente?

«No, non mi è mai successo. Per carità qualcuno si sarà anche arrabbiato, ma nessun caso grave. Forse anche perché se le persone si sentono rispettate... la comunicazione diventa meno sofferente».

Colpa, si fa per dire, della digitalizzazione, delle nuove tecnologie, tutti fattori che continueranno e sono inarrestabili…

«L'avvento della "tech-info" (Information Technology) durante gli ultimi anni ha permesso di combinare avanzate competenze tecnologiche con i settori di tipo tradizionale. Più recentemente vi è stata un'ulteriore accelerazione di questa tendenza e il fenomeno si è esteso a nuovi campi dal forte carattere informativo: istruzione, sanità e non da ultimo anche il settore finanziario e bancario. La digitalizzazione di prodotti e servizi finanziari, la "FinTech", è una realtà complessa e in forte espansione, che sfrutta la convergenza delle più avanzate tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Siamo di fronte all'alba di una nuova era, un cambiamento di tipo epocale che mette a dura prova la nostra capacità di adattamento e che avrà un impatto decisivo sulle nostre più profonde abitudini. Stare al passo è tuttavia indispensabile per sopravvivere nel mondo del lavoro: siamo chiamati ad essere sempre più flessibili e a gestire nuovi ritmi, serrati e stressanti. Una banca come la nostra, con 150 anni di storia alle spalle, deve essere in grado di cavalcare l'onda dell'innovazione, per migliorare velocità e qualità dei servizi e soddisfare una clientela sempre più esigente e partecipativa. Ma il processo di digitalizzazione non coinvolge solo carte e documenti: si tratta anche e soprattutto della cultura dei nostri dipendenti. Bisogna prepararli al meglio a questo processo rivoluzionario, tenendo conto del fatto che ogni generazione affronta i cambiamenti con tempi diversi… questa, a livello manageriale, è la vera grande sfida».

Tu hai un team molto affiatato e cerchi di essere sempre presente, di farti vedere per capirci…

«Investo molto del mio tempo nelle persone, cerco di farlo con grande serietà, nel pieno rispetto dei miei valori e spronando tutti - giovani e meno - a crescere continuamente. In Ticino siamo quasi 800 collaboratori: chiaramente interagisco in maniera costante con il mio management team, però nel limite dei tanti impegni cerco di sfruttare ogni occasione per mostrare la mia vicinanza a tutti. Mi dicono spesso che parlo con il cuore (sorride), é vero, nel comunicare cerco sempre di essere realista e trasparente, parlo apertamente di sfide e difficoltà, dei momenti difficili da superare insieme, cercando però sempre di condividere le prospettive e la visione d'insieme».

Questo tuo modo di essere e di parlare lo utilizzi anche in pubblico. Non temi che questa tua emotività venga considerata una fragilità?

«Il rischio esiste: ogni tanto mi sento dire - in maniera spiritosa - che sono l’ultimo dei moicani (ride). Naturalmente le mie responsabilità mi impongono di essere anche deciso e razionale, ma nessuno mi può rimproverare di non comunicare apertamente. In fondo i traguardi professionali che ho ottenuto sono stati raggiunti con e attraverso le persone, lavorando insieme. Sono esigente con me stesso, e mi attendo sempre il massimo impegno da tutti i miei colleghi».

Qualche settimana fa è stata annunciata l’apertura di un nuovo centro sull’intelligenza artificiale UBS in Ticino, nella vostra sede di Suglio a Manno. Una bella sfida, anche perché c’erano altri Cantoni in lizza…

(Silenzio e soddisfazione) «Sono contento che mi chiedi del nuovo centro, anche perché si parla spesso di licenziamenti, ma in questo caso creeremo dei nuovi posti di lavoro. Chi avrebbe mai pensato, cinque anni fa, che UBS annunciasse l’assunzione di 80-100 ingegneri e ricercatori? Penso che questa sia la dimostrazione di quanto le cose stiano cambiando. Le nuove tecnologie ci permetteranno di liberare capacità e risorse che potranno essere investite in altri ambiti. Comprendo perfettamente il timore di alcuni collaboratori di perdere il lavoro, tuttavia questa evoluzione è inevitabile e va affrontata con serietà e coraggio: se la paura prevale non è possibile uscirne vincenti. Per taluni sarà difficile riciclarsi, ma sarà fondamentale la volontà di adattamento, il considerare che nell’arco della carriera professionale è possibile, e in alcuni casi necessario, cambiare posto di lavoro. È finita l’epoca in cui si entrava in banca e la carriera proseguiva in maniera lineare fino al pensionamento. I giovani dovranno saper mostrare maggiore mobilità, anche all’interno della stessa azienda, e quindi avere un’adattabilità e una flessibilità superiori rispetto alle generazioni precedenti».

Immaginavi che saresti arrivato dove sei oggi?

«Oltre al sogno del calciatore, nel cassetto c’era anche il mio desiderio di lavorare in banca. Ma quando ho iniziato la mia carriera non avrei mai immaginato di diventare Group Managing Director e responsabile di UBS Ticino. Non ho mai lavorato unicamente in funzione della carriera. Ricordo ancora la prima volta che mi diedero un incarico importante e lo comunicai ai miei genitori. Mio padre mi ascoltò, inizialmente non disse niente e poco dopo mi mise la mano sulla spalla, dandomi un prezioso consiglio: “Cerca solo di fare bene il tuo lavoro”. Tutte le volte che mi trovo davanti ad una nuova sfida l’affronto con tanto entusiasmo, con determinazione, cercando, come mi disse mio padre, di svolgere al meglio il mio lavoro».

So che hai un legame particolare con tuo fratello e con le tue due nipoti: sei molto attaccato alla famiglia?

«Sì, perché ho avuto la fortuna di avere una famiglia straordinaria, che mi ha insegnato i veri valori. Quando studiavo a Bellinzona i miei genitori mi davano venti franchi alla settimana, che dovevano bastarmi per i pasti (pausa). È in questo modo che ho imparato il valore dei soldi e che nella vita bisogna sempre ricordarsi da dove si viene».

Quello che dici è molto importante, anche perché oggi puoi permetterti una vita agiata…

«Non lo nascondo, ma i miei amici sono ancora quelli di una volta. Sono consapevole di essere fortunato, ma non esagero mai, non ne approfitto, chi mi conosce sa che sono rimasto quello di sempre. Capita purtroppo di scontrarsi con l’invidia, ma con l’età ho imparato che le persone importanti sono quelle capaci di starti vicino anche quando perdi tutto».

Hai 53 anni, un lavoro che ti piace, ti senti in un certo modo arrivato o hai altri progetti, sogni?

«Non mi pongo obiettivi a lungo termine, la mia carriera ha avuto parecchie svolte importanti. Stiamo vivendo cambiamenti epocali e forse è proprio per questo motivo che non penso al prossimo obiettivo carrieristico. Ho ancora così tanto da fare e da dare, vorrei poter aiutare la struttura a prepararsi per le sfide future e trasmettere a chi verrà dopo di me tutto quello che ho imparato, che a mia volta ho appreso da altri. Sono entrato in una fase della mia vita in cui sento molto questa responsabilità sociale, soprattutto perché sono legato al mio territorio, a dove sono nato e a dove passerò la mia vecchiaia: sento di dovere restituire in qualche modo quello che ho ricevuto».

Sei sposato, sportivo, amante degli animali, parliamo un po’ della tua vita privata…

«Sono sposato da quasi undici anni, con una donna straordinaria che mi ha dato tanta serenità ed equilibrio soprattutto durante questi ultimi anni perché, non lo nascondo, le tensioni che si vivono nel mondo del lavoro sono elevate. Avere a fianco una compagna di vita, che ti aiuta a gestire la tua quotidianità è veramente molto importante. Purtroppo non abbiamo avuto figli insieme, ma siamo stati ricambiati da tante altre gioie. Inoltre, cinque anni fa, nella nostra vita è arrivata Cocò, una cagnolina fantastica, che riempie moltissimi spazi nella nostra vita di coppia».

Se penso a quanto tu sia affezionato a Cocò e quello che invece pensavi prima dei cani…

«Ammetto che ho dovuto ricredermi, ho avuto un cane quando ero piccolo, ma non ero abbastanza grande per capire quanto un animale ti possa dare. Quando è arrivata Cocò... avevo ancora dei pregiudizi, che però ora sono stati tutti abbondantemente affossati. Avere un cane è certamente un impegno, ma anche una gioia incredibile che ti ripaga ampiamente».

Da ex sportivo professionista continui a fare sport?

«Faccio molto sport durante il fine settimana, per me è una valvola di sfogo, mi riequilibra. Negli anni sportivi ho imparato a conoscere il mio corpo, capisco i segnali che mi manda e cerco di compensare. Poi, non lo posso nascondere, sono una persona a cui piace competere, ho bisogno di sfide costanti, anche con me stesso. C'è infatti una salita che faccio ogni anno in bicicletta, la cui cima devo riuscire a raggiungere stando sotto un certo lasso di tempo. È più forte di me, è un punto di riferimento».

E quando non ce la farai più?

«Cambierò salita e ne cercherò una più corta (ridiamo). Quello che cerco di dire è che nella vita ho sempre bisogno di una sfida, questo spirito di sana competizione è parte di me. Ero così già da piccolo: quando giocavamo a boccette davanti alla chiesa non volevo mai perdere».

Hai paura di invecchiare?

«È vero che se potessi fermare il tempo lo fermerei ad oggi, ma questo lo pensavo già 10 anni fa. Affronterò i prossimi vent’anni sfruttando al massimo la mia vita, viaggiando molto, incontrando mondi diversi. Ho sete di esperienza, non ho paura del tempo che passa».

Del tuo viaggiare molto, il desiderio è quello di continuare a farlo, un conoscere e avvicinare altre culture, cosa pensi delle paure che suscitano questi grandi flussi di immigrazione?

«Ci spaventano perché non siamo abituati, in realtà il confronto tra le diverse culture è un’occasione di crescita, ma va correttamente canalizzato dalle autorità altrimenti rischia di generare inutili tensioni sociali. Quando mi occupavo del Medio Oriente e l’Africa avevo un management team composto da otto persone provenienti da nazioni diverse. Ci sedevamo al tavolo e nascevano discussioni e dibattiti straordinari, che non sono mai riuscito ad avere con membri di un gruppo della medesima cultura. Il confronto è un'esperienza di crescita ed è un processo inevitabile con cui la società è confrontata».

Interculturalità, nuove tecnologie, intelligenza artificiale, come vedi la piazza finanziaria ticinese tra dieci anni?

«Ci saranno sicuramente meno banche perché la fase di consolidamento non è ancora completamente terminata. Avremo un mondo bancario diverso. In futuro le banche dovranno concentrarsi su attività molto specifiche e dunque la massa critica diventerà un elemento fondamentale per gestire i costi e la qualità della prestazione. Sono convinto che dobbiamo lavorare molto sui giovani, sulle generazioni future, alzando l'asticella della formazione. Dobbiamo essere in grado di offrire una qualità all'avanguardia, non solo per quanto concerne le competenze, ma anche i prodotti e i servizi, perché il mondo attorno a noi sta cambiando molto velocemente».

Ma cosa cambierà concretamente? Perché continueremo ad andare in banca?

«Quello che cambierà sarà il modo di interagire con la banca, ma ricordiamoci che sarà sempre un business fatto di persone. Al di là dei processi tecnologici e di digitalizzazione, al centro ci sarà sempre il rapporto con gli esseri umani, le decisioni verranno sempre prese guardandosi negli occhi, seduti ad un tavolo, e di questo sono seriamente convinto. Il Ticino ha molto da offrire da questo punto di vista perché ha una tradizione importante che spesso sottovalutiamo, ma per nulla scontata all'estero. Viviamo in un paese economicamente, politicamente e socialmente molto valido, forte, sano e questi sono elementi che dobbiamo imparare a valorizzare molto bene».

Visto che stiamo parlando del lavoro di domani, dei giovani, terminiamo con la generazione futura, cosa dovrà fare per essere competitiva?

«Innanzitutto consiglio di studiare: è fondamentale essere preparati. Personalmente non ho mai smesso di imparare e ho completato la mia formazione con due master nell'ambito della finanza e del management, di cui uno negli Stati Uniti. È inoltre necessario seguire le proprie passioni: se vuoi avere successo nel mondo del lavoro devi amare quello che fai. Lo dico sempre ai miei ragazzi, se non siete felici di quello che fate cambiate lavoro, la vita è troppo breve per fare qualcosa che non vi piace. È importante avere dei sogni e cercare di realizzarli con passione. Parallelamente i bambini e i ragazzi d’oggi dovranno sviluppare capacità quali flessibilità e adattabilità e dovranno essere pronti a cambiare il proprio percorso professionale a 360 gradi. Queste caratteristiche saranno fondamentali per sopravvivere nel mondo del lavoro del futuro».



Non capita spesso di conoscere qualcuno che può dimostrare di aver realizzato i suoi sogni ed è per questo che vorrei che ogni ragazzo leggesse questa intervista, per capire quanto sia importante la volontà personale e il non arrendersi mai.

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Direttore regionale di UBS Ticino e - da poco più di un anno - Group Managing Director, Luca Pedrotti è un manager di successo: ha alle spalle una "carriera all'americana", che da giocatore di calcio professionista lo ha portato ai vertici di una delle banche più importanti a livello mondiale. Una scalata resa possibile dall'innata passione lavorativa del 53enne ticinese, ma anche dal desiderio di volersi continuamente mettere in gioco e non darsi mai per vinto, anche nei momenti dove tutto sembra essere perduto.
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Martedì, 05 Giugno 2018 08:57

Dal palcoscenico alla ricerca musicale

Una immagine e una metafora per definire l’abbraccio ideale con l’aureo mosaico della musica, da quella antica, al barocco, ai grandi classici, all’800 operistico, fino ai contemporanei. Dall’ascolto della sua numerosa discografia, emerge una delle più belle pagine vocali della letteratura musicale antica “Amarilli, mia bella” di Giulio Caccini. Di questo capolavoro, Letizia Calandra ci restituisce una interpretazione intensa e passionale, mantenendosi nell’alveo di una grande raffinatezza espressa con un rigoroso “suono vocale” privo di inopportune vibrazioni. Un processo fisiologico della fonazione vocale che così elaborato dalle “aree del piacere” della mente, così la caratterizza.

Napoli, crocevia culturale europeo già a partire dal XVI secolo, dove nasce una forma di canzone profana, dal contenuto rustico, comico e sovente satirico “La Villanella”. Nel tuo ultimo cd “Erotica Antiqua” Neapolitan Villanellas, edito da Brillant Classics, appaiono autori come Orlando di Lasso e Andrea Falconieri. Nel cd dedicato a Domenico Scarlatti e alle canzoni napoletane antiche, proponi un originale contaminazione tra colto e popolare. Ti senti erede dell’affascinante mondo culturale di una Napoli immutabile nel corso dei secoli?

«La Scuola Napoletana fu una vera sorgente musicale per tutta l'Europa, a partire dalle sue origini nel secolo XVI dove nasce la prima forma di canzone napoletana, chiamata “Villanella”. Nel mio ultimo abbiamo scelto 20 villanelle a contenuto erotico neanche lavoro, troppo sottointeso. “Matona mia cara” scritta da un autore colto e dedito alla musica sacra come Orlando di Lasso ne è uno straordinario esempio. Questa villanella, narra le gesta di un soldato Lanzichenecco che arrivato a Napoli esprime tutti i suoi ardori ad una pulzella “…ficcar tutta la notte, urtar come monton…”, piuttosto che la disperazione di una giovane fanciulla per la perdita della sua verginità “…me s’è rotta la cicinnatella “ nella “Sia maleditta l’acqua stamattina”, oppure l’Eros al gusto di frutta che ci rimanda a “Boccuccia de nu pierzeco apreturo”, con l’allegoria della bocca di una fanciulla ad immagine poetica ed erotica di una pesca ancora non del tutto matura, da cui sgorga il latte, che desidera essere dischiusa da mani sapienti. Nel mio altro cd dedicato alla Napoli antica “Scarlatti and the neapolitan songs” (Brilliant Classics 94488 ) anche questo realizzato grazie alla preziosa collaborazione dello straordinario cembalista bolognese innamorato di Napoli, Francesco Cera, abbiamo voluto mettere in risalto quanto l’influenza della canzone popolare napoletana (e non solo quella della musica popolare spagnola di cui si parla sempre) sia stata determinante nella produzione di sonate per cembalo di Domenico Scarlatti. A riprova di ciò, abbiamo scelto e abbinato per ogni sonata una canzone, e il risultato è sorprendente». La canzone popolare partenopea è alle origini della grande scuola napoletana settecentesca. Nella mia carriera ho avuto la fortuna di interpretare moltissimi ruoli in opere di autori come Jommelli, Pergolesi, Cimarosa, Paisiello, Traetta, Leo, Porpora, Mercadante, autori senza i quali il Genio di Mozart non sarebbe stato lo stesso. Purtroppo anche il patrimonio musicale del Settecento napoletano è stato dimenticato a favore dal melodramma ottocentesco. L’Italia non ha mai fatto nulla per rivalutare tutto questo, ma negli ultimi anni questi autori sono riemersi grazie all’impegno del Maestro Riccardo Muti che con la sua autorevolezza ha potuto riproporli in contesti adeguati».

Le più celebrate romanze napoletane, vengono proposte sostanzialmente da possenti voci tenorili, che pure affascinanti, quando a interpretarle è un indimenticato e inarrivabile Giuseppe di Stefano (basti pensare a “Core n’grato”, “Na sera e maggio”, “Torna a Surriento” o l’icona massima “O Sole mio”) dove tuttavia è facile lo sconfinamento nella platealità e nel cattivo gusto, costantemente in agguato. Dove sta la giusta misura per queste meraviglie vocali. Forse le intime, sommesse interpretazioni di Roberto Murolo, Fausto Cigliano o Carlo Buti?

«Tutti cantanti straordinari per mille motivi diversi, ma ce n’è uno tra tutti che reputo sia stato il più grande per bellezza vocale e raffinatezza interpretativa: sto parlando di Sergio Bruni. Questo incredibile artista di origine contadina, a oltre sessanta anni di età ci ha lasciato forse la più bella raccolta di canzoni napoletane, mi riferisco all’antologia napoletana curata dal Maestro Roberto De Simone. L’Italia si è dimostrata troppo spesso irriconoscente nei confronti dei suoi grandi artisti, Sergio Bruni non è stato adeguatamente riconosciuto in vita ed è stato ingiustamente dimenticato da morto e la lista è lunga! Napoli ha le sue gravi responsabilità in tutto questo. La canzone napoletana, attraverso 500 anni di storia, rappresenta la nostra identità culturale e dovrebbe essere considerata la nostra musica da camera, come fanno i tedeschi con la liederistica e andrebbe finalmente eseguita in contesti riservati alla musica classica. Per troppo tempo, la canzone napoletana ci è arrivata attraverso brutte interpretazioni sconfinanti nel cattivo gusto e nel solito cliché di una Napoli esageratamente folkloristica. Della Napoli colta e del suo immenso patrimonio musicale si sa poco o niente e nessuno in Italia è disposto ad investire in questo. Da anni mi dedico alla riscoperta dei grandi classici della letteratura napoletana, spiegando i testi e raccontando le storie durante i miei concerti. Tecnicamente ho lavorato per sottrazione, convinta che in questo repertorio l’eleganza e la semplicità di una bella voce non impostata, accompagnata anche solo da una chitarra, bastino a trasmettere tutta l’emozione che queste canzoni richiedono. Nei miei cd dedicati a Napoli ho avuto la fortuna di avvalermi della collaborazione di splendidi musicisti, tutti provenienti dalla musica classica come Francesco Cera e il suo ensamble barocco ArteMusica, il pianista Cubano Marcos Madrigal e il grande Fausto Cigliano. Purtroppo la canzone napoletana, che tutto il mondo ci invidia, muore sotto l’indifferenza e l’ignoranza di un Italia e dei napoletani, che alla loro storia musicale antepongono il pop e altre forme di esterofili mode che non hanno niente a che vedere con la nostra identità culturale».

Nelle partiture dei grandi capolavori operistici, sono definiti la drammaturgia, il contesto storico, i luoghi e l’azione scenica, chiaramente tracciati dalla composizione musicale. I valori musicali puntati nel testo e nell’accompagnamento orchestrale nell’aria di Alfredo nel secondo atto della Traviata, palesano un cuore giovane che batte per amore. Il grandioso tema conduttore nel Don Carlos verdiano, evoca la cupa grandezza di un mondo dominato dal potere dalla chiesa e l’impotenza di Don Carlos combattuto tra la ragione di Stato e un amore impossibile. I guizzi del “Fuoco di Gioia” del primo atto dell’ Otello di Verdi, evocano chiaramente scontri di calici di peltro, vino e odore di cuoio, ritmo ossessivo e scontro di sciabole fra Saraceni o la turchesca rabbia ivi trasfusa! Tutto ciò è insito nella composizione musicale. Quale vuole essere il messaggio di una Boheme o di una Traviata svolti in una stazione ferroviaria?

«Lo stravolgimento temporale, scenografico e costumistico, ma prima ancora “drammaturgico” di un opera lirica non mi convincono completamente. Tuttavia se all’origine di uno stravolgimento ci fosse un’idea valida la cosa potrebbe diventare interessante, ma purtroppo spesso si vedono solo provocazioni fine a se stesse, fatte per far parlare e mettere in risalto l’ego smisurato di certi registi a discapito di tutti. Prima di imporre scenari “scioccanti” e spesso “squallidi” oramai divenuti anche “scontati” sarebbe meglio dimostrare di saper fare bene una ricostruzione d’epoca e di avere più rispetto per la tradizione. In alcuni casi un ritorno all’antico e alla tradizione rappresenterebbe il vero progresso».

“O bellissimi capelli”, “Vezzosette care pupillette”, “Occhietti amati” di Andrea Falconieri: tre stupende miniature vocali presenti su un tuo cd, richiamano l’immagine di un paradiso lontano con giardini e petali di rose che si chinano sotto il peso di una goccia di rugiada, in un umile e silenzioso omaggio all’equilibrio e alla bellezza. Che cosa ha in comune l’immagine di questa spiritualità musicale di un mondo così lontano, con un tempo che propugna a tamburo battente, una sequela di rozzezze?

«Quando ascolto Monteverdi, Gesualdo, Frescobaldi, Sigismondo d’India… mi viene una profonda malinconia, perché in quelle armonie di perfetta bellezza ritrovo un po’ di quel paradiso perduto. Oggi la musica non ha più l’importanza che aveva un tempo, il mondo è cambiato. I geni del passato si chiamavano Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Mozart, nel tempo della tecnologia si chiamano Steve Job, Larry Page, Sergey Brin, Mark Zuckerberg, Bill Gates. A fronte di una condivisione molto più veloce e democratica di informazioni e possibilità, si sono persi i riferimenti che per secoli indicavano bellezza e armonia. Le persone oggi non distinguono più il bene dal male, il bello dal brutto, non si hanno più punti di riferimento e si inseguono i falsi modelli dell’apparire e dell’avere. Un tempo, la gente semplice era consapevole della propria ignoranza, ma allo stesso tempo era custode di una “cultura popolare” importantissima per la nostra identità, oggi si è persa anche quella e le persone oltre che ignoranti sono diventate pure strafottenti. In un periodo come questo è fondamentale offrire al pubblico bellezza e cultura ma in Italia questo è diventato difficilissimo. La classe politica italiana, la scuola, i media, coloro che detengono il potere hanno una grossa responsabilità in tutto questo…il discorso sarebbe lungo».

I cantanti lirici, diversamente dagli strumentisti, sono relegati in categorie o caratterizzazioni vocali vagamente muscolari, definiti soprani, tenori, baritoni o bassi, ora drammatici, eroici, lirici, leggeri con “voce verdiana” “voce in maschera” “voce di petto” e così via, che se pure cercano di spiegare la tecnica della fonazione, pare escludano l’origine fondamentale della voce, ossia il processo fisiologico da cui nasce la parola, la spiritualizzazione della stessa che diviene canto, colore e interpretazione. In sostanza il cantante professionista non può che essere intelligente, perché è la musica a richiederlo. In quale posizione di tecnica vocale ti riconosci?

«Nel mondo della lirica, si lavora per rendere le voci, grandi, scure, potenti, con il risultato di costruire voci tutte uguali e artefatte. Spesso si chiede ai cantanti di interpretare repertori non adatti alle loro possibilità vocali, rovinando per sempre belle voci e questo spiega la brevità di certe carriere. Ho sempre ricercato la naturalezza e la purezza della vocalità, nella convinzione che nella voce cantata si dovesse riconoscere il timbro naturale della voce parlata. Una volta acquisita una buona “tecnica” bisogna essere interpreti e soprattutto “artisti intelligenti”. Ciò significa anche saper scegliere, a seconda del repertorio, il giusto colore, il vibrato, il tipo di emissione che stilisticamente il brano richiede, cercando di rispettare sempre, la musica e il testo. Ma più che un processo solo di muscolatura, mi piace pensare che sia il cervello a dare un comando e a realizzare il suono o la frase giusta. Poi c’è l’aspetto più interessante, che nessuno può insegnare, trasmettere un’emozione. Ci sono artisti che “passano” e artisti che “non passano”».

Come si pone oggi un giovane musicista serio, intelligente, preparato, a fronte di un sistema di mercato che promuove attraverso i media, disarmanti mediocrità sdraiate sul nulla, se poi queste vengono correlate agli inarrivabili miti di un glorioso passato? Basti un nome su tutti quale simbolo di un intero periodo. Maria Callas.

«Viviamo in un tempo dove modestissimi “musicisti” che in altri tempi non sarebbero stati presi neanche in considerazione, diventano delle star. Gli italiani, sempre più ignoranti e pigri, ignorano, snobbano e dimenticano i loro “grandi artisti” per genuflettersi al cospetto di nullità. Il mondo dello spettacolo e dello show business è riuscito a far passare dei modelli incredibili a danno anche dei grandi miti del passato, oggi ingiustamente dimenticati. Provate a domandare a un giovane chi è stato Giuseppe Di Stefano! La cosa che mi addolora molto è vedere quanto in tutto ciò siano compartecipi i media, e le istituzioni. La gente riconosce solo quello che passa in televisione, se non ti vedono in tv semplicemente non esisti».

Per i giovani e non solo, l’accesso alla carriera è assai arduo e sovente determinato da “pedaggi” che poco hanno a che vedere con i meriti (I Mercanti della Lirica di Norman Lebrecht. La Repubblica 22.09.97 pag. 23 sezione cultura – Leonetta Bentivoglio). Anche se oggi emergono talenti con dei meriti che tuttavia possono essere assoggettati a qualche regola non scritta. Dopo una intensa attività di palcoscenico operistico e nel pieno possesso vocale, ti sei dedicata alla attività concertistica nel repertorio barocco , alla ricerca di rarità delle canzoni napoletane classiche e alla pubblicazione discografica. Quali sono le ragioni di questo tuo abbandono spontaneo dell’attività teatrale? Ci puoi parlare delle tue esperienze positive o negative?

«La carriera di un giovane cantante lirico oggi dipende esclusivamente dagli agenti e dai direttori artistici dei teatri, sono loro che decidono chi “deve” e chi “non deve” fare carriera. Anni fa, feci un’audizione con un noto agente italiano, eravamo nel suo ufficio dove mi accompagnò personalmente al piano e dopo aver cantato varie arie di diverso repertorio mi fece accomodare in un’altra stanza e mi disse con molta franchezza: “Lei ha una bella voce, canta bene ed è anche una bella donna, sarò sincero con lei, se vuole fare carriera ha tre possibilità: la prima è che lei abbia un padre, un marito o un amante politico; la seconda possibilità è quella di foraggiare i direttori artistici dei teatri facendo trovare nelle scatole dei cioccolatini biglietti da cinquecento euro; e la terza possibilità è che lei si renda disponibile ad incontri sessuali”. Negli ultimi anni, ho scelto di dedicare il mio tempo alla riscoperta di musiche e musicisti desueti, auto producendo tutti i miei cd. Tutto questo è stato finora possibile grazie al sostegno di musicisti e persone che condividono con me gli stessi ideali di bellezza musicale e credono che certa musica non debba essere dimenticata ma vada custodita e condivisa con più persone possibili. In questo senso una casa discografica olandese, la Brilliant Classics, ha accolto le mie proposte, stampando e distribuendo in tutto il mondo i miei cd, contribuendo ad una importante operazione culturale. Lo avrebbero dovuto fare in Italia, ma non lo hanno fatto, anzi considerano la musica da camera e la canzone napoletana un genere che non è più di moda».

Vivi a Roma, ma hai un lungo rapporto professionale con Lugano, dove realizzi buona parte delle tue registrazioni discografiche, oltre alla tua collaborazione con la Radiotelevisione svizzera e con i Barrochisti diretti da Diego Fasolis. Diversamente da Roma, dove molto può accadere, Lugano offre certamente un ambiente più rilassato, ottime condizioni professionali e logistiche e non da meno anche costi competitivi. Dunque una sede ideale per fare musica…

«Lugano per me, rappresenta da oltre dieci anni, una sponda felice dove realizzare i miei progetti musicali. I prezzi sono competitivi rispetto all’Italia, la professionalità garantita e i rapporti umani molto più rilassati. Peraltro ricordo con molto piacere la mia esperienza presso la Radio Televisione Svizzera dove sono stata ospite di trasmissioni radiofoniche e dove ho inciso l’ “Ercole Amante” un opera del 1662 di Francesco Cavalli diretta dal Maestro Diego Fasolis».

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi desideri?

Tra il 2018/2019 ho tre cd in uscita. Un tributo a Gaetano Donizetti e al suo periodo napoletano, con due cicli completi per voce e piano, le “Nuits d'été à Pausilippe” e le “Soirées d’automne à l'Infrascata”. A proposito il mio partner in questo cd si chiama Fausto Tenzi, lo conosci? L’altro cd “Ninna Nanna” è una raccolta di 17 ninna nanne classiche, un viaggio dal Seicento ad oggi, attraverso grandi autori come Merula , Mozart, Schubert, Brahms , Puccini, De Falla, Tosti, Davico, Del Bono ecc, che si sono cimentati in questa “dolcissima” forma musicale. A marzo, insieme al pianista Marcos Madrigal, incideremo a Lugano due cd monografici dedicati a “Carlos Guastavino” musicista argentino del XX secolo. Il primo cd dedicato alla produzione pianistica e il secondo dedicato due cicli di romanze per voce e piano straordinari sia per la bellezza musicale che per i testi poetici. “Floras Argentinas”, una raccolta di dodici brani ognuno dedicato a un fiore e le “Siete canciones sobre poesias de Rafael Alberti”. Il mio desiderio più grande è quello di far conoscere a quante più persone possibili queste musiche meravigliose. In fondo l’esigenza di ogni artista è proprio questa, poter condividere con gli altri i propri ideali di bellezza».

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  • Sommario Letizia Calandra è una sintesi della bellezza vocale, dello stile e della sublimazione della parola che attraverso un canto che scorre come fresche acque tra solide rive, traccia il diagramma della grande interpretazione musicale.
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Mercoledì, 30 Maggio 2018 09:11

Sono un artista sognatore

Sei a Lugano anche per presentare il tuo ultimo album "Dediche e manie"? Ce lo puoi raccontare brevemente?

«Raccontare un album è impossibile, soprattutto quando è qualcosa che non solo hai interpretato, ma che hai anche creato, composto ed arrangiato, dal momento che di questo album sono anche il produttore artistico insieme ad altri bravissimi musicisti: Fabrizio Ferraguzzo, Davide Tagliapietra, Placido Salamone e Stefano De Maio. Le canzoni nascono per essere pubblicate, per permettere al mio pubblico di conoscerle, per poi poterle cantare insieme a me in tour».

Come ci si prepara ad un tour, tu tra l'altro ti tieni molto in forma e sul palco non ti risparmi…

«Mi preparo con tanta attività fisica, perché sono molto fisico sul palco. Il rapporto empatico che si crea tra me ed il mio pubblico è il motore di tutto. Un artista deve essere in grado di arrivare alla gente sicuramente attraverso i propri lavori discografici, ma anche attraverso il live; il disco ed il concerto sono due dimensioni differenti ma entrambe importantissime e legate l'una all'altra».

Come nascono le tue canzoni, ci sono contesti o luoghi particolari che favoriscono la tua creatività?

«Non c'è una regola; potrei essere ovunque. L'importante è avere una chitarra oppure una tastiera o un pianoforte. A volte sono in viaggio, mi viene in mente una melodia ed inizio a cantarla; la registro ed appena ho a disposizione uno strumento provo a svilupparla. Così nascono le canzoni, quando non le cerchi ed arrivano da sole, come una vera e propria folgorazione».

Qual è stato sinora il momento più difficile affrontato sul palco nel corso di un concerto?

Cantare in uno stadio a pochi giorni dalla morte di mio padre; l'ho fatto per lui, perché era quello che voleva. Ci sono ancora sogni che non hai realizzato a livello artistico e nell'ambito personale? Sono un uomo fortunato e nella vita ho avuto ed ottenuto molto, più di ciò che sperassi, sempre con molta tenacia e caparbietà. Se non avessi più sogni sarebbe un brutto segno. Gli artisti sono dei sognatori, l'arte e l'ispirazione sono figlie dei sogni».

Quale consiglio puoi dare a un giovane che vorrebbe intraprendere la tua carriera?

«Prima di tutto devi avere talento, qualcosa da dire ed essere differente dagli altri. Devi resistere a tutto, anche a chi ti dirà che non vali, perché se vali veramente prima o poi riuscirai a dimostrarlo. Ma devi crederci e devi saper aspettare».

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  • Sommario A quasi quattro anni di distanza dal precedente album di inediti, Biagio Antonacci torna sulle scene con un nuovo disco, "Dediche e manie": perché – come ha spiegato a proposito del titolo - "la canzone è una somma di manie trasformate in dediche".
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Mercoledì, 30 Maggio 2018 08:52

Un sindaco a tutto rock

Lei non è un politico di professione ma vanta un’attività di ingegnere in importanti aziende private e pubbliche. Come ha maturato la sua scelta di scendere in politica e cosa si aspetta da questa esperienza?

«Mi sono interessato alla politica tardi, già trentenne. Dopo 6 anni a Zurigo, per frequentare il Politecnico, sono rientrato a Locarno per lavorare nell’industria privata. Vivendo di nuovo la mia città e potendola vedere con occhi diversi dopo l’esperienza zurighese, mi sono trovato a desiderare un suo miglioramento e mi sono chiesto come avrei potuto contribuire a questo miglioramento. Non dimenticherò mai, tornato da poco a Locarno, lo sguardo di un cinquantatreenne che aveva appena perso il lavoro e che si vergognava di incrociare i tuoi occhi, come si vergognava di incrociare quelli di suo figlio, Queste cose non si possono scordare. E, come questa, mille altre storie di dolore quotidiano. Non avevo alibi: dovevo assolutamente portare il mio contributo alla comunità, fare la mia parte, passo dopo passo per migliorare la qualità di vita della mia amata Città. Difficile, certo, come far seguire i fatti alle parole. Come far sì che il futuro diventi presente. Difficile come l’impegno che ogni politico dovrebbe prendere: quello di provare a rendere la vita di ogni cittadino un po’ più facile. Un po’ più felice».

Quali sono i principali problemi economici e sociali con cui la città di Locarno è chiamata a confrontarsi?

«Fortunatamente la città di Locarno da oltre dieci anni gode di una buona situazione finanziaria e ciò da un lato grazie all’oculata politica del Municipio, dall’altro per la presenza di consistenti sopravvenienze a cui si è potuto far capo. Queste sopravvenienze non sono comunque inesauribili e non necessariamente si presenteranno ancora in futuro, motivo per cui l’Esecutivo tiene sempre bene sott’occhio entrate e uscite, in modo da non fare mai il passo più lungo della gamba. Per quanto attiene invece ai problemi sociali, come tutte le realtà che hanno conosciuto uno sviluppo del tessuto urbano caratterizzato dalla presenza di più etnie e culture, anche Locarno ha visto crescere il suo impegno per favorire l’integrazione e la serena convivenza fra tutte le molteplici e diversificate sensibilità. La nostra città ha comunque ancora la fortuna di essere piuttosto tranquilla e ben gestibile, anche grazie al buon apparato messo a punto per ciò che riguarda i servizi che si occupano della socialità e della sicurezza».

All’interno dell’assetto territoriale del Ticino quale ruolo intravede per Locarno e quali sono gli strumenti utili a raggiungere questo obiettivo?

«Purtroppo per il momento non siamo ancora aggregati, motivo per cui potrebbe risultare più difficile individuare un ruolo specifico da giocare nella “Città Ticino”in rapporto al peso che i poli già costituiti esercitano. Tuttavia, credo che Locarno potrà ritagliarsi un’importante funzione nell’assetto territoriale del Ticino giocando bene le proprie carte, soprattutto nell’ambito culturale e, più precisamente, in quello legato alla settima arte. Abbiamo a disposizione non solo una, bensì due “locomotive”. Penso in primo luogo al Locarno Festival, evento trainante di portata mondiale, ma parallelamente anche al nuovissimo PalaCinema, che ambisce a diventare un Centro di competenza internazionale delle attività audiovisive. Entrambe queste realtà sono pure dei vettori ottimali per incrementare il settore turistico e l’indotto economico, oltre che, per l’appunto, conferire un specifica identità al Locarnese. Identità da rafforzare e consolidare attraverso delle sinergie, come ad esempio quella con il Monte Verità di Ascona».

Locarno è una destinazione importante per la musica e per il cinema con due eventi di grande richiamo: il Moon & Stars e il Festival del film. Che cosa rappresentano per la vita culturale della città?

«Due fondamentali “macchine” per sognare ed emozionare. Mi fa particolarmente piacere questa domanda perché, riprendendo quanto ho risposto in precedenza, conferma come la percezione che si ha della nostra città sia proprio quella di un polo che focalizza cinema e musica. Inutile quindi ribadire che queste componenti, questi eventi, sono di vitale importanza per Locarno e la sua vita socio-culturale, nonché economica e turistica. Per noi è molto importante che queste relazioni si intensifichino».

Che cosa si attende la città di Locarno dai grandi investimenti compiuti per dare sostegno alle attività legate al mondo del cinema?

«Posso solo ribadire che ci attendiamo molto, anche perché stiamo sempre di più “accendendo” la nostra immagine – e non solo a livello cantonale, ma nazionale e internazionale –proprio puntando su questa nostra peculiarità. Per restare nel mondo del cinema direi che il copione è pronto, si tratta ora di conferire al tutto la coreografia ideale in funzione del ciak si gira».

Sia il Moon & Stars che il Film festival hanno come protagonista Piazza Grande. È difficile mantenere un equilibrio tra grandi eventi e conservazione dei luoghi storici cittadini?

«Per fortuna non è per nulla difficile. Anche perché l’educazione e la sensibilità del pubblico sono tali da far sì che gli episodi di disturbo, o peggio di degrado, risultino rarissimi, per non dire quasi nulli. Ciò ovviamente anche grazie alla sempre ottimale organizzazione che caratterizza questi grandi eventi che fanno della nostra Piazza una delle arene e sale a cielo aperto fra le più suggestive al mondo. Un patrimonio collettivo che, verosimilmente, è entrato a far parte del DNA di tutta la popolazione».

Lei ha raggiunto una grande notorietà nel ruolo di cantante dei Vasco Jam, band tributo ticinese dedicata a Vasco Rossi. Come è nata questa passione per il rock e come pensa di conciliare questo suo amore con l’impegno politico?

«La passione per la musica nasce fin da piccolo ma purtroppo non ho mai avuto la pazienza di studiarla, perciò non so suonare nessuno strumento e sono autodidatta anche nel canto. Il rock è il genere musicale che mi da trasmette maggiore energia ed è per questo che lo amo. Ho iniziato con i Kiss e gli Status Quo, per poi passare agli AC/DC, Bon Jovi, Bryan Adams, Billy Idol e così via. Ma prediligo il rock italiano. Oltre a Vasco, adoro Negrita, Litfiba, Ligabue, Bennato. Non ho mai avuto difficoltà a conciliare i due aspetti, musicale e politico, perché entrambi mi permettono di stare in mezzo alla gente. La musica è anche… politica: non vedo le due cose in contrasto, si può fare impegno sociale tenendolo legato alla musica».

Come trascorre il suo tempo libero Alain Scherrer quando non è impegnato nel suo ruolo pubblico?

«Il mio imprescindibile antistress è il calore, l’accoglienza e la comprensione della mia famiglia, alla quale dedico con gioia tutto il tempo in cui non sono impegnato da politica o musica. Sono inoltre un appassionato di cinema, libri e fumetti, che consumo in gran quantità a casa quando tutti stanno già dormendo».

Per finire, quale progetto vorrebbe assolutamente vedere portato a termine entro la fine del suo mandato?

«Locarno non può, nel nome della sua identità, perdere la sua vocazione all’apertura, cioè la capacità di integrare il nuovo e il diverso e non solo di contenerli entro le sue mura. La ricerca del bene per la città di tutti ha regole proprie di crescita attraverso le quali non si può non passare, pena la perdita dell’evidenza di tale bene. Esse passano per il convincimento e la pazienza. Un comune aggregato ha la responsabilità di rappresentare l’unità, l’unità costituita dall’insieme delle attese e delle aspirazioni dei nostri cittadini. Il senso più profondo delle istituzioni sta proprio nella coscienza dell’interesse generale, che mai va smarrita nel confronto, a volte aspro, sui cambiamenti da realizzare. Credo che dobbiamo affrontare queste sfide alla luce dei valori per i quali dichiariamo di “combattere”».

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  • Sommario Il primo cittadino di Locarno racconta i suoi progetti per riportare la cittadina agli splendori del passato, garantendone il ruolo di centro (non solo turistico) vivace e attrattivo.
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Martedì, 29 Maggio 2018 12:40

The impact of digital media

What is digital fashion, precisely?

«In general, it is the overlapping area, or the inter-relation between on the one hand Fashion and on the other hand Information and Communication Technologies (ICTs). ICTs are nowadays playing a fundamental role both within the fashion industry as well as when it comes to our personal experience of feeling at ease with a specific outfit or of judging something as “fashionable” or not. We can distinguish three major levels of interaction. First, ICTs have deeply permeated the production life cycle of fashion and apparel: from its design using computer assisted tools, to the automation of production processes, up to emerging trends of 3D printing or wearable technologies. Also, distribution processes are extensively being supported by ICT-enhanced logistics. Second, ICTs are extensively used to market fashion products: fashion companies provide more and more information and services through websites, mobile apps, social media, virtual and augmented reality. Items are sold via eCommerce, and ICTs are implemented as well in physical shops (e.g.: magic mirrors, possibility of configuring/personalizing items, and so on). In general, being “always on” through mobile devices offers endless opportunities to blend off- and online experiences, hence the necessity for fashion brands to operate in an “omnichannel” way. Third, digital communication is also playing a major role when it comes to co-create the very idea of what it means being “fashionable” or not, “in” or “out”. Not only do fashion companies and dedicated media outlets publish online, but so do influencers, passionate people and practically everybody, thus contributing in this active dialogue, by publishing images and reviews, liking/disliking, co-creating trends and socializing individual tastes. In this context, artificial intelligence and digital analytics will become particularly important to interpret and anticipate trends. At the USI Faculty of Communication Sciences, we are researching the second and third dimensions, and have just launched – in collaboration with Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne (Paris) – a dedicated Master in “Digital Fashion Communication”. In addition, colleagues in the Faculty of Informatics are covering aspects of the first dimension (e.g. 3D recognition and wearable technologies)».

What are the major challenges the fashion industry will be faced with in the near future?

«As suggested by the very authoritative report “The State of Fashion 2018” published by Business of Fashion and McKinsey are: (i) Dealing with volatility, uncertainty and shifts in the global economy; (ii) Competition from online and omnichannel; (iii) Value chain improvement and digitization; (iv) Decreasing foot traffic and offline retailing pressure. While the first one relates to major global changes – in fashion, for instance, as they report, in 2018 “more than half of apparel and footwear sales will originate outside of Europe and North America” – all the others are closely linked to ICTs. In general, I would say that ICTs are disrupting the fashion industry through making it even more global, through accelerating its processes, and through challenging the status quo of current business models and/or of powerful players. More and more creative and hybrid solutions will be needed, which will combine the very analogical experience of touching a fabric and dressing a suit, with the many involved digital processes – from marketing to selling, from evaluating to launching new trends, styles, players».

Digital communications have deeply impacted other industries as well, namely the tourism sector. With fashion, are we looking at a similar evolution?

«I strongly believe so. If we consider, for instance, the eCommerce sector in Switzerland, the three most important industries in terms of transactions, according to the Netcom Suisse Report 2017, are fashion, transportation, and holidays/travel. Very similar trends can be found in Europe and elsewhere. Both are experience-based sectors: ICTs are particularly apt to help anticipating the experience – through images, videos, and virtual reality. ICTs can help to start dreaming, sharing experiences and reviews, setting trends, launching new styles, etc. This is true for tourism destinations and attractions, as well as for fashion items and trends. ICTs have enabled the emergence of new business models as well: for instance, the possibility of extensive customization can be found in the travel industry, with endless opportunities to design your own travel experience, or in fashion, where you can configure online your shoes choosing shapes, colors, materials, ad-hoc elements. Bloggers and other social media influencers are particularly relevant in both sectors: think for instance of the case of Chiara Ferragni, who has moved from being just a popular fashion blogger up to launching her own brand. Furthermore, in both domains we observe the emergence of major digital platforms, either dedicated or generalist, which are becoming more and more important. Let us not forget also the rise of Chinese and Asia-Pacific markets, which are re-shaping the overall context. Let me here mention just a few more cases to further stress the similarities between the two sectors. First, tourism and fashion are closely linked when it comes to events: fashion-weeks are highly relevant also from a touristic point of view, because they enable the branding of a destination and attract new audiences. Likewise, major music festivals (e.g. Coachella or the Burning Man) are branded and perceived as both touristic and fashion events and, if anything else, they represent contexts where new styles and trends do emerge. Second, think of specific activities, such as sports or winter tourism with their respective equipment, or consider the close link between seaside tourism and swimwear, where low-cost airlines and globalization of travel destinations have meant that more and more western travelers are visiting seaside destinations in winter, and what used to be a very seasonal fashion market has become deeply de-seasonalized».

How rooted is the cultural element in the digital age of fashion communication?

«All of us were born unclad, but spend most of our life somehow dressed. What we wear is not only functional in order to protect and cover our body, but also to express who we are. In a way, we dress (also) to unveil our interiority – values, lifestyles, desires, etc. Fashion is definitely a very important part of culture. The pay-off of a major project of the Google Cultural Institute says: “We Wear Culture”. In fact, the possibility to extensively digitize archives is offering new opportunities to document fashion history and trends. A similar project, freely available online, is curated by the Europeana Fashion International Association. In my opinion, whoever wants to understand (and manage) digital fashion communication needs to root it into long-term cultural processes».

What could be a plausible future scenario for the fashion sector in the year 2030?

«All above-mentioned trends connected with smart mobile technologies are likely to remain in the following years and to become even more important. Moreover, we might predict an increase of eCommerce in this field, through global platforms as well as operated directly by fashion brands. In addition to selling, renting and sharing are likely to find their place within the fashion sector. In the future, many people might prefer to subscribe to services that offer the possibility to rotate and renovate their wardrobe on a monthly or weekly basis – through a renting model – rather than buying (fewer) new items. An increased attention to sustainability issues might be an additional driver for this. With smaller families, what used to be quite common in the past, especially for children’s fashion – exchanging, borrowing, rotating second-hand items – will be more and more intermediated online through dedicated platforms. Most of us will have a 3D scan of their body, so to ensure a perfect fitting of items bought/rented online. As it is now in the field of music with services like Shazam, which recognizes a piece of music after a few seconds of “listening”, in the fashion domain we will be able to use services that recognize in a picture most items a person is wearing. Such services will provide additional information: reviews, best offers for new or second-hand buying, whom is using them among our friends... In addition, the so-called “recommending systems” are likely to emerge in the fashion domain, as it has been the case for tourism. For instance, Amazon has recently released in the American market a camera called Echo Look, which can be put in your wardrobe, and can be operated vocally to take selfies and videos so you can share your outfit with friends on social media. But this is just one functionality. Echo Look also offers a “Style Check”: you take two pictures of two different outfits, and the system will recommend the most suitable one based on artificial intelligence and expert recommendation. Last, but not least, Amazon will be able to get a first-hand access to your wardrobe, hence being able to recommend further items to be combined (and bought). As it emerges from this last case, future scenarios will require not only experts in ICTs and digital fashion communication, but also a clear attention to privacy and other ethical and sustainability issues».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Lorenzo Cantoni is professor at the USI Faculty of Communication Sciences, where he served as Dean from 2010 to 2014 and is now Director of the Institute of Communication Technologies. His teaching and research focus on the impact of digital media on specific communication contexts, including Education, Tourism, Fashion, and Government. He is chair-holder of a UNESCO chair in ICT to develop and promote sustainable tourism in World Heritage Sites, and President of IFITT – International Federation for IT in Travel and Tourism.
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