Giovedì, 28 Giugno 2018 06:38

Il ruolo cardioprotettivo degli esosomi

La prima domanda è quasi d’obbligo. Che cosa sono gli esosomi?

«Gli esosomi sono vescicole di diametro tra 30 e 100nm, secrete dalle cellule nei fluidi biologici: sangue, urine, fluido amniotico, ascite, liquido cerebrospinale, ecc. Secondo la loro origine cellulare, gli esosomi contengono diverse molecole, e veicolano segnali attraverso il contenuto di acido ribonucleico (RNA), in particolare microRNA, proteine, lipidi e DNA. Gli esosomi sono quindi coinvolti in numerosi processi fisiologici e patologici, come progressione tumorale, infiammazione e meccanismi che regolano l’immunità. Approfondire le funzioni biologiche degli esosomi può consentire il loro utilizzo come biomarcatori di malattia e nello sviluppo di terapie. In particolare, gli esosomi rilasciati da cellule progenitrici cardiache svolgono una funzione cardioprotettiva e sono in grado di migliorare la funzione cardiaca dopo infarto miocardico».

Quali sono i vantaggi che potrebbero venire dall’utilizzo degli esosomi?

«L’interesse crescente della comunità scientifica per gli esosomi e il loro ruolo ha trovato conferma, tra l’altro, nell’ultimo congresso della Società Europea di Cardiologia dedicato alla ricerca di base, dove il tema è stato al centro di un’intera sessione dei lavori. Utilizzati per il trasporto di segnali extracellulari, gli esosomi hanno un notevole potenziale per studi funzionali o per la terapia, come veicolo per il trasporto di molecole all’interno di cellule-bersaglio. E’ possibile produrre esosomi contenenti specifiche molecole (RNA e proteine) terapeutiche e/o molecole di superficie che indirizzano selettivamente le vescicole verso le cellule-bersaglio nell’organismo».

Perché gli esosomi hanno tanta importanza nella ricerca in cardiologia?

«Nel corso di un infarto del miocardio, il tessuto miocardico nella regione del cuore che riceveva normalmente il sangue dall’arteria coronarica che si è appena occlusa provocando l’infarto, privando quindi questo tessuto dell’apporto di ossigeno e nutrienti, è gravemente danneggiato e non è in grado di auto-ripararsi. I meccanismi compensatori messi in atto dal cuore per mantenere la sua funzione di pompa per la circolazione sanguigna comprendono un aumento della massa muscolare e della contrattilità nelle regioni preservate dall’infarto e la dilatazione del ventricolo sinistro. Tuttavia tali meccanismi compensatori sono efficaci nel corto e medio termine ma si esauriscono nel lungo termine (dopo mesi o anni, a dipendenza dall’estensione dell’infarto), contribuendo anzi all’insorgenza dell’insufficienza cardiaca. Il nostro team di ricercatori ha indagato gli esosomi, piccole vesciche extracellulari secrete da cellule con potenziale rigenerativo presenti nel cuore umano adulto (queste cellule si chiamano “progenitori cellulari” ed hanno caratteristiche per così dire intermedie tra le cellule staminali in senso stretto, la cui presenza nel cuore adulto rimane controversa, e le cellule mature che si contraggono ma non formano più nuove cellule per rigenerare il tessuto danneggiato). Studi precedenti avevano dimostrato che l'iniezione di cellule del midollo osseo in cuori danneggiati è relativamente poco efficace, perciò abbiamo scelto di indagare se gli esosomi secreti dai progenitori cellulari cardiaci umani avrebbero potuto essere utili nel trattamento dei danni al tessuto cardiaco. I risultati sono stati molto promettenti, e abbiamo potuto osservare un miglioramento della funzione cardiaca, una diminuzione del tessuto cicatriziale, livelli più bassi di morte cellulare e una maggiore formazione di vasi sanguigni nel tessuto miocardico danneggiato in modelli animali. I risultati raggiunti suggeriscono che un modo efficace per “riparare” il cuore sia quello di aumentarne le capacità di auto-riparazione utilizzando gli esosomi secreti da progenitori cellulari cardiaci. Abbiamo anche dimostrato che questi esosomi sono più efficaci di quelli rilasciati da cellule del midollo osseo o della pelle, ciò che indica chiaramente che il contenuto degli esosomi secreti dai progenitori cellulari cardiaci include molecole benefiche per il cuore stesso. Abbiamo identificato una di queste molecole, una proteina che è fisiologicamente aumentata nel sangue durante la gravidanza. Un’eventuale relazione tra la funzione cardioprotettrice di questa proteina e il suo ruolo durante la gravidanza rimane misteriosa».

Dunque anche il vostro lavoro si iscrive a pieno titolo nella ricerca relativa alla medicina rigenerativa…

«Presso il Cardiocentro Ticino, è stato effettuato nel 2004 dall’équipe del Professor Moccetti il primo trapianto a livello svizzero di cellule del midollo osseo in un cuore infartuato. È sempre al Cardiocentro Ticino, vero e proprio «pioniere» della medicina rigenerativa “made in Ticino”, che nel 2008 nasce la prima Cell Factory svizzera autorizzata da Swissmedic per la preparazione di farmaci a base di cellule staminali, dove sono state preparate le cellule utilizzate nel più importante studio di medicina rigenerativa sulla cura dell’infarto condotto a livello nazionale (studio SWISS AMI), realizzato a Lugano dal Prof. Tiziano Moccetti e dal Dr. Daniel Sürder. Nel 2012, i sempre più importanti investimenti per la ricerca del Cardiocentro, divenuto istituto associato dell’Università di Zurigo, hanno imposto la nascita di una nuova organizzazione espressamente dedicata alla ricerca scientifica. È nata così la Foundation for Cardiological Research and Education (FCRE) grazie alla quale nel 2013 tutta l’attività di ricerca in medicina rigenerativa del Cardiocentro, unitamente a quella condotta presso la SUPSI, il Laboratorio di neuroscienze biomediche del Neurocentro e il servizio di Ortopedia dell’Ospedale Regionale di Lugano viene convogliata nello Swiss Institute for Regenerative Medicine (SIRM), nuovo istituto con sede a Taverne».

Si può dunque ben dire che oggi il SIRM rappresenti un’eccellenza per tutto il Ticino…

«L’istituto Svizzero di Medicina Rigenerativa - interviene l’ing. Antonino Tramonte, Direttore SIRM - è un istituto di ricerca interamente dedicato alla medicina rigenerativa che nasce con l’obiettivo di realizzare l’enorme potenziale della rigenerazione del corpo umano e sviluppare cure e terapie di nuova concezione. Oltre che ospitare varie istituzioni di ricerca, l’istituto promuove in modo attivo il networking tra istituzioni di ricerca complementari a livello locale, nazionale ed internazionale e, in collaborazione con una rete in rapida espansione di partner di ricerca, istituti clinici e investitori privati, promuove sinergie e opportunità di sviluppo, con ricadute positive sia a livello scientifico che anche economico. L’esperienza maturata in questi anni dal SIRM rappresenta in definitiva un piccolo miracolo di collaborazione e mutuo sostegno, una realtà resa possibile dalla profonda motivazione di tutti gli attori in gioco che finora hanno dimostrato di credere fortemente in quel sogno sempre più reale di trasformare il Ticino in un polo svizzero dell’innovazione in ambito biomedico e biotecnologico».

Le aree di ricerca e gli obiettivi del SIRM
1. FOUNDATION FOR CARDIOLOGICAL RESEARCH AND EDUCATION / SWISS INSTITUTE FOR REGENERATIVE MEDICINE
TECNOLOGIE CELLULARI E BIOMEDICHE
Sviluppare piattaforme cellulari per lo sviluppo di applicazioni terapeutiche.
CARDIOLOGIA MOLECOLARE E CELLULARE
Esplorare il ruolo di alcune vescicole extracellulari e micro RNA quali mediatori chiave nella comunicazione intercellulare e quali possibili agenti terapeutici.
Sviluppo di piattaforme per la diagnosi delle malattie e per screening farmacologico.
INGEGNERIA BIOMEDICALE
Sviluppo di strumenti biomedici e protesi nonché di metodi per la ricostruzione di tessuti.


2. NEUROCENTRO DELLA SVIZZERA ITALIANA (EOC) / LABORATORY FOR BIOMEDICAL NEUROSCIENCES
NEURODEGENERAZIONE
Identificazione di processi cellulari nocivi contro i quali si possa sviluppare nuove terapie che cambino il decorso delle malattie neurodegenerative.
Determinazione di forme aberranti di proteine quali marcatori diagnostici.
NEUROLOGIA: NUCLEI DELLA BASE
Comprendere i metodi di selezione degli engrammi motori corticali tramite il circuito dei nuclei della base.
NEUROONCOLOGIA TRASLAZIONALE
Aumentare la fluorescenza-indotta nelle cellule tumorali per facilitare il trattamento fotodinamico dei tumori cerebrali.
Contraddistinguere in vivo le cellule di glioblastoma con nanoparticelle funzionalizzate.
PARKINSON
Migliorare la diagnosi precoce della malattia di Parkinson con l’uso di biomarkers
Capire i meccanismi delle discinesie indotte dalla levodopa nella malattia di Parkinson


3. REGENERATIVE MEDICINE TECHNOLOGIES LABORATORY (EOC-CCT)
INGEGNERIA DEI TESSUTI MUSCOLO- SCHELETRICI
Sviluppare sostituti biologici di tessuto osteocontrale per futuro uso clinico
MODELLI IN VITRO MUSCOLOSCHELTRICI
Sviluppare modelli in vitro 3D avanzati di tessuti muscoloscheletrici umani come piattaforma per drug screening e studio di meccanismi biologici

Informazioni aggiuntive

  • Sommario La comprensione dei meccanismi e delle dinamiche cellulari è di fondamentale importanza nella prospettiva di aprire nuovi orizzonti terapeutici. In questo sforzo di ricerca, appare sempre più chiaro il ruolo chiave degli esosomi (nanovescicole extracellulari) in quanto strutture implicate nei processi di scambio intercellulare di informazioni biologiche. Ce ne parlano il prof. Giuseppe Vassalli e il dott. Lucio Barile, impegnati nel gruppo di ricerca del Cardiocentro.
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Martedì, 26 Giugno 2018 11:46

La chirurgia estetica va trattata con cura

Che sentimento prova quando nel suo studio si presenta un paziente mostrando i segni di un intervento estetico non andato a buon fine?

«Delusione, perché mi metto nei panni di chi ha investito risorse economiche e riposto grandi aspettative nelle prospettive di vedere migliorato qualche difetto e si ritrova un corpo dove l'incompetenza ha lasciato segni spesso indelebili. Delusione perché sono decenni che denuncio, più o meno inascoltato, come tra i molti bravi chirurghi estetici che operano nella Svizzera italiana ce ne siano alcuni che continuano a fare grossi danni. Purtroppo non tutti gli specialisti che operano hanno davvero le capacità per farlo».

A tutto questo si aggiungono i problemi dei pazienti che scelgono di andare a farsi operare in giro per il mondo…

«Che andare all'estero (con l'idea di risparmiare) per farsi fare un intervento estetico non rappresenti il massimo della sicurezza è cosa nota. Spesso questi pseudo specialisti si svendono e non hanno quasi mai le carte in regola, dal punto di vista dei titoli per esercitare, come per quanto riguarda le strutture all’interno delle quali operare, come pure le capacità».

Che cosa si dovrebbe fare per meglio regolamentare la situazione?

«Il quadro è molto complesso se si entra nel merito della qualità delle prestazioni offerte e dei controlli che dovrebbero essere effettuati riguardo alla preparazione di chi compie i diversi interventi. Anche le casse malati hanno grosse responsabilità: manca spesso l’oggettività per l’erogazione di prestazioni non propriamente a loro carico. Ripeto, gli interventi potrebbero essere molteplici e spetta alle autorità competenti metterli in pratica».

E per quanto riguarda la tutela della salute del paziente?

«Per effettuare interventi importanti di chirurgia estetica è necessario disporre di una attrezzata sala operatoria e di un’adeguata assistenza di anestesia. Solo pochi chirurghi in Ticino dispongono dei locali e delle attrezzature necessarie. Mi sembra legittimo chiedersi dove vengono effettuati gli interventi e se è vero che dopo un rapido consulto in Ticino alcuni pazienti vengono poi dirottati in strutture oltrefrontiera».

Forse anche i media hanno qualche responsabilità nel propagare l’idea che esistano facili soluzioni per ogni problema estetico…

«Il bombardamento mediatico è in buona parte generato da chi per ampliare la propria clientela fa leva su presunte nuove tecniche oggi a disposizione. Ebbene, la mia opinione è che bisogna essere molto cauti riguardo a quelle che vengono presentate come soluzioni innovative. Se prendiamo per esempio il caso del lifting facciale è stato dimostrato che i risultati di tutti i trattamenti conservativi al posto di un lifting (filler, tossina botulinica, trattamenti laser e con ultrasuoni, ecc.) non danno risultati paragonabili a quelli di un lifting chirurgico tradizionale».

Quali sono le più frequenti richieste che si sente rivolgere?

«Tra gli interventi quello al seno femminile resta al primo posto. Il seno è la parte del corpo più importante per la donna. Si va dalla riduzione all'aumento, dalla mastopessi alla ricostruzione in seguito a malattia. È chiaro che un intervento al seno necessita spesso di protesi. E se la qualità delle protesi non è buona, possono esserci problemi supplementari. Devo dire però che esiste anche un elevato numero di donne che si rivolge alla chirurgia estetica con l’obbiettivo di ridurre il volume del proprio seno. Proprio per questo cerco di studiare con il paziente quello che dovrebbe essere l’operazione più opportuna da eseguire per raggiungere i risultati prefissati».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario L’opinione di Giorgio Bronz, chirurgo plastico, estetico e specializzato in interventi ricostruttivi, uno tra i medici ticinesi che vantano maggiore fama ed esperienza, sullo stato attuale della disciplina in Ticino e sulla necessità di tutelare meglio la professionalità dei medici.
Pubblicato in Benessere
Mercoledì, 20 Giugno 2018 10:11

La via vita in un salto

Ha partecipato ai Giochi Olimpici di Torino 2006, Vancouver 2010 e Sochi 2014, classificandosi nona, decima e undicesima. Nel 2006 ha conquistato una medaglia d’argento ai Mondiali Junior, un anno dopo si è confermata tra i “big”, arrivando terza ai Campionati del Mondo di Madonna di Campiglio. In Coppa del Mondo ha ottenuto quattro podi, tre secondi posti tra il 2007 e 2008 e una vittoria nel 2016. Dal 2014 è tornata a vestire i colori rossocrociati dopo aver gareggiato 12 anni per la Federazione italiana. L’abbiamo incontrata per parlare della sua passione e di lei».

Freestyle moguls, la sua specialità… Spieghi, a chi ne capisce poco come me, di che cosa si tratta…

«Si tratta di una discesa in una pista di gobbe lunga circa 200-250 metri. Durante il percorso bisogna compiere due salti diversi, il primo dopo poche gobbe e il secondo verso la fine del percorso. Una giuria attribuisce i punteggi in base alla tecnica dello sci tra le gobbe, alla qualità e difficoltà dei salti e alla velocità. È uno sport olimpico da Albertville 1992».

Ha fatto di una passione il suo lavoro, un sogno che non tutti possono vivere. Come si diventa professionisti? Qual è stato il suo personale percorso?

«Ho iniziato a praticare il freestyle moguls quando avevo 10 anni, grazie ad una giornata di prova organizzata dallo Sci Club Airolo che feci assieme a mio fratello e alcuni amici. Eravamo un gruppo di bambini a cui non interessava lo sci alpino, ma che voleva divertirsi in altri modi sulla neve. Fu amore a prima vista e così decidemmo di fondare il Freestyle Team Airolo. Dopo due anni entrai nella selezione regionale della FSSI (Federazione Sci Svizzera Italiana) e un anno dopo nella squadra nazionale junior svizzera. Senza rendermi conto passai dal gioco alle prime gare internazionali. Nell’estate del 2002, per poter proseguire la mia crescita sportiva e inseguire il mio sogno olimpico, ho preso la decisione che mi ha appunto permesso di trasformare la mia passione in lavoro: ho cambiato federazione e sono andata in Italia. È stata una scelta difficilissima, ma in quel periodo Swiss Ski non voleva investire nelle gobbe e in Italia c’era una struttura molto professionale per preparare i Giochi di Torino 2006».

Se fosse rimasta in Svizzera, non avrebbe trovato sbocchi?

«No, e probabilmente avrei smesso. Poi però anche in Italia le cose sono cambiate e hanno chiuso la squadra e visto che da anni Svizzera e Italia si allenavano assieme, nel 2014 ho deciso di tornare in Svizzera. Per me – tirando le somme - è stata una cosa positiva: volevo tornare a casa, anche se mi dispiaceva abbandonare l’Italia dopo che mi aveva accolta quando ero una ragazzina. È stato però bello sentirsi la benvenuta in Swiss Ski: erano tutti molto contenti di riabbracciare un’atleta matura, ma ancora competitiva».

Immagino che essere nata in Leventina l’abbia aiutata…

«Nonostante si possano praticare diversi sport in questa regione, una volta si diceva che in Leventina si sciava o si giocava a hockey. Io ho messo gli sci a 2 anni e l’hockey lo seguo appassionatamente da tifosa HCAP».

Ammettiamo, appunto, che non fosse nata a Quinto: fosse nata, che ne so, a Stabio, quale sport si immagina avrebbe praticato?

«Mi dicono sempre che da bambina ero parecchio agitata e un po’ “pazzerella,” quindi immagino che avrei scelto uno sport “estivo” simile al freestyle moguls, ma non saprei cosa. Se invece penso ai miei attuali hobby, mi sarebbe piaciuto approfondire il tennis o la MTB. Di sicuro uno sport all’aria aperta».

E, in senso più generale, cos’è lo sport per Deborah Scanzio?

«Una passione e una “droga”. Ne ho bisogno per stare bene, sia sotto forma di sfogo che per passare dei momenti divertenti in compagnia di amici. Inoltre, da alcuni anni, mi piace tantissimo scoprire nuovi paesaggi facendo sport, in bicicletta o a piedi».

Come ci si prepara a una gara?

«Prima di una gara di Coppa del Mondo ci sono sempre due giorni di allenamento per provare la pista. Bisogna trovare il giusto feeling con la neve, il pendio, i salti e il tipo di gobbe (lunghe, corte, grosse, ghiacciate). La pista si modifica molto con il passare del tempo ed è dunque importante sapersi adattare ai cambiamenti. Il giorno della gara si possono ancora fare un paio di discese di riscaldamento prima della qualifica».

Riti scaramantici?

«Mio fratello mi prende sempre in giro per i gesti che faccio prima di una discesa o di una gara. Sono dei tic inconsci che faccio per concentrarmi e trovare il giusto stato mentale. Ad esempio sistemo spesso la maschera da sci prima di partire».

E come si prepara, invece, un’intera stagione? Come ci si gestisce nei momenti in cui non ci sono gare?

«La preparazione alla stagione è lunga e a volte è dura pensare che ci si prepara tutto l’anno per 3 mesi di gare. Ma fa parte del gioco e alla fine ci sono così tante cose da fare che il tempo vola e dopo tanti anni ti abitui alla routine degli allenamenti. La gente pensa che chi pratica sport invernali inizi a prepararsi in autunno, ma in realtà ci si allena tutto l’anno. A volte si gira il mondo per cercare la neve e in altri momenti si resta a casa per la preparazione fisica e acrobatica».

Immagino che conduca una vita sana: cosa fa per il suo benessere e quanto è importante stare bene con se stessi?

«I miei hobby sono le cose che mi fanno stare bene, quando posso mi rilasso facendo sport in natura con gli amici. Mi piace andare in MTB o in bici da corsa o camminare in montagna. Negli ultimi anni ho imparato ad amare le piccole cose e questo mi fa stare bene con me stessa. Nello sport non sempre riesco a controllare le mie emozioni e allora faccio leva sui consigli del mio preparatore mentale, con cui lavoro da tantissimi anni. Il suo sostegno mi è molto utile anche nella vita quotidiana».

Quello che fa le piace sempre o ci sono momenti in cui ha la tentazione di mollare tutto? E come reagisce?

«In questo momento della mia carriera sono finalmente tornata a sciare con una mente più libera e quindi a divertirmi di più. In uno sport molto tecnico come quello che pratico, la fiducia gioca un ruolo fondamentale: se credi in te stesso e in quello che sai fare, i dubbi e le paure spariscono. Quando però lavori sodo e non raccogli quello che desideri e credi di meritare, ti viene voglia di mollare tutto. Mi è capitato più volte, l’ultima a inizio 2017. Ma poi stacchi la spina per qualche giorno, ricarichi le batterie, torni lucida e ottieni finalmente un buon risultato che ti conferma che anche tu puoi lottare con i migliori. Sicuramente, un’altra parte fondamentale che ti aiuta a superare i momenti difficili è l’ambiente in squadra. Il nostro è uno sport singolo, ma che si pratica per molte settimane lontano da casa: è dunque fondamentale sentirsi bene all’interno del team».

Il bello e il brutto di essere una sportiva professionista?

«Come detto, ho il privilegio di aver trasformato una passione in lavoro, ho potuto viaggiare molto e vivere tante esperienze uniche ed emozionanti che mi hanno arricchito a livello umano e trasformato nella persona che sono. Ci sono dei punti positivi che sono però anche… negativi: avere una vita così movimentata significa stare perennemente con la valigia in mano e quindi perdersi cosa succede a casa e rischiare di far fatica a socializzare. Fortunatamente, con l’avvento delle nuove tecnologie, è molto più facile tenersi in contatto con gli altri e quindi ci si sente meno “soli” quando si è lontani. Tra i punti negativi, citerei anche l’usura del corpo: uno sportivo d’élite consuma più del previsto il proprio corpo e a volte bisogna fare i conti con gli infortuni».

Che cosa fa quando non calza gli sci?

«Lavoro a tempo parziale presso Valbianca SA, la società che gestisce gli impianti di risalita di Airolo-Pesciüm. Mi occupo anche della parte amministrativa e curo il marketing della Deborah sportiva professionista: insomma, sono una specie di “manager di me stessa”. Non devo preoccuparmi di organizzare gli allenamenti o le trasferte, visto che a quello ci pensa Swiss Ski, ma per poter vivere di sport e di sci bisogna contare su sponsor solidi e fedeli».

Pratica uno sport prettamente invernale: ma l’inverno le piace sempre, in ogni sua manifestazione?

«Fino a qualche anno fa adoravo molto di più l’estate che l’inverno, ero una sciatrice atipica. Mi piaceva il caldo e il mare, ma ora apprezzo molto la montagna in ogni stagione e dunque anche in inverno».

E dell’estate, che un tempo preferiva alla stagione fredda, cosa mi dice?

«Vivendo in montagna e passando tanto tempo al freddo e sulla neve, dell’estate mi piace poter girare con le infradito e pochi strati di vestiti. Mi piace il mare e rilassarmi sulla spiaggia leggendo un libro, anche se negli ultimi anni sono diventata “iperattiva” e anche in vacanza mi piace svolgere tante attività e praticare sport».

Le piace anche scrivere, ha una sua rubrica giornalistica e cura il suo blog con grande attenzione: dello sci abbiamo detto, ma dove nasce il piacere dello scrivere?

«Devo ringraziare la mia professoressa di italiano alla Scuola Cantonale di Commercio, con il suo modo di insegnare è riuscita a trasmettermi la passione per la letteratura. Ho iniziato a leggere di più e così anche la mia scrittura è migliorata. Con il passare del tempo, ho scoperto che riuscivo a esprimere meglio determinati concetti o pensieri scrivendo e così le mie news sportive sul mio sito (www.deborahscanzio.com) sono diventate sempre più lunghe e articolate. Nella primavera del 2012, mentre ero infortunata a un ginocchio, un mio amico giornalista mi ha mostrato come funziona un giornale, facendomi fare anche dei lavoretti. Be’, mi è piaciuto. E poco dopo, ho incontrato il direttore della rivista “Sportiamo” che, scherzando, mi ha detto che avrei potuto gestire una mia rubrica intitolata “A Scanzio di equivoci”. Rubrica che ora esiste per davvero e curo con grande piacere».

È anche molto attiva sui social: come mai? È stato inevitabile? Che rapporto ha con il mondo virtuale?

«Mi piace condividere con amici e fans alcuni momenti o emozioni che fanno parte della mia vita da sportiva, cose che magari non pubblico sul sito o che non vengono riprese dai giornalisti. Ho iniziato con Facebook ed è il social che uso di più, poi ho provato anche con Twitter e Instagram, ma onestamente non sono molto pratica di questi due mezzi di comunicazione. In linea generale, credo si debba diversificare i contenuti e i messaggi, ma nella lista delle mie priorità non riesco sempre a trovare il tempo per farlo. Devo ammettere che seguo anche poco quello che fanno gli altri: chi mi conosce sa bene che ogni tanto mi ritiro nel mio mondo».

Chiusa la carriera agonistica, cosa farà? Come sta costruendo il suo futuro?

 «Non so ancora al 100% cosa farò… ma ho diverse idee! Di sicuro, essere già entrata nel mondo professionale (come dipendente di Valbianca) mi ha permesso di acquisire esperienze anche in altri campi e di arricchire il mio bagaglio di conoscenze. In ogni caso, una volta terminata la carriera sportiva, mi immagino attiva su più fronti, in ufficio come all’aria aperta. Dopo una vita irregolare, non vorrei avere degli orari fissi. Spero di poter tenere un piede anche nel mondo del freestyle, magari lavorando come allenatrice oppure nelle attività di promozione di questa disciplina. Inoltre, dopo aver svolto un corso nel 2011 organizzato da Swiss Olympic (manager di organizzazioni sportive, livello base), mi piacerebbe continuare la formazione di management sportivo. Finora ho realizzato tanti sogni e spesso sono riuscita a fare ciò che desideravo: con impegno e determinazione, sono sicura che quando smetterò con sci, gobbe, gare e allenamenti troverò un lavoro che mi soddisferà pienamente».

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Deborah Scanzio è nata a Faido il 25 dicembre 1986 e ha sempre abitato a Piotta, una frazione del Comune di Quinto, in Alta Leventina. Ha iniziato a sciare ad Airolo a 2 anni e quando ne aveva 10 ha scoperto il freestyle moguls grazie allo Sci Club Airolo. In poco tempo, la sua passione è diventata anche il suo lavoro.
Pubblicato in Sport e campioni
Giovedì, 07 Giugno 2018 14:29

Il segreto per una pelle luminosa

L’avviamento del processo d’invecchiamento della pelle si manifesta non solo con le prime rughette e rughe, ma anche attraverso cambiamenti dell’aspetto della pelle, che tende a diventare secca e a presentare irregolarità. Mentre in generale la pelle può assumere una tinta pallida e perdere luminosità, la zona “T” del viso (cioè la fronte, il naso e il mento) tende a diventare eccessivamente lucida. Con la linea Lubex anti-age® la ricerca dermatologica di Permamed è riuscita a rispondere in modo molto specifico a queste esigenze. Già a partire dai 20 anni, la pelle comincia a presentare i primi segni d’invecchiamento, causati da una parte da fattori biologici e dall’altra da fattori ambientali. Con ambiente si intende soprattutto il cosiddetto stress ossidativo, come p. es. i raggi UV, il fumo e le sostanze inquinanti quali gas di scarico, ozono e polveri fini. Le conseguenze di entrambi i fattori d’invecchiamento però sono simili: provocano una diminuzione della produzione di collagene, di elastina e di lipidi. La pelle perde così la propria tonicità, e cominciano a manifestarsi delle prime linee e rughette nella zona degli occhi. I trattamenti e la profilassi attivi di Lubex anti-age® contengono sostanze trattanti particolari che proteggono la pelle, la idratano e la lisciano.

Da 40 anni, competenza dermatologica Swiss made Permamed è una piccola e media impresa (PMI) farmaceutica svizzera, con sviluppo e produzione di galenici propri, e ciò da ormai quattro decenni. Oggi conta circa 75 dipendenti a Therwil, nei pressi di Basilea. È tra le 10 prime ditte del paese per i prodotti OTC e fabbrica soltanto prodotti originali, e non generici. Per Permamed, che produce prodotti di alta qualità in sede fin dall’inizio, la swissness è un concetto di grande concretezza. In effetti, tutti i preparati topici vengono sviluppati, prodotti e confezionati, in conformità con le norme NBP, nei propri laboratori di Therwil.

Da Basilea al Ticino Il fondatore e proprietario della Permamed SA Christian H. Lutz ha un modo attivo, tutto suo, di vivere la swissness, in questo caso il legame tra la Svizzera interna e il Ticino: ogni tanto lascia infatti la realtà aziendale di Therwil per concedersi un po’ di relax con la famiglia e gli amici nella sua casa di Ascona, borgo del quale apprezza particolarmente l’atmosfera. Anche Angela Vattioni, una vivace appenzellese, è ormai pratica della cultura e della mentalità ticinese: da 8 anni è infatti lei la prima persona di contatto di Permamed per i medici e i farmacisti a sud delle Alpi.

Prospettive future Permamed è riuscita negli ultimi decenni a estendere il marchio di successo Lubex a molti altri prodotti. Infatti, Lubex è lungi oggi dall’essere “soltanto” un’emlusione detergente per la pelle: shampoo attivi, lozioni, preparati per peeling, trattamenti diurni e notturni per la pelle e trattamenti speciali completano e arricchiscono ormai un assortimento che vuole essere all’altezza delle esigenze igieniche più moderne. Ciò che invece rimane costante è il concetto di “competenza dermatologica”, per cui tutti i prodotti Lubex sono sviluppati in collaborazione con dermatologi attivi sia in studi medici sia in cliniche e non contengono né conservanti, né sostanze profumanti allergeniche, né coloranti. Per i prossimi anni è previsto lo sviluppo, sempre secondo le conoscenze medico-scientifiche più aggiornate, di alcune novità dermatologiche selezionate e di prodotti della linea Lubex anti-age®, in modo da poter rispondere anche in futuro alle esigenze sempre più specifiche di pazienti e consumatori.

Le esigenze specifiche della pelle continuano a essere al centro A influire sulla pelle non sono soltanto i fattori d’invecchiamento biologici e ambientali e lo stress ossidativo, ma anche la mancanza di sonno e i cambiamenti di stagione. E, spesso, un trattamento diurno o notturno non basta più a coprire i bisogni individuali della pelle. In questi casi, si può ricorrere ai trattamenti speciali di Lubex anti-age®, che forniscono alla pelle le sostanze attive necessarie in forma molto concentrata, nonché diversi fattori idratanti e lipidi. Lubex anti-age® intelligence refining & correcting biostimulator, in particolare, permette di affinare l’aspetto della pelle e di renderla subito opaca se usato in combinazione con un trattamento dermatologico diurno e/o notturno Lubex anti-age®. Inoltre esso riduce e corregge le rughette grazie a un sistema attivo con 6 Biostimolatori, la cui azione si svolge dalla superficie della pelle in profondità. Lubex anti-age® intelligence refing & correcting biostimulator rinfresca e abbellisce l’aspetto della pelle e rende quest’ultima più luminosa.

La salute ci sta a cuore: l’impegno contro il cancro Quale protagonista del mondo sanitario svizzero, Permamed ci tiene a impegnarsi anche nel campo sociale. Lo fa tra l’altro sostenendo la Lega svizzera contro il cancro e in particolare donando un franco per ogni confezione «Lubex anti-age» venduta al programma per la prevenzione del cancro del seno. In questo modo, la ditta vorrebbe esprimere la propria gratitudine in particolar modo nei confronti delle donne. Ogni franco può contribuire a salvare delle vite...

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Sempre più persone hanno esigenze molto elevate quanto alla qualità dei trattamenti che usano quotidianamente e non esitano a seguire i consigli anti-age competenti del loro medico specialista o farmacista di fiducia.
Pubblicato in Cosmetica
Mercoledì, 06 Giugno 2018 12:46

Un aiuto per stare meglio

Che cos’è innanzitutto il Rolfing?

«Il Rolfing è un metodo utilizzato per riconoscere e provare a superare problematiche esistenti, che si possono ad esempio manifestare con mal di schiena, dolori cervicali, instabilità delle caviglie, periartriti scapolo-omerali ecc, ma la sua potenzialità immensa la manifesta in quanto approccio preventivo per aiutare a mantenere e migliorare il proprio stato di benessere, grazie alla consapevolezza corporea che si acquisisce durante il processo».

Come si diventa Rolfer?

«Ho studiato Scienze Naturali all’Università di Padova, dove ho conseguito la laurea nel 2001. Successivamente ho lavorato per diversi anni come biologo marino negli incantevoli mari delle isole Maldive, facendo anche da guida marina ai turisti. Ho trascorso gran parte della mia vita a stretto contatto con la natura, sia montana che marina. La mia passione anche per le scienze umane, mi ha portato a frequentare diversi corsi alla ricerca del miglior connubio tra uomo e natura. Ho così preso coscienza che il modo migliore per stare in armonia con sé stessi e con il mondo che ci circonda è attraverso la consapevolezza corporea. Sono quindi venuto a conoscenza del metodo Rolfing. Sembrava come disegnato su misura per armonizzare e combinare il frutto delle mie ricerche. Ho scelto di ricevere le 10 sedute di Rolfing, sperimentando su di me l’efficacia di questa tecnica di lavoro corporeo. Non ho più avuto esitazioni e ho intrapreso tutto l’iter necessario per diventare io stesso un operatore Rolfing. Così a inizio 2010 mi sono diplomato negli Stati Uniti, presso il Rolf Institue di Boulder in Colorado. Oggi posso condividere queste conoscenze con le persone con le quali entro in contatto. Questo mi gratifica e mi permette di aiutare sempre più persone a conoscere meglio se stesse e raggiungere uno stato di benessere psicofisico maggiore».

Come avvengono le sedute di Rolfing?

«Dopo un colloquio preliminare e una lettura del corpo, il percorso del Rolfing si svolge generalmente nell’arco di 10 sedute della durata di un’ora abbondante ciascuna. Il Rolfer osserva il corpo della persona in posizione eretta ed in movimento nello spazio e ne “legge” le principali caratteristiche. Poi in base al bisogno specifico del momento, viene valutata la modalità di lavoro. Ogni seduta, personalizzata a seconda delle esigenze dell’individuo, si focalizza nel liberare tensioni o blocchi legati a traumi. Il Rolfer, nella specificità caratteristica di ogni seduta, non perde di vista il principio olistico di base, assicurandosi che il lavoro svolto possa integrarsi nella struttura del cliente in modo confortevole ed armonioso».

Chi potrebbe trarre un giovamento dal Rolfing?

«Direi che va bene per tutte le persone che si sentono intrappolate nel proprio corpo a causa di traumi del passato; è adatto a chi soffre di mal di schiena e dolori cervicali, dolori alla colonna vertebrale, mal di testa, tensioni, problemi di portamento, limitazioni nei movimenti ad esempio in seguito a incidenti o altro».

Il Rolfing può essere utilizzato per prevenire possibili malanni futuri?

«Le sedute di Rolfing effettuate a titolo preventivo aiutano a migliorare la percezione del proprio corpo e il proprio benessere emozionale. Il metodo Rolfing è adatto per qualsiasi persona di qualsiasi fascia d'età, e si rivolge generalmente a chi si sente inadeguato o registra tensioni croniche, a chi è esposto a grande stress in ambito professionale o che desidera migliorare i propri movimenti e la percezione del proprio corpo, ad esempio praticando sport, yoga, ballo, teatro o suonando uno strumento musicale»

TI Rolfing
Corso Pestalozzi 21B
6900 Lugano
bigontina@gmail

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  • Sommario Nato e cresciuto a Cortina d’Ampezzo, dove ha passato i primi vent’anni immerso nella natura, giocando nei boschi e praticando tutti gli sport che la montagna offre, Angelo Bigontina è operatore Rolfing, un metodo che non si occupa del sintomo, ma del sistema-corpo nella sua interezza.
Pubblicato in Benessere
Martedì, 05 Giugno 2018 09:11

Indagini sull’uomo

Solo quest’anno Igor Sibaldi ha pubblicato sei nuovi libri con le più importanti case editrici italiane. Oltre a scrivere, condivide le sue riflessioni illuminanti tramite conferenze e pièce teatrali. Dal 1997 si muove attraverso l’Italia e all’estero andando incontro al pubblico con conferenze e workshop. Eventi vibranti che spiazzano, trasformano, spingono fuori dal selciato della logica comune. Chi incontra Igor Sibaldi, in un modo o nell’altro ne uscirà trasformato. A suo agio con tematiche che toccano filosofia e storia delle religioni, psicologia, mitologia e filologia, storia della letteratura e teatro si può definire un uomo dalla curiosità vorace e traversale. Tra le pubblicazioni che sono state più apprezzate dal pubblico ci sono titoli come I maestri invisibili, sulle facoltà extratemporali della psiche, Il codice segreto del Vangelo, in cui offre una traduzione nuova con commento del Vangelo di Giovanni e poi ancora Il mondo dei desideri, sulla dinamica del desiderio; Eros, sulla possibilità di riattualizzare l’antica filosofia dell’amore. Nato a Milano nel 1957, Igor Sibaldi ha però origini russe ed è esperto di letterature slave. Per Mondadori infatti ha tradotto Guerra e pace di Tolstòj. Come già detto, scrivere non basta a soddisfare il suo moto espressivo e nel teatro trova un mezzo intrigante. È autore e regista di Francesco e i burattini e Dioniso, una pièce intima che sa sondare le profondità della vita in modo delicato… Uomo vitale, allegro e disponibile, ha acconsentito ad aprirsi ai nostri lettori parlando di se e del suo approccio al vivere. Lasciati ribaltare dalle sue risposte. Forse il talento principale di Igor Sibaldi è proprio quello di farci cambiare prospettiva, invitandoci a guardare il mondo da un punto di vista fresco, onesto e mai scontato.

Chi è Igor Sibaldi oggi, come ti presenteresti a qualcuno che non ti conosce?

«In alcuni miei libri ho descritto la mia antipatia per il verbo essere: penso che la maggioranza dei guai in cui una persona si possa trovare dipenda proprio dalla sua certezza di sapere chi sia. Non appena uno sa chi è, si ritiene in dovere di esserlo, e ciò limita le sue prospettive: si sente spinto a giustificarsi per com’è (se no, cambierebbe!), a proibirsi nuove opportunità, a fissarsi su certe sue idee (perché gli sembra che siano giuste per ciò che lui è). Così, uno che sa chi è si deprime, litiga facilmente, e annoia se stesso e gli altri, con la sua prevedibilità. Al contrario, è molto piacevole accorgersi di non sapere ancora abbastanza di se stessi. Tanto più che ognuno di noi può sempre diventare molto di più di quello che si è rassegnato a essere, e quel «molto di più» è il mio argomento prediletto. Perciò quando mi capita di intrattenermi con qualcuno che non mi conosce, preferisco di gran lunga fare domande, per vedere se per caso non mi suggerisce qualche nuova possibilità di pensiero, di scoperta, di azione.

Quale anelito ti ha spinto e tutt'oggi ti spinge alla tua scelta di vita professionale?

«Di sicuro c’è un’ingenua voglia di far nascere un tipo di pubblico nuovo. I libri che scrivo, le conferenze che faccio trattano di numerosi argomenti in un modo completamente diverso da come li si è trattati di solito: chi si mette a leggermi o ad ascoltarmi capisce subito che, per intendermi, deve cominciare a cambiare. E immaginare quei cambiamenti mi dà molto piacere e molta energia. Poco male se è un’ingenuità, dato che da una ventina d’anni sta funzionando. Poi c’è una mia necessità, che mi accomuna a un buon numero di scrittori e artisti: desidero scoprire, e riesco a compiere scoperte solo mentre mi rivolgo a qualcuno altro. Si vede che sono meno intelligente quando sto per conto mio. Credo sia una tendenza di carattere amoroso: gli innamorati migliorano molto quando sono in compagnia di chi amano. In loro, il «perché» diventa tanto importante quanto il «per chi». Così è per me».

Se si va al nocciolo di ciò che condividi attraverso libri, teatro e conferenze… cosa si trova?

«Spiacente, è una domanda che non fa al caso mio. I miei libri e le mie conferenze sono, in ogni frase, al nocciolo e al centro di ciò che ho da dire. Se avessi potuto esprimere più concisamente le mie idee, lo avrei fatto senza dubbio. Per esempio: quando parlo a un pubblico, mi piace fare battute e sentire che la gente ride. Ma in ciascuna battuta, anche nella più buffa, c’è un nocciolo, un centro, senza il quale la conferenza sarebbe incompleta. C’era una volta un imperatore cinese che comandò ai suoi geografi di disegnargli una buona carta della Cina. E dopo molto lavoro, i geografi e l’imperatore scoprirono che una buona carta della Cina sarebbe dovuta essere grande come tutta la Cina. Penso che lo stesso valga per qualsiasi libro che meriti di essere letto, o per qualsiasi discorso che meriti di essere ascoltato.

In questo momento storico quale urgenza interiore ed esteriore ti ispira?

«C’è, da qualche tempo, un’urgenza sia interiore ed esteriore che ispirerebbe chiunque se ne accorgesse: la nostra civiltà occidentale ha cominciato a scindersi in due correnti, una delle quali ha deciso di accontentarsi del mondo così com’è, mentre l’altra desidera intensamente un mondo nuovo. Da circa un secolo non succedeva in maniera tanto eclatante: dai tempi della grande emigrazione oltreoceanica. Purtroppo, queste scissioni durano sempre poco: tutt’a un tratto, chi si è avviato verso un mondo nuovo perde i contatti con chi è rimasto nel mondo vecchio, e chi è rimasto nel mondo vecchio non ha più né la forza né le occasioni per cambiare qualcosa della propria vita. In momenti simili è normale sentirsi spinti a mostrare al maggior numero possibile di persone i modi per desiderare di più, e per fare il balzo. E da questo punto di vista, dunque, mi sento molto normale, dato che la tematica su cui mi sto concentrando, in tutti i miei lavori, è proprio il mondo nuovo – che stavolta non è nelle Americhe, ma a portata di mano di chiunque, in ogni località».

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  • Sommario Incontro con uno scrittore, conferenziere e regista teatrale fuori canone.
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Martedì, 05 Giugno 2018 08:42

Il grande tennis torna a Lugano

Ci racconta il suo percorso sportivo?

«Ho cominciato a giocare a tennis all’età di 4 anni. A dire il vero possiamo dire che giocavo già nella pancia di mia madre e dal passeggino ero già tifosa a bordo campo. Da allora la racchetta è diventata il prolungamento del mio braccio, una compagna di viaggio e di tante avventure. Durante tutto il periodo delle scuole obbligatorie facevo avanti e indietro da Camorino, dove all’epoca si riuniva la “cellula” di Swiss Tennis, un gruppetto di giocatori ticinesi scelti per allenamenti mirati e diciamo privilegiati, tre volte alla settimana dopo la scuola. Poi, a 15 anni, arrivò la proposta da Bienne, per trasferirmi nel Canton Berna, a condizione di accantonare lo studio. Giocavo a tennis 4 ore al giorno e per due ore mi dedicavo alla condizione fisica».

Una vita bella, ma anche piena di sacrificio…

«Lo sport è anche questo. Questa è stata la mia routine per quasi tre anni: giravo il mondo da un torneo all’altro, sognando di diventare tennista professionista. Per dare spazio ai più giovani sono rientrata in Ticino e ho ricominciato la scuola. Ho scelto il Liceo linguistico in Italia, ciò che mi permetteva di avere i pomeriggi liberi per dedicarmi agli allenamenti, a Saronno questa volta. Poi portare avanti due cose è diventato sempre più difficile, e le cose mi piace farle bene, quindi il tennis è passato in secondo piano rispetto allo studio: mi sono laureata in Scienze della Comunicazione all’USI di Lugano».

Perché ha scelto, se di scelta si è trattato, proprio il tennis?

«Ho respirato tennis fin da subito, mamma e papà giocavano entrambi ed è sempre stato un piacere stare in campo per me. All’inizio facevo parallelamente anche ginnastica ritmica, poi verso gli 11 anni ho dovuto compiere una scelta. Probabilmente, fu dettata anche dal fatto che ero portata per il tennis, così almeno dicevano gli allenatori che allora mi vedevano tirare palline. Ho sempre praticato anche altri sport, come il nuoto o lo sci, ma solo con il tennis era vero amore».

Cos'è oggi il tennis per Serena Bergomi?

«È tuttora una grande passione, a cui però dedico meno tempo, ahimè. Diciamo che in inverno vado un po’ in letargo, esco dalla tana in primavera e riprendo. Insegno, nei ritagli di tempo, gioco qualche torneo e non manco mai all’appuntamento Interclub: mi piace lo spirito di squadra, e sono fiera capitana di un gruppo di pazze. Il tennis – guardato e giocato - farà sempre parte della mia vita».

Quando ha iniziato a giocare, a quali modelli si ispirava e perché?

«Sarà scontato, ma Martina Hingis all’epoca se ne stava, con i poster delle boy band, sui muri della mia cameretta. È difficile non rimanere abbagliati da un talento simile. La facilità e la lettura del gioco che le permetteva sempre di essere una frazione di secondo in vantaggio sugli altri era ipnotizzante. A Camorino abbiamo cominciato ad allenarci seguendo il suo metodo, o meglio, il metodo di mamma Molitor. Penso mi sia «servito molto, anche se il mio gioco poi si è sviluppato in maniera diversa. Lo schiaffo al volo arrivava proprio da lì».

E oggi quali sono i tennisti che più la fanno entusiasmare?

«Anche qui rischio di cadere nella banalità più assoluta, ma come mi fa battere il cuore Roger Federer, non ci riesce nessuno. Notti sveglia per seguirlo, balzi sul divano, urla disumane. Insomma, lui per me incarna l’essenza del tennis, è un dono dal cielo. Tifo ovviamente tutti i rossocrociati, in campo maschile e in quello femminile. Sono legata da una bellissima amicizia a Timea Bacsinszky. Ma di amore vero ce n’è uno solo: King Roger. Se dovessi scegliere un altro giocatore del circuito che apprezzo, tolti gli elvetici, punterei senza dubbio su Juan Martin Del Potro. Non solo per lo stile, ma anche, e soprattutto, per l’attitudine, la dedizione e il cuore che ci mette quando entra in campo. E a livello femminile la mia solidarietà va a una guerriera come Simona Halep».

Quanto contano nel tennis e nello sport in generale gli esempi dei campioni?

«Tantissimo. Ma non solo tennis o nello sport in generale, anche nella vita. Lo sport deve insegnare l’umiltà, il sacrificio, deve temprare il carattere e forgiare la forza di volontà. E chi meglio di un campione ti dimostra che se davvero vuoi, puoi? Avere un modello da seguire, qualcuno che quella strada, a modo suo, l’ha già percorsa, è uno stimolo importante. E poi, tolte alcune eccezioni, lo sport è salute, porta con sé dei valori che ogni tanto vengono dimenticati, come il rispetto».

Com'è cambiato questo sport negli ultimi 20 anni?

  «È cambiato molto, non tanto nella sostanza quanto nella forma. Dall’equipaggiamento – ovviamente oggi più all’avanguardia - alle tecnologie introdotte (come l’occhio di falco). Il tennis però è sempre lo stesso, vinci se fai un punto in più del tuo avversario o, a dipendenza di quale sia la tua tattica, se fai un errore in meno. Di recente sono stata a Milano per seguire le Next Gen ATP Finals, con i migliori emergenti che provavano un nuovo sistema di gioco: insomma, un tennis 2.0. Molto spettacolare e affascinante, ma non sono ancora pronta per sostituire il vecchio modello con quello nuovo».

Venendo al torneo di Lugano, di cosa si occuperà?

«Sarà di certo una bella avventura! Conosco l’ambiente e quindi posso fare da ponte tra l’organizzazione, le giocatrici e il nostro bel Ticino. Sarò la speaker ufficiale, quindi sentirete spesso la mia voce in giro per i campi».

Che importanza dare al ritorno in Ticino di un torneo di livello mondale?

  «Lasciatemelo dire: era ora! Mancava proprio una competizione di alto livello qui da noi. Senza nulla togliere al Challenger di Chiasso (prima maschile e poi femminile), a quello di Caslano e ai tornei internazionali organizzati a Taverne. Ma dopo il torneo di Lugano dei bei tempi, il tennis che conta da noi non si era più visto. Ed è un peccato. Anche perché è uno sport praticato e molto seguito alle nostre latitudini, quindi perché non cavalcare l’onda e offrire un bello spettacolo a tutti gli appassionati di racchetta e pallina?».

Ci dà una sua valutazione anche sul tennis ticinese?

«Fare tennis in Ticino non è semplice. Un po’ come per il calcio, c’è tanto campanilismo. E diventare bravi, ma bravi davvero, nel nostro Cantone è dura. Ecco perché sempre più atleti varcano i confini: Bandecchi e Tsygourova in direzione Italia, Margaroli in Austria, tanto per citare un paio di esempi. Però tanti bambini si avvicinano al tennis e questo è un bene. Ci sono parecchie strutture in Ticino che permettono, a iniziare dai più piccini, di cominciare ad amare questo sport».

Ultima curiosità: un talento su cui scommetterebbe?

«Con le scommesse sono una frana, non ci azzecco mai. Però provo a sbilanciarmi e faccio un nome: Carolina Pölzgutter. Ha una buona base da fondo campo e tanta pazienza. Non appena troverà il coraggio di spingere di più e prendere anche la rete potrebbero arrivare risultati sempre più incoraggianti».


Un torneo con grandi aspettative

Geraldine Dondit è la direttrice del Torneo WTA di Lugano e anche per lei si tratta di un avvenimento senza dubbio emozionante. Da affrontare in che modo e con quali obiettivi? Che genere di torneo sarà il vostro? Quale montepremi avrà e come di colloca nel panorama internazionale?

«Il Samsung Open sarà uno dei primi tornei sulla terra battuta della stagione 2018. È un evento che appartiene alla terza miglior categoria di tornei a livello internazionale, con un montepremi di 250.000 dollari».

Come è nata e come si è poi sviluppata l'idea di questo torneo?

«L’agenzia InfrontRingier opera in Svizzera con la commercializzazione dei due maggiori campionati di calcio, organizza il Tour de Suisse e l’Hockey Cup. Come quarto pilastro, l’agenzia voleva essere coinvolta nel promettente tennis femminile. E il progetto è andato in porto».

Cosa comporta organizzare un torneo di questo livello?

«Prima di tutto serve una licenza e un grande contributo da parte degli sponsor. Poi circa 150 collaboratori e naturalmente tante autorizzazioni e concessioni. Si tratta di un evento piuttosto complesso».

Come si fa a convincere un tennista a partecipare a un torneo?

«Alle giocatrici piace giocare in Svizzera. A dire il vero bisogna convincere davvero poche giocatrici, più che altro quelle tra le prime 20 della classifica WTA: per loro vige oltretutto un regolamento specifico e solo alcune possono partecipare a un torneo come quello di Lugano».

Come intendete profilarvi nel prossimo futuro? Quali ambizioni avete?

«Sarebbe bello organizzare il torneo per i prossimi 2-5 anni in Ticino. Un ruolo importante è svolto dallo sviluppo finanziario: per poter proseguire su questa strada e permettere al torneo di sopravvivere a lungo dovremo pareggiare i conti al termine del terzo anno, altrimenti sarà difficile».

Crede che un evento simile possa dare altro lustro alla città?

«Penso di sì. Il torneo sarà trasmesso da 105 stazioni televisive in tutto il mondo, raggiungendo un pubblico cumulativo di oltre 500 milioni di spettatori. Ovunque si vedranno le bellissime foto del TC Lido Lugano e dei suoi dintorni. Speriamo anche che il torneo motivi e ispiri gli spettatori a fare sport e soprattutto a giocare a tennis».

Il giorno dopo la finale, sarete felici se...?

«Se non ci saranno stati incidenti importanti, se le giocatrici svizzere avranno giocato bene, se la tribuna si sarà riempita e se gli sponsor saranno soddisfatti, con la promessa di esserci anche per l’anno successivo!».

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  • Sommario Dopo i fasti degli anni ’80, quando sulle rive del Ceresio approdarono Chris Evert e Gabriela Sabatini, a Lugano si tornerà presto a respirare aria di “tennis vero”: dal 9 al 15 aprile i campi del Tennis Club Lido ospiteranno infatti un torneo femminile WTA. Serena Bergomi, ottima tennista e brava giornalista a TeleTicino, fa parte dell’organizzazione: l’abbiamo incontrata per saperne di più del torneo, certo, ma anche di lei e del sempre vivace mondo del tennis ticinese.
Pubblicato in Sport e campioni
Mercoledì, 17 Gennaio 2018 17:03

Investire nell’hockey

«Come molte realtà redazionali – spiega Jari Pestelacci Sales Manager dell’azienda – HSHS vive grazie ai vari e validi spazi pubblicitari presenti nel portale. Vi è infatti la possibilità di pubblicizzarsi attraverso i nostri articoli, apparire attraverso banner o semplicemente come sponsor di una specifica rubrica. Spesso gli inserzionisti richiedono un misto di prestazioni ed è nostra premura soddisfare al meglio le esigenze dei clienti cercando di realizzare un pacchetto su misura».

Grazie ad un numero di visitatori in crescita costante HSHS garantisce un’ottima visibilità ad un prezzo molto attrattivo con un costo per contatto ottimale in ragione dal notevole numero di lettori. «Il nostro intento – prosegue Pestelacci – è quello di far capire alle aziende presenti sul territorio che HeShootsHeScoores è una realtà ben presente e con un forte potenziale. Si tratta infatti di una startup di successo, in forte crescita ma che si è già affermata come il portale sull’hockey numero uno in Ticino. HeShootsHeScoores.com è un progetto editoriale nato con l’obiettivo di regalare agli appassionati una copertura neutrale del mondo dell’hockey svizzero e internazionale nuova e diversa rispetto agli standard dei media cantonali. HSHS pone l’accento su tutto ciò che riguarda le squadre di Ambrì Piotta e Lugano, ma presenta anche la copertura più estesa in lingua italiana per quanto riguarda il mondo della NHL. Il tutto si completa con puntuali aggiornamenti dal resto della Svizzera e da tutti i principali eventi nel corso della stagione».

Il suo successo è stato immediato (ben 24.000 impression al giorno) e il sito, accompagnato da pagine Facebook e Twitter, è diventato rapidamente una fonte d’informazione irrinunciabile da parte degli appassionati, sia a livello locale sia nazionale. HSHS è infatti il primo e l’unico portale in Ticino interamente dedicato al mondo dell’hockey, ed in generale uno dei pochi in tutta la rete in lingua italiana.

«Nonostante gli incredibili risultati – conclude  Pestelacci –  sia sul piano qualitativo sia da quello puramente statistico, il progetto è stato portato avanti fino ad oggi da un gruppo di giovani appassionati nel tempo libero, fattore che non fa altro che valorizzare i traguardi raggiunti e la grande professionalità che traspare dai contenuti. Dalla scorsa stagione il progetto è diventato una realtà aziendale. La professionalità di HSHS è testimoniata dalle numerose citazioni su media locali e internazionali come LaRegione, Giornale del Popolo, Il Caffè della Domenica, Blick, RSI LA2, RSI Rete Tre, Montreal Gazette, Hockey Inside/out, Vancouver Sun, RDS.ca, SNY TV, CJAD Radio, Eliteprospects, Eurolanche, Nucksmisconduct, Planetehockey, Hockeyfans, Bieler Tagblatt e altri ancora. Lo scopo della collaborazione vogliamo offrire alle aziende è quella di proporre degli spazi di visibilità pubblicitaria, nelle modalità che meglio si sposano con le strategie di marketing e vendita delle diverse aziende».

 

 Contatti: 

 +41 (0) 91 252 00 40

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Tutte le cifre di un successo

Lo scorso anno HeShootsHeScoores.com ha registrato:

     -          più di 5.500.000 impression sull’arco della stagione

-          più di 2.000 articoli

-          più di 2.000 foto

-          più di 100 video

-          più di 12.000 commenti

-          più di 7.500 followers

 

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  • Testatina HeShootsHeScoores
  • Sommario HeShootsHeScoores è un progetto interamente ticinese nato da ragazzi con la passione per l'hockey nel sangue. Grazie al contributo e alla fiducia di chi ha creduto fin da subito nel progetto, dal 2015 il portale è diventato una realtà aziendale a tutti gli effetti dimostrandosi una startup di successo e sempre in crescita. E ora si rivolge alle aziende che intendono sostenerlo offrendo spazi pubblicitari e una straordinaria visibilità.
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