Sabato, 04 Agosto 2018 08:36

Umanissima tecnologia

Sembra un dirigente da Silicon Valley, con quell’immagine da manager all’avanguardia, professionalissimo e incredibilmente attento al fattore umano. Alla mano, simpatico, poliglotta, di certo sportivo. Ce lo immaginiamo che si sveglia ogni mattina prima dell’alba per i suoi 20 km di corsa e poi si butta con passione verso la sua mission: progettare e mettere sul mercato elettrodomestici da cucina sempre più tecnologici, davvero utili a risolvere i piccoli problemi quotidiani, facili da assemblare per i produttori, attenti all’ambiente e belli da vedere. Daniel Arler a partire da febbraio 2016 è a capo della divisione Major Appliances Emea, non che Executive Vicepresident di AB Electrolux. Nel gruppo dal 2002, il manager nato in Olanda è stato fra i protagonisti di Eurocucina FTK 2018, all’interno del Salone del Mobile di Milano, e ci ha regalato una mezzora davvero ricca di spunti.

Partiamo parlando di lei: quali soddisfazioni in questi due anni, o poco più, di incarico?

«Soddisfazioni enormi! Soprattutto nel conoscere tutta le persone che fanno parte del nostro gruppo. Qualunque azienda è fatta di persone e sto avendo davvero la possibilità di conoscere i tantissimi talenti che abbiamo la fortuna di veder lavorare all’interno o a fianco del brand. Ogni giorno cerco di visitare le nostre sedi, conoscere coloro che lavorano con noi, e sono sempre più sorpreso di quanto talento giri intorno ai nostri elettrodomestici. Gente con idee fantastiche e passione incredibile».

Anche tastando il polso del mercato e della produzione qui al Salone, che idea si è fatto del futuro del settore? E in particolare di quello del vostro brand?

«Innanzi tutto mi lasci dire che sono molto contento che la Fiera vada così bene, abbia una tale affluenza di pubblico ed espositori. - Infatti è un giorno per soli addetti al settore e i padiglioni sono comunque strapieni, N.d.R. - Mancherebbe altrimenti un’esposizione internazionale così importante in Europa. Ci accorgiamo di questo soprattutto dalla grande affluenza di non europei, cinesi e mediorientali in primis. Parliamo di certo della fiera leader nel mercato europeo. Dove va il settore? Siamo qui proprio per scoprirlo, per parlare con tutti gli agenti della filiera, prima ancora che per tastare il polso dei consumatori. Siamo molto interessati a parlare soprattutto con i mobilieri, per capire materiali, colori, formati: vogliamo fornirgli prodotti che gli permettano di vendere il maggior numero di cucine! Quest’anno abbiamo posto grandissima attenzione anche nel progettare elettrodomestici da incasso che siano veramente facili da installare. C’è un modello che mi sono cimentato personalmente a inserire e l’ho fatto con successo – ride – quindi può farlo davvero chiunque. Lo scopo è quello di semplificare e soprattutto velocizzare il lavoro dei mobilieri».

Risultati professionali, risparmio energetico e connettività. Questi mi sembrano essere i vostri capisaldi a EuroCucina 2018. Come si realizzano e quanti sforzi prevede in fase di progettazione un obbiettivo simile?

«Per quanto riguarda i risultati, noi ambiamo sempre ad una taste experience, perché non puoi parlare - neanche con gli chef professionali - di watt o di gradi. Alla fine la domanda è sempre “Ok, perfetto. Ma in fondo, cucinando con i vostri elettrodomestici, il sapore com’è?”. Per quanto riguarda la connettività, bisogna ammettere che in questi ultimi anni ha rappresentato per noi un obbiettivo importante. Ma, anche in questo caso, ci interessa solo nella misura in cui risolve problemi, semplifica le cose in cucina, regala strumenti per aumentare il gusto dei piatti. Quando ci propongono nuove idee, progetti nuovi, chiediamo sempre, a nostra volta, “ok, ma alla fine il gusto ci guadagna?” A conti fatti, abbiamo scelto di sviluppare qui progetti in cui la connettività ci aiutava a risolvere problemi quotidiani: pianificare la settimana, dando cibo gustoso e soprattutto sano. La mamma o il papà aprono l’app che dà loro ispirazione: cosa vuoi mangiare?, allergie, prodotti stagionali, prodotti in offerta questa settimana. Fai un piano settimanale e lo mandi direttamente al tuo supermercato di fiducia, ordini la spesa e programmi la consegna. Poi devi prepararlo, ancora prima di cucinarlo. Ecco allora che senza uscire dall’app, hai dei video tutorial, di 7 secondi, che passaggio per passaggio ti insegnano a pulire l’ananas o a spinare il pesce. E poi ovviamente sostegno nella cottura, per esempio preriscaldi il forno e gli dai il setting, avendo anche la possibilità di far partire le pietanze in modo differenziato, per avere tutti i piatti che ti servono pronti contemporaneamente».

L’avessi visto 10 anni fa, mi sarebbe sembrata fantascienza. Eppure non vi potete fermare: cosa vi inventerete ancora?

«La ricerca parte sempre dal capire dove va il consumatore, che cosa vuole. Ciò che più è cambiato rispetto al passato è la velocità con cui le tecnologie nuove si diffondono. La grande sfida è proprio legata a questo. Noi abbiamo aperto un centro di customer experience in Svezia, dove la gente arriva e semplicemente cucina e noi stiamo a guardare. Per esempio la nuova interfaccia delle nostre lavastoviglie l’abbiamo studiata così. Perché? Oggi non è più possibile dire al consumatore, a mo’ di intervista, “cosa vorresti? cosa ti piacerebbe?”, perché la tecnologia è incredibilmente veloce e si muove verso campi che il consumatore non può immaginare, preventivare. Deve invece mettersi sul campo e provare. Nel nostro centro, vengono e “giocano”, provano a usare gli strumenti che noi immaginiamo possano essergli utili e farli felici e osservando il loro senso di soddisfazione nel veder risolto un problema o la loro frustrazione nel non riuscire ad usare uno strumento, ci facciamo venire idee nuove veramente a misura dei bisogni e delle capacità dell’utente. Se tu dici al consumatore “vorresti parlare con il tuo forno?”, come può risponderti? Le potenzialità non sono immaginabili senza un’esperienza diretta. Oppure, al contrario, un’idea può sembrare strabiliante, rivoluzionaria, e poi invece quella tecnologia si rivela solo “di bellezza”, senza un reale vantaggio nella vita quotidiana».

Vendere elettrodomestici in Ticino deve essere un po’ come andare a proporre opere d’arte a Firenze. È un territorio davvero difficile o al contrario per voi rappresenta una fetta importante del mercato?

«Noi siamo in Svizzera da tanti anni, abbiamo un business molto ben radicato. C’è un fabbricante svizzero per noi fondamentale, molto forte, e siamo contenti della nostra quota sul mercato, ma riteniamo ci siano ancora ottimi margini di crescita, siamo molto positivi a riguardo. Infatti a Swissbau 2018 abbiamo presentato il nuovo progetto "Electrolux Millennium, il nuovo design per la Svizzera", un assortimento completamente dedicato e ideato pensando alle particolarità del vostro mercato. Sul Ticino in particolar modo abbiamo poi molto puntato nell’ultimo anno: abbiamo rinnovato il centro Electrolux e a settembre aperto una nuova Taste Gallery a Manno, dove si possono guardare i più moderni apparecchi e soprattutto si possono vivere, grazie a corsi di cucina ed eventi organizzati».

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  • Sommario Lo scorso settembre, l’apertura della prestigiosa Taste Gallery a Manno. Durante Swissbau 2018, la presentazione del progetto "Electrolux Millennium, il nuovo design per la Svizzera". Un’attenzione quella della multinazionale svedese per la Confederazione e in particolare per il Canton Ticino che non intende fermarsi, visto che, come ci ha raccontato il CEO Dan Arler, «quello cantonale è per noi un mercato già florido, ma con sicuri margini di espansione».
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Durante l’evento, moderato da Elisa Alfieri, Assurance Leader, sono intervenuti anche Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio del Canton Ticino, e Costante Ghielmetti, vicedirettore della Divisione delle contribuzioni. Luca Albertoni ha avuto modo di analizzare l’attuale contesto economico ticinese, spiegando come il nostro Cantone sia riuscito a resistere alla crisi economica mondiale e stia, seppur con difficoltà, seguendo la via della ripresa. Dall’Inchiesta Congiunturale 2017-2018” elaborata dalla Camera di commercio del Canton Ticino emerge che le imprese ticinesi sono riuscite a mantenere stabili i livelli occupazionali e salariali, che sono propense ad effettuare investimenti facendo ricorso all’autofinanziamento e che l’andamento economico attuale e a breve termine risulta soddisfacente. Costante Ghielmetti, tradizionale ospite degli annuali Tax Update, ha ripercorso le tappe che hanno portato al Progetto Fiscale 17. Il Vicedirettore ha auspicato che il progetto di riforma fiscale possa rappresentare un traguardo definitivo per la Svizzera, ricordando come la volontà popolare nel 2017 abbia già respinto la precedente proposta (Riforma III delle imprese). Egli ha inoltre sottolineato l’importanza di una rapida approvazione ed entrata in vigore della riforma fiscale, soprattutto di quella cantonale ticinese. La riforma fiscale cantonale si pone, infatti, l’obiettivo di migliorare l’attrattività fiscale del Canton Ticino sia nel contesto intercantonale sia in quello internazionale promuovendone l’innovazione, di mitigare il rischio di fuga dei “buoni” contribuenti e di anticipare gli interventi che si renderanno necessari nell’ambito della riforma fiscale federale. Secondo Costante Ghielmetti, ulteriori ritardi potrebbero compromettere la competitività del Cantone con rilevanti ripercussioni economiche. La riforma fiscale, ha ammesso il sig. Ghielmetti, comporterà un costo rilevante in termini di perdita di gettito fiscale per il Cantone che, tuttavia, ritiene sostenibile. Il 29 aprile 2018, in sede di approvazione referendaria, la popolazione ticinese si è espressa favorevolmente - seppur a stretta maggioranza - in merito al progetto di riforma fiscale e sociale cantonale. L’esito positivo della votazione garantisce l’introduzione delle prime importanti misure tese a ridurre il carico fiscale ai fini delle imposte cantonali sul capitale e sulla sostanza, allo scopo di rendere il Ticino fiscalmente competitivo sia a livello intercantonale sia internazionale. Su tutti, la novella normativa recata dalla riforma in parola prevede - ai fini dell’imposta sul capitale - l’introduzione di un regime di “participation exemption” analogo a quello vigente ai fini dell’imposta sull’utile e di una deduzione commisurata all’imposta assolta sull’utile (in misura pari al 10%), nonché - ai fini dell’imposta sulla sostanza - una riduzione delle aliquote ed altre misure volte a mitigare il carico fiscale complessivo. Tali novità, la cui portata in termini di “ottimizzazione fiscale” è di difficile lettura, sono senz’altro all’avanguardia e molto interessanti. Al riguardo, occorre in effetti sottolineare come il Ticino sia uno dei primi cantoni in Svizzera ad adottare simili provvedimenti. Ne deriva quindi che un’analisi definitiva, basata su dati reali, potrà essere svolta solo dopo alcuni mesi di fisiologico “rodaggio” durante i quali si renderà necessario comprendere la corretta applicazione delle nuove disposizioni normative. Sul punto, gli operatori del settore si attendono che il Ticino possa guadagnarne in termini di maggiore competitività e attrattività, anche alla luce della prossima abolizione dei regimi fiscali privilegiati prevista per il 2020. Per quanto concerne le ulteriori misure fiscali, tra le quali ricordiamo la predetta abrogazione degli statuti fiscali speciali, l’introduzione di agevolazioni fiscali nell’ambito del cosiddetto patent box e degli investimenti in ricerca e sviluppo, esse sono contenute nel citato Progetto Fiscale 17 che verrà adottato a livello federale, presumibilmente, nel biennio 2019-2020, salvo ulteriori ritardi dovuti ad un eventuale referendum popolare. Nel corso dell’evento di aggiornamento fiscale, la parola è poi passata a Nic Weber, specialista dell’imposta sul valore aggiunto, e a Giacomo Sartor, competente in tema di Transfer Pricing, che hanno illustrato rispettivamente le novità introdotte a partire dall’anno 2018 in materia di IVA in Svizzera e l’attuale panorama normativo e di prassi in tema di prezzi di trasferimento con cui le imprese devono confrontarsi. Entrambi i temi trattati hanno una rilevanza sia a livello federale sia internazionale. La Revisione parziale IVA 2018 si pone l’obiettivo di eliminare la distorsione concorrenziale tra gli operatori svizzeri e gli operatori esteri e prevede importanti novità e oneri per le imprese estere che operano in Svizzera. Giacomo Sartor ha invece analizzato le rilevanti conseguenze per le imprese svizzere ed estere che operano a livello globale. In particolare, si è posto l’accento sull’obbligo per i gruppi di imprese internazionali di adeguarsi agli attuali standard internazionali introdotti dall’OCSE (“Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico”) nell’ambito del Progetto BEPS (“Base erosion and profit shifting”), al fine di evitare importanti sanzioni.

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  • Sommario Con evento di aggiornamento fiscale Tax Update, organizzato da EY Lugano, il Tax Team sotto la direzione di Sandro Jaeger ha illustrato le importanti novità e le sfide che la Svizzera ed, in particolare, il Ticino dovranno affrontare nei prossimi anni.
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Sempre secondo le previsioni presentate dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’aumento dei salari e l’abbassamento dei tassi di interessi non potrà che solidificare un lento ma costante aumento dei consumi e una spinta verso gli investimenti dopo la stagnazione vissuta durante gli ultimi anni. Se esiste un paese che ha saputo lungo la sua storia risorgere più volte dalle proprie ceneri, questo è certamente la Russia. A metà strada fra oriente e occidente, per indole e cultura si tratta di una nazione votata alla pazienza, alla costanza e al sacrificio. Oggi, in un clima politicamente ed economicamente indubbiamente teso, sembrano però molto lontani le privazioni sovietiche e gli incubi e le frenesie incontrollate degli anni ’90, seguiti al collasso dell’URSS. Lo sa bene la parte più occidentale dell’immensa Federazione, quella parte di Russia incastonata al centro dell’Europa: l’exclave russa di Kaliningrad. Affacciata sul Mar Baltico, la regione di Kaliningrad copre 15 mila chilometri quadrati ed è abitata da quasi un milione di persone. Questo territorio russo, dissociato geograficamente dal resto della nazione, è invece interamente circondato da paesi membri dell’Unione Europea, ad est dalla Lituania, a ovest dalla Polonia. Affascinante e travagliata, la storia di Kaliningrad risale alla Seconda guerra mondiale e alla presa, da parte dell’Armata rossa, della ricchissima Königsberg, capitale, fino al 1945, della Prussia orientale. La battaglia di Königsberg fu una delle ultime sul fronte orientale e si concluse con la resa tedesca proprio il 9 aprile 1945 dopo che la città, intrappolata in una sacca, fu mano a mano strangolata dalle forze sovietiche. Di fondamentale importanza strategica per la sua posizione sul Baltico, collegata a doppio filo al corridoio di Danzica, la Prussia orientale rappresentava una delle ultime roccaforti tedesche da espugnare. Dopo violenze indicibili perpetrate durante la caduta, Königsberg venne completamente russificata e rinominata Kaliningrad, in onore di Michail Ivanovich Kalinin, Presidente del Presidio del Soviet Supremo dal 1919 al 1946 e vicinissimo a Stalin. Già durante il periodo comunista la regione russa si è sempre distinta per la sua valenza urbana schizofrenica, con, da una parte, tracce di palazzi e chiese distrutti dalla guerra ancora ben in evidenza subito dopo la caduta del Muro, dall’altra, il proliferare delle costruzioni di stampo socialista e la sua valenza quasi ed unicamente militare. Infatti, immediatamente dopo la guerra le autorità sovietiche decisero di spostare il quartier generale della potenza navale da Leningrado a Kaliningrad. Al crollo dell’URSS, la flotta del Baltico rappresentava circa un quinto dell’intera flotta sovietica, mentre il doppio porto di Kaliningrad e Baltiysk (quest’ultima è la città portuale più occidentale della regione situata sulla Penisola della Vistola) resta ancora oggi meglio equipaggiato di quello di Odessa e Vladivostok. Se la dimensione strategico-militare rivestiva un’importanza fondamentale durante l’epoca della guerra fredda, è altrettanto vero che con l’apertura della Russia al mondo, dopo il 1991, Kaliningrad presenta un potenziale economico e turistico unico. Durante la fine degli anni ’90 le sue possibilità sembravano solo accennate, mentre ora, complice una nuova dirigenza alla testa del Governo regionale, guidata dal più giovane governatore che la Russia abbia mai avuto, il trentunenne Anton Alikhanov, nominato in un primo tempo direttamente dal Presidente, si fanno decisamente più concrete. Dal 1996, Kaliningrad ha statuto di ZES (Zona economica speciale) e gode di agevolazioni fiscali e commerciali. Lo scorso dicembre, Vladimir Putin ha firmato una serie di nuovi emendamenti riguardanti la legge che regola la zona economica con l’obiettivo di non limitare l’economia di Kaliningrad al semplice trasbordo di merci, ma spingerla maggiormente alla produzione e all’esportazione, soprattutto grazie ad imprese straniere. Intanto, l’attrattività della regione russa sul Baltico non fa che crescere, tanto che l’exclave ospiterà ben quattro partite del prossimo Campionato del mondo di calcio: un territorio chiave nella comunicazione e nella collaborazione con i paesi dell’Unione Europea.
Del futuro della città e del suo territorio abbiamo parlato con Alexander Schenderiuk - Gidkov, Vice - governatore della regione, il quale ha confermato come le sanzioni abbiano avuto meno effetti negativi di quanto previsto e di come sia stato importante tradurle in occasioni per migliorarsi. «Kaliningrad e il resto della Russia, come molti paesi in via di sviluppo, si pensi alla Turchia o al Brasile, hanno subito una certa recessione negli ultimi anni. Se si guarda all’intera economia russa non si possono non osservare alcune tendenze chiare: le aziende orientate all’importazione hanno avuto serie difficoltà, mentre quelle esportatrici, al contrario, hanno conseguito ottimi guadagni. Tutto ciò non può essere correlato solo ed unicamente alle sanzioni imposte dall’Unione Europea, sebbene per questioni economiche, ma anche storiche, la regione di Kaliningrad sia da sempre votata all’importazione di materie prime e materiali europei, alla loro lavorazione, al loro assemblaggio e quindi alla vendita dei prodotti finiti nell’intera Russia. In un primo momento l’effetto sanzionante ha peggiorato le condizioni economiche del nostro territorio, successivamente però abbiamo saputo trasformare questo momento di difficoltà in una sfida da vincere, sviluppando altri modelli di importazione e rendendoci più indipendenti. Se non possiamo più ottenere la carne dalla Polonia, ci volgeremo verso altri paesi, come il Brasile per esempio. Per quanto riguarda l’esportazione invece, abbiamo saputo valorizzare i nostri prodotti, come nel caso delle aziende produttrici di reti da pesca, e venderli a prezzi molto concorrenziali su vari mercati».

La posizione geografica di Kaliningrad e la sua prossimità con più paesi dell’Unione Europea rende la regione particolarmente interessante in un’ottica sia politica, sia economica. Quali speranze avete in serbo per l’immediato futuro?

«Kaliningrad vuole crescere, desidera svilupparsi maggiormente e lavorare con l’estero. Il nostro scopo è rendere questo sogno reale. Benché tutto quanto sia legato alle relazioni internazionali in chiave politica venga gestito direttamente da Mosca, noi facciamo comunque la nostra parte per migliorare la comunicazione e la collaborazione d’affari con i nostri vicini. L’apertura e l’ascolto verso i paesi europei sono totali. Siamo più che felici di accogliere dei potenziali investitori nella regione, siano essi russi oppure stranieri. Fra i nostri obiettivi principali c’è una lotta a tutto campo contro la corruzione, in questo modo è possibile garantire delle basi solide per sviluppare qualsiasi tipo di cooperazione. Allo stesso tempo, gli investitori stranieri possono godere di molti privilegi se desiderano stabilire delle attività sul nostro territorio. Vantaggiosi sono infatti, oltre alla posizione centrale nel cuore d’Europa e al costo della manodopera, i nostri incentivi per quanto riguarda l’energia, le infrastrutture e il terreno (in molti casi gratuiti), senza contare i numerosissimi e generosi vantaggi fiscali».

Dalla stampa locale si evince che molti progetti della regione siano orientati al turismo e alla valorizzazione del territorio, è così?

«La regione di Kaliningrad è famosa per le sue bellezze naturali. Al primo posto non si può non menzionare il parco nazionale della Penisola di Neringa (verso la Lituania), che ospita una natura selvaggia, habitat ideale di moltissime piante e animali. Nonostante sia stato trascurato durante l’epoca sovietica, la sua unicità è visibile al primo sguardo. Il governo è intenzionato a preservare e valorizzare ancora di più questa zona magnifica impedendo l’urbanizzazione incontrollata. Al secondo, il cordone litorale della Vistola (verso la Polonia), un’area lussureggiante che desideriamo anch’essa trasformare in parco nazionale e, infine, la parte russa, al confine con la Lituania, del lago Vistytis, naturalmente incomparabile per specie animali e vegetazione. Si tratta di zone e paesaggi mozzafiato - già conosciuti a inizio ‘900 per i loro kurhaus frequentati da Thomas Mann e reali di mezza Europa - che ben si sposano alle dune, alle spiagge bianchissime e all’acqua limpida del Baltico. Oltre ad una natura senza eguali, Kaliningrad offre anche degli squarci oramai introvabili sulla storia. In tutta la regione è infatti presente un intero e complesso sistema di forti, oltre a numerose testimonianze della vecchia e ricca Königsberg. Si tratta di un patrimonio storico unico che però necessita migliorie e ricostruzione. La nostra intenzione è quello di metterlo in valore, come mai è stato fatto prima, creando complessi museali, zone pedonali e piste ciclabili, oltre ad essere all’ascolto di imprenditori interessati a sviluppare attività turistico-alberghiere nella regione. L’approccio che privilegiamo è l’incontro diretto con il potenziale investitore, mostrando personalmente terreni e strutture e mantenendo una mentalità aperta e disponibile».

Quest’estate Kaliningrad ospiterà ben quattro partite della Coppa del Mondo, come si sta preparando la città a questo evento?

«Il Campionato Mondiale di calcio è un’occasione unica per presentarci. Abbiamo terminato la costruzione di uno stadio che può ospitare 45'000 spettatori su una zona della città completamente nuova che copre più di cento ettari, non edificata nemmeno in epoca tedesca. Il nostro compito è preparare Kaliningrad al meglio per accogliere i tifosi, non solo attraverso il complesso architettonico attorno allo stadio, ma con infrastrutture e trasporti all’altezza di un simile evento, favorendo solo un traffico intelligente, privilegiando una politica di organizzazione in armonia con l’ambiente e di rinnovo e ampliamento delle zone pedonali. Anche le nostre strutture alberghiere si stanno preparando per accogliere i turisti. Kaliningrad potrà ospitare i visitatori in hotel moderni e lussuosi a prezzi che si aggirano attorno ai 30 euro a notte. Per chi ancora non conosce la Russia, il Mondiale e la città di Kaliningrad potrebbero rappresentare un primo viaggio di scoperta che certamente susciterà la curiosità di conoscere più approfonditamente il nostro patrimonio culturale, naturale e turistico».

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  • Sommario L'OCSE lo testimonia, nel 2017, la Russia ha visto crescere il proprio prodotto interno lordo dell’1,8 % e un ulteriore aumento (1,9 %) è previsto anche per il 2018 per poi assestarsi all’1,5% nel 2019. Queste valutazioni ottimiste sono favorite in grande parte dai guadagni sul petrolio, dalla produzione industriale e dagli investimenti, fra i più importanti, quelli in vista della Coppa del mondo di calcio prevista per l’estate.
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Il “mercato del lavoro” costituisce da sempre sia un argomento di particolare interesse comune sia elemento di discordia sulle “ricette” economiche da applicarsi di volta in volta per rivitalizzarne le dinamiche. Da un punto di vista della teoria macroeconomica, invece, è assai frequente leggere − basta sfogliare i principali libri di testo − che le aziende siano spesso incentivate a pagare salari superiori a quello “di riserva”, cioè a quel compenso che rende il lavoratore indifferente tra lavorare ed essere disoccupato. A titolo esemplificativo, viene spesso ricordata l’affermazione di una nota top model degli Anni Ottanta, con cui dichiarava pubblicamente che non si sarebbe alzata dal letto per meno di 10.000 dollari statunitensi (al giorno), fornendo così una descrizione “tangibile” (quanto di pochi fortunati) del concetto di “salario di riserva”. La teoria macroeconomica si spinge, però, talvolta oltre, sostenendo che − anche in assenza di contrattazioni collettive (fra sindacati ed imprese) − l’occupato medio possieda una certa forza contrattuale utilizzabile per “spuntare” comunque salari più elevati. Riguardo al primo assunto si può, per il momento, confermare che le aziende possano “premiare” con remunerazioni più generose esperienza, merito o professionalità di una certa parte di forza lavoro, la cui sostituzione con altra comporterebbe (per giunta) potenziali costi di formazione e perdite in termini di economie di scala ed apprendimento. La seconda ipotesi sopra menzionata, invece, risulta essere spesso smentita dall’evidenza degli eventi più recenti: difficilmente il singolo lavoratore avrebbe la possibilità di “strappare” un aumento salariale in assenza dei sopra citati legami d’interdipendenza reciproca fra impresa ed occupato. Un esempio fa piena chiarezza sui rapporto di forza esistenti: quanto spesso inserzioni o bandi lavorativi elencano richieste puntuali di caratteristiche, che il candidato dovrà possedere per solo proporsi, ma nulla riportano sulla remunerazione, cioè sul principale incentivo (o meno) a candidarsi per quella posizione? “A spannometro” − ma senza timore di essere smentiti −, difficilmente un simile “silenzio” sull’ingaggio da corrispondersi sarebbe potuto funzionare con la top model di cui sopra (ma anche con altri, naturalmente). Stando così le cose, la nozione di “salario di riserva”, che si era inizialmente detto valere tout court anche per il lavoratore “medio”, subirebbe un drastico ridimensionamento, poiché il candidato investirebbe energie nell’attesa di un contratto di lavoro, per cui la remunerazione potrebbe essere persino sotto le proprie aspettative minime. La percezione è, invece, che il concetto di “salario di riserva” sia ormai diventato un lusso, a cui sempre meno lavoratori possono aspirare (e per cui, conseguentemente, si veda costretti ad accettare impieghi anche meno remunerati). Nel contempo, però, si deve evitare anche l’opposto, cioè che − per mezzo di sussidi di disoccupazione troppo generosi e prolungati nel tempo o “redditi” minimi garantiti a ciascun cittadino in forza di questa sola caratteristica − si disincentivi la ricerca di un’occupazione laddove possibile.
Ma quali sarebbero le ripercussioni dell’inversione di tendenza rispetto a quanto finora ipotizzato? Dando l’approccio economico vigente per “scontato” che tutte le categorie lavorative possano liberamente contrattare i loro aumenti salariali così da controbilanciare eventuali incrementi dei prezzi, si sottostima così il risultato potenziale (opposto), qualora tale meccanismo non funzionasse. Lo “scollamento” della quotidianità economica si manifesta, ad esempio, anche nelle affermazioni, secondo cui un livello di prezzi attesi più elevato rispetto al periodo precedente comporti (più o meno necessariamente) un aumento del livello nominale dei salari secondo la seguente relazione: . Un altro assunto “cardine” è quello, per cui una riduzione del tasso di disoccupazione (u) tenda a sua volta a ripercuotersi positivamente sul livello nominale dei salari : . Se è vero che − quando la disoccupazione è marcata − sia più probabile che i lavoratori occupati perdano il loro impiego e meno probabile che i lavoratori disoccupati trovino un’occupazione, la recente (ed altrettanto flebile) ripresa economica in seguito alla Grande Recessione ha dimostrato come tali automatismi siano sempre meno verificati: non a caso, per un certo periodo di tempo, si è parlato di jobless recovery, cioè “ripresa senza nuovi posti di lavoro”. Quindi, − se all’aumentare della crescita economica (cioè al ridursi del tasso di disoccupazione) i salari nominali (e molto spesso, ancor più, quelli reali) tendano a rimanere comunque “al palo”, non essendo la forza contrattuale individuale spesso sufficiente a provocarne un aumento − è evidente che ciò abbia anche ripercussioni sulla cosiddetta “dinamica dei prezzi”, che verrebbero determinati stando alla teoria tradizionale in base alla seguente formula (, per cui il prezzo di un bene/servizio sarebbe determinato dal costo della forza lavoro e tasso di profitto applicato . Ad esempio, assumendo un costo lavorativo (alias salario) pari a 100 CHF ed un margine di profitto del 20%, il prezzo di vendita equivarrebbe a 120 CHF. Ovviamente (ma altrettanto diversamente da quanto finora “professato”), se i prezzi aumentassero comunque in assenza di aumenti salariali significativi, ciò significherebbe che il cosiddetto “potere d’acquisto” individuale sarebbe diminuito. Ogni intervento di politica monetaria restrittivo aggiungerebbe, pertanto, un vero e proprio “doppio onere” sulle spalle del lavoratore medio, che si vedrebbe da un lato in una condizione di stagnazione relativa in termini salariali, mentre dall’altro subirebbe i prezzi in ascesa oltre che l’inasprimento nella concessione di prestiti. Se la sindacalizzazione (esasperata) non è certo una soluzione, dare però anche certi assunti economici troppo per “scontati” risulta essere perlomeno fuorviante − oggi, più che mai.

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  • Sommario Quanto è rispondente a realtà l’ipotesi economica, per cui la contrattazione salariale − anche individuale − sia una dinamica “realistica” nel rapporto salari-prezzi?
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Hanno partecipato all’inchiesta:
Christian Vitta (C.V.) Consigliere di Stato e Direttore Dipartimento delle Finanze e dell’economia
Veronica Lange (V.L.) Global Head of Innovation at UBS Chief Technology Office
Adam Stanford (A.S.) Partner e Leader Strategy & Operations di Deloitte
Alessandro Castagnola (A.C.) Product Manager SaaS Avaloq Group

Perché a suo giudizio le tendenze internazionali che influenzano lo scenario futuro, con una particolare attenzione rivolta alle nuove tecnologie finanziarie, il cosiddetto ambito Fintech, avranno un’importanza sempre più importante anche per la piazza finanziaria ticinese?

C.V.: «Il fenomeno della digitalizzazione porta con sé molte opportunità, ma anche la necessità di attuare rapide trasformazioni nei diversi settori economici. Anche la piazza finanziaria è toccata da questo fenomeno che, soprattutto nel nostro Cantone, va a sommarsi alla delicata fase di riorientamento in corso. In questo contesto, l’emergente ambito del Fintech potrà quindi portare alla creazione di nuove opportunità di lavoro e di sviluppo tecnologico. È però necessario uno sguardo prospettico e strategico, che ha costituito la tela di fondo del “Tavolo di lavoro sull’economia ticinese”, il cui approccio di condivisione ha permesso di identificare chiaramente proprio nel Fintech un tassello chiave per un “Ticino competitivo”. Il recente insediamento annunciato da UBS, legato allo sviluppo di un centro di competenza nell’ambito dell’intelligenza artificiale con la possibilità di creare un centinaio di nuovi posti di lavoro, testimonia come il Ticino si stia profilando come una regione attrattiva e dal concreto potenziale per lo sviluppo di attività Fintech. Nel caso specifico, è stata determinante la presenza dell’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale (IDSIA) di USI e SUPSI, uno dei dieci migliori istituti al mondo in questo settore. Questo conferma come oggi la competitività di una regione sia determinata anche dalle competenze e dalla possibilità di una proficua messa in rete tra aziende e centri di ricerca».

V.L.: «Sin dalla sua creazione qualche anno fa, l’attività Fintech a livello internazionale ha subito una significativa evoluzione. In questo senso, stiamo assistendo a una serie di nuovi trends che stanno cambiando il paradigma di come vengono erogati i servizi finanziari ai clienti. In un mondo globalizzato trends come questi hanno un impatto sui paesi sviluppati e non solo. Questo significa opportunità promettenti anche per il Ticino: la Svizzera è più volte rientrata nelle prime posizioni quale miglior paese in fatto innovazione, e questo grazie a tutte le sue regioni che danno un prezioso contributo nel miglioramento dei servizi finanziari».

A.S.: «La piazza finanziaria ticinese è integrata a pieno titolo in quella internazionale. Per questo, se le nostre banche vorranno essere competitive sulla piazza – intesa non solo locale ma anche e soprattutto internazionale - dovranno rimanere al passo con le aspettative in continua fase di evoluzione della loro clientela. Non trascuriamo, poi, l’impatto positivo che queste tecnologie possono avere anche per i dipendenti delle banche, dando accesso a soluzioni che permettono di meglio servire la clientela esistente e attirane di nuova più facilmente. Anche nel nostro Cantone ci troviamo confrontati con un notevole impatto delle normative, una crescente lotta per assicurarsi i migliori collaboratori e un ambiente competitivo che richiede alle banche di essere sempre presenti con i migliori prodotti e servizi per la loro clientela».

A.C.: «La piazza ticinese vanta decenni di esperienza nella gestione patrimoniale e rappresenta un mercato finanziario importante in termini di risorse specializzate e clientela. Al contempo, la caduta del segreto bancario sta portando le istituzioni finanziarie svizzere a rivedere il proprio modello di business. Il settore Fintech e l’innovazione tecnologica in generale, sono risorse chiave per poter fornire nuovi servizi finanziari alla clientela, al contempo, rappresentano ambiti di business ad alto valore aggiunto, destinati a crescere nel prossimo futuro in termini di occupazione e profitti. Al riguardo, ritengo che il Ticino sia un perfetto candidato a diventare un polo Fintech importante: essendo geograficamente vicino a due piazze fortemente innovative in ambito Fintech, quali Zurigo e Milano, garantendo la ben nota efficienza Svizzera in termini di stabilità politica, burocrazia e fiscalità ed essendo un territorio meraviglioso che garantisce un’alta qualità della vita. Sono personalmente un residente ticinese e sono entusiasta di vivere in Ticino. Mi sento responsabile di contribuire alla crescita del Ticino e, in particolare, del settore Fintech nella regione. Avaloq continua ad investire nella nostra sede di Bioggio ed un nuovo edificio è in fase di costruzione. Per Avaloq, quindi, il Ticino è già visto come un promettente polo Fintech».

Quali sono a suo giudizio le aree del Fintech che nei prossimi anni potrebbero essere più suscettibili di sviluppo?

C.V.: «Affinché le opportunità offerte dalla digitalizzazione possano essere sfruttate a beneficio della nostra economia, occorrono innanzitutto analisi e conoscenza del fenomeno. Con questo spirito è stato commissionato uno studio al Centro di Studi Bancari, con l’intento di investigare opportunità ed evoluzione del Fintech per il Ticino. Lo studio sarà presentato e discusso il prossimo 20 marzo in occasione del Lugano Banking Day, evento internazionale co-organizzato da DFE e ABT, che permetterà di dialogare con senso critico sui temi legati al Fintech, grazie alla partecipazione di esperti internazionali del settore. L’evento permetterà di evidenziare i settori più promettenti, con le relative opportunità, i rischi e le necessità d’intervento. Accanto all’intelligenza artificiale, citata poc’anzi, è molto importante coltivare conoscenza e competenze per favorire lo sviluppo di applicazioni legate alla tecnologia della “blockchain”. Proprio con questo obiettivo ho il piacere di rappresentare il Ticino all’interno della “Taskforce Blockchain”, che è stata recentemente costituita a livello svizzero e che raggruppa diversi attori a livello politico, economico e accademico».

V.L.: «Ci sono diversi elementi, tra i quali molti generati dal Fintech, che influenzano l’ambiente: l’intelligenza artificiale sta diventando uno spazio di competizione dove la “Machine Learning” è fondamentale per i servizi finanziari cognitivi. La tecnologia Blockchain potrebbe diventare la soluzione naturale a sostegno delle piattaforme di servizi, in grado di gestire pagamenti e assets. I mercati orientati alla grande massa (cosiddetti Crowd-based marketplace) e le società API (Application Programming Interface) stanno disgregando la tradizionale value proposition del sistema bancario. Automazione, modularizzazione e ottimizzazione degli algoritmi danno vita ad una competizione in termini di costi ad ampio raggio nell’industria, mentre allo stesso tempo la tecnologia porta ad una maggiore efficienza di tutti i processi legati alla clientela. Sicurezza dell’identità digitale e privacy diventeranno dei prodotti veri e propri e faranno parte della value proposition. La consulenza finanziaria sta diventando sempre più sofisticata e la competizione è spinta dalle sempre maggiori esigenze della clientela. Infine, non meno importante, le nuove asset classes e l’intelligenza artificiale danno spazio ha nuove opportunità di business. Tutte queste nuove aree, insieme, cambieranno il mondo della finanza come lo conosciamo oggi».

A.S.: «Due aree che saranno di indiscusso interesse in relazione al Fintech saranno da un lato l’area che si occupa del regulatory (Regtech), dall’altro quella che facilita la proposta di nuovi prodotti e/o servizi alla clientela da parte delle banche. Questo non significa comunque sottovalutare altre aree come la raccolta e l’analisi di dati, tool a supporto di chi serve la clientela e del management delle banche».

A.C.: «Siamo nell’era del consumatore, il consumatore è il re, vincono le aziende in grado di fornire un’eccezionale esperienza al cliente. In questo contesto ritengo che le nuove regolamentazioni volte a fornire accesso ai dati finanziari dei clienti, come PSD2, porteranno alla nascita di nuovi servizi finanziari che consentiranno di offrire al cliente, attraverso l’analisi delle sue spese, proposte di alternative più convenienti ed efficienti, per esempio, rispetto alla scelta delle assicurazioni o all’ottimizzazione di spese immobiliari quali mutui o affitti. Questi servizi trasformeranno drasticamente il settore bancario retail ma anche i servizi al contorno. Tradizionali servizi finanziari, quali pagamenti, mutui, investimenti in borsa diventeranno sempre più efficienti e convenienti per i clienti grazie a tecnologie, come la blockchain, che renderanno non necessarie attività di riconciliazione di terze parti. I servizi di gestione patrimoniale si fonderanno sempre su un rapporto di fiducia tra gestore e cliente, ma la comunicazione diverrà sempre più virtuale e supportata da soluzioni digitali, consentendo, per esempio, di mostrare una proposta di investimento in video conference attraverso uno schermo condiviso, abilitando il cliente a modificarla da solo, fornendo la sua accettazione tramite un semplice click sullo schermo, valido come firma digitale. Inoltre i gestori si baseranno sempre maggiormente su suggerimenti forniti da soluzioni di robo advisory e, al contempo, clienti, che preferiscono investire autonomamente, potranno scegliere di sottoscrivere servizi di robo advisory loro stessi, includendo piattaforme che metteranno in competizione portafogli proposti da differenti robo advisors. Tutte queste soluzioni tecnologiche verranno sempre più fornite in modalità SaaS (software-as-a-service), la quale garantisce maggior velocità e minor costi di gestione nella realizzazione e nella manutenzione delle stesse. Avaloq è all’avanguardia al riguardo e fonda la sua strategia nel fornire prodotti SaaS alle istituzioni finanziarie e alle stesse Fintech».

Una previsione che accompagna il Fintech è quella legata della crescita dell’occupazione. Quali riflessi ritiene che si potranno registrare sul mercato del lavoro in Ticino?

C.V.: «Il dibattito sulle conseguenze occupazionali della digitalizzazione è di grande attualità. Si tratta di un tema delicato. Oggi vi sono solo delle ipotesi su quelli che possono essere gli effetti sul mercato del lavoro. È necessario affrontare questo tema in maniera razionale, sviluppando un dialogo tra i vari attori con l’obiettivo di massimizzare i benefici e minimizzare i rischi. La recente decisione di UBS rappresenta un primo incoraggiante passo in questa direzione, dato che simili insediamenti generano per il nostro Cantone interessanti ricadute in termini di occupazione di qualità, sviluppo tecnologico e crescita economica».

V.L.: «Il Ticino ha una lunga tradizione quale centro finanziario. Con l’arrivo della Fintech la regione ha fatto grandi progressi posizionandosi come un’importante parte di questo ecosistema. Lo sviluppo è ancor più stimolato dai recenti sforzi che la FINMA sta facendo alfine di ridurre gli ostacoli regolatori per le aziende che operano nel settore, in particolare esentando alcune piccole aziende dai carichi operativi che imporrebbe una licenza bancaria completa. UBS è molto attiva nella collaborazione con aziende Fintech fornendo servizi ancora più veloci e migliori per la clientela retail e aziendale. Inoltre, sta anche investendo nella regione Ticino grazie al terzo UBS Business Solution Center che aprirà a Manno-Suglio a fine anno e grazie al quale espanderà ulteriormente le proprie competenze nell’ambito dell’intelligenza artificiale, analisi e innovazione. Questo dimostra l’impegno di UBS nel creare nuovi posti di lavoro altamente qualificati nella regione, promuovendo nuove opportunità di collaborazione locali. A tale proposito, la sede di Manno-Suglio è ideale grazie alla vicinanza con l’Università della Svizzera Italiana e all’istituto per l’intelligenza artificiale Dalle Molle».

A.S.: «Il Fintech, come, del resto, tutte le altre aree vicine al concetto di Industria 4.0, avrà un impatto sul mercato del lavoro. Da un lato vi sarà la necessità di riqualificare chi si occupa di professionalità che potranno essere facilmente automatizzate. Dall’altro di formare professionisti che si occupino di sviluppare, implementare e manutenere queste nuove tecnologie. Si dice che per ogni nuovo posto di lavoro in ambito tecnologico, vengano creati fino a 5 altri posti di lavoro nell’economia circostante. Si capisce bene quanto in questo quadro vi siano delle prospettive positive per il mercato del lavoro in Ticino, a patto che tutti gli attori del nostro cantone approccino questo tema come una grande opportunità per sviluppare nuove imprese, fortemente connesse col resto del territorio svizzero ed internazionale, e non certo come una minaccia».

A.C.: «Come accennavo precedentemente, sono convinto che il Ticino abbia una grande opportunità di fronte a sé. Istituzioni politiche, accademiche, aziende e imprenditori locali dovranno aumentare le sinergie per favorire la crescita del fintech nella regione, poiché’ questo settore sposa perfettamente la storia finanziaria e le qualità del Ticino e potrebbe portare una ricaduta estremamente positiva nella crescita dell’occupazione di personale altamente qualificato. Avaloq è anche qui avanti, avendo più di 800 dipendenti in Ticino e l’intenzione di far crescere questo polo ancor maggiormente, attirando talenti e risorse qualificate sia localmente che all’estero. Ma Avaloq da sola non basta, la creazione di un polo fintech richiede la fioritura di un ecosistema di aziende che operino nel settore e che creino competizione e opportunità locali nell’attirare investitori, talenti e esperti, su cui, in ultima istanza, si fonda il successo di una Fintech.

Uno dei problemi aperti riguarda la formazione di personale. Quali iniziative in merito intendete promuovere?

C.V.: «In questo periodo di trasformazione digitale la formazione è un tema centrale, al quale occorre prestare molta attenzione. Non a caso, ricordo ad esempio che, nell’ambito della politica economica regionale, una delle priorità per il quadriennio 2016-2019 prevede proprio la possibilità di sostenere specifiche iniziative volte alla formazione della manodopera, in collaborazione con associazioni e attori sul territorio. Inoltre, alcune misure concrete emerse dal “Tavolo di lavoro sull’economia ticinese” sono proprio incentrate sulla formazione orientata alle nuove tecnologie».

V.L.: «Per quanto riguarda la formazione del personale UBS sta preparando i nuovi leaders grazie ad un approccio maggiormente inclusivo con particolare focus all’abilitazione delle persone, creando una cultura di rischio calcolato grazie alla quale potrà innovarsi. Oltre a ciò, sta focalizzando i propri sforzi anche sui comportamenti e sullo sviluppo delle capacità individuali».

A.S.: «La missione di Deloitte in Svizzera è lasciare un segno importante anche nella società, supportando le imprese nell’affrontare e risolvere sfide complesse. Siamo impegnati a produrre studi di settore e su tematiche d’attualità, incluso sul Fintech. Diverse e svariate, inoltre, le attività di formazione rivolte a management e dipendenti delle maggiori banche. Tra queste ricordiamo gli osservatori tecnologici, tavole rotonde in ambito Fintech, la monitorizzazione del mercato delle Fintech e le startup. Da un punto di vista strettamente professionale, nelle nostre attività di Advisory con istituti finanziari in Ticino come nel resto del mondo, abbiamo un approccio rivolto all’accompagnamento nella scelta di nuove tecnologie compatibilmente con la realtà aziendale in questione e il suo eco-sistema. Una volta individuate, lavoriamo fianco a fianco con il personale nella formazione e nell’implementazione delle stesse».

A.C.: «Il successo di un’azienda è strettamente legato alla capacità, alle motivazioni e alla cultura dei suoi dipendenti. È fondamentale che ogni area aziendale possa essere sempre aggiornata rispetto a nuove tecnologie e metodologie rilevanti per la sua area di competenza. Relativamente alle nuove tecnologie, l’ideale è iniziare l’apprendimento attraverso corsi specifici che forniscano le basi per poter poi migliorarsi con la pratica. Avaloq, per esempio ha la sua Training Accademy che fornisce corsi specialistici ai suoi dipendenti ma anche a studenti e/o lavoratori esterni che abbiano interesse o necessità di utilizzare i nostri prodotti. Oltre alle tecnologie, è importante essere aggiornati rispetto a metodologie di lavoro, al riguardo, un’area oggi molto cambiata, è la gestione dello sviluppo di un prodotto che, spesso, segue metodologie denominate “agile”, le quali prevedono brevi cicli evolutivi che favoriscono la sperimentazione e l’interazione con l’utente finale del prodotto rispetto alla pianificazione, anche in questo ambito ci sono corsi specifici e certificazioni che possono aiutare ad iniziare col piede giusto. Corsi possono aiutare anche a migliorare i cosiddetti “soft skills”, quali spirito di squadra, empatia, problem solving e leadership, abilità che spesso sono ritenute anche più importanti rispetto alle competenze accademiche, essendo alla base della costruzione di un ambiente di lavoro stimolante ed efficiente. Tuttavia la migliore esperienza è la pratica, il cosiddetto “training on the job” rimane lo strumento chiave per accrescere la propria esperienza in ogni ambito. In questo contesto, le aziende devono promuovere la mobilità interna dei propri dipendenti, consentendo di poter diversificare le loro esperienze professionali attraverso l’osservazione, da differenti punti di vista, della catena del valore di un prodotto. Avaloq in Ticino, da più di due anni, offre un programma specifico a neo-laureati che prevede un loro coinvolgimento per 18 mesi in differenti team aziendali, l’obiettivo è dare l’opportunità di partecipare alle sfide che le varie divisioni aziendali affrontano, di acquisire una ricca varietà di conoscenze di base e di consolidare un network di relazioni professionali che possa accelerare la loro crescita nel ruolo che ricopriranno alla fine del programma. Infine, voglio menzionare ancora una volta l’importanza di avere un ricco ecosistema di aziende e imprenditori, poiché l’esperienza lavorativa si accresce in maniera direttamente proporzionale alle opportunità che un territorio mette a disposizione ai suoi lavoratori, beneficiando da un ambiente che fornisca opportunità di diversificare le proprie esperienze sia all’interno della stessa azienda sia attraverso cambi di azienda».
Pubblicato in Economia
Mercoledì, 17 Gennaio 2018 17:23

La revisione, un valore aggiunto per le imprese

La maggior parte delle imprese presenti sul territorio ticinese possono essere definite piccole medie imprese (PMI). Con l’entrata in vigore nel nuovo diritto sulla revisione, a partire dal primo gennaio 2008, è nata, in Svizzera, la distinzione tra la revisione ordinaria e la revisione limitata. Le nuove disposizioni sono applicabili a tutte le forme giuridiche del diritto privato (SA, Sagl, cooperative, associazioni e fondazioni) e variano a seconda dell’importanza economica dell’impresa. Le PMI possono usufruire di importanti agevolazioni per ciò che concerne gli obblighi in materia di revisione contabile. Imprese molto piccole possono, a certe condizioni, rinunciare completamente ad una revisione statutaria.

Nel corso dell’ultimo lustro, si è potuto constatare come sempre più organizzazioni abbiano usufruito della possibilità di rinunciare completamente alla revisione statutaria dei conti annuali (opting out) o tralasciare determinate disposizioni (opting down). Tali possibilità possono unicamente avvenire con l’approvazione di tutti i soci e per quelle società che contano meno di 10 dipendenti.

Si è inoltre constatato come, con l’aumento delle soglie di riferimento a partire dal primo gennaio 2013, molte PMI abbiano rinunciato a proseguire lo svolgimento di una revisione ordinaria optando per una revisione limitata. Questo nonostante nel corso degli anni precedenti tali aziende abbiano speso significative risorse nell’implementazione di un Sistema di Controllo Interno (SCI) per rispettare i requisiti richiesti dalla nuova normativa sul diritto della revisione entrato in vigore dal primo gennaio 2008.

Tale scenario è riconducibile essenzialmente alla costante crisi economica ed alla costante pressione esercitata sugli amministratori a ridurre i costi a scapito della qualità dei dati generati e della qualità del Sistema di Controllo Interno, in termini di procedure e controlli mirati a mitigare il rischio di anomalie significative all’interno dei conti annuali.

A nostro avviso, una revisione statutaria limitata dei conti annuali, piuttosto che specifiche verifiche concordate con il cliente, non rappresentano unicamente una voce di costo a conto economico dell’impresa, bensì possono generare molteplici vantaggi in termini di qualità della chiusura contabile. Anche per le PMI che sono passate ad una revisione limitata a seguito dell’innalzamento delle soglie dal primo gennaio 2013, mantenere una revisione ordinaria con la conseguente verifica del Sistema di Controllo Interno, apporta al cliente molteplici vantaggi in termini di adeguatezza dei processi aziendali significativi per la Società.

La conoscenza delle specificità delle procedure contabili e amministrative, maturata nel contesto dello svolgimento dell’attività di revisione, consente al revisore di fornire al proprio cliente osservazioni, commenti e suggerimenti, non solo per rendere più efficienti ed affidabili le procedure stesse, ma anche per migliorare il funzionamento dell’intero sistema aziendale ed i controlli ad esso associati.

Possiamo pertanto affermare che l’esecuzione di una revisione contabile, ordinaria o limitata, o specifiche verifiche concordate ad hoc, costituisce un valido e preciso valore aggiunto all’impresa sottoposta a revisione. Nello specifico:

- fornisce agli stakeholders un giudizio indipendente e valido sull’adeguatezza dei dati contabili generati, delle procedure operative, come anche del rispetto delle disposizioni legali e statutarie in vigore;

- offre l’occasione di facilitare i rapporti tra l’impresa stessa ed altri soggetti economici come ad esempio banche, clienti, fornitori, enti pubblici ecc., attraverso l’utilizzo della relazione di revisione come efficace strumento di comunicazione;

- rappresenta un’importante occasione di confronto e di aggiornamento professionale per il personale dirigente ed amministrativo dell’impresa, che generalmente meno di altri ha l’opportunità di misurarsi con l’esterno e con il costante cambiamento normativo in essere, sia in ambito contabile sia in ambito fiscale, aumentando in questo modo anche l’efficienza nella procedura di allestimento della chiusura annuale.

Spesso all’intervento del revisore si affianca quello di specialisti in altre discipline quali fiscalisti, legali, esperti in Information Technology, esperti in determinate valutazioni, consentendo così di fornire al proprio cliente un supporto professionale difficilmente eguagliabile.

PKF Certifica SA, impresa di revisione sotto sorveglianza statale, rappresenta un valido partner per l’esecuzione di revisioni statutarie (limitate e ordinarie) come anche un competente interlocutore in ambito di consulenza nell’implementazione e mantenimento di un Sistema di Controllo Interno adeguato, aggiornato e sempre efficiente ed effettivo.

Attraverso il proprio personale sempre attento ai requisiti di formazione continua e al passo con i numerosi cambiamenti normativi e legislativi, PKF Certifica SA offre alle PMI presenti sul territorio un servizio altamente qualificato e nello stesso tempo attento ai bisogni e specifiche richieste del cliente. PKF Certifica SA, oltre che nella sede centrale di Lugano, è presente con una succursale a Lucerna ed una a Ginevra, e può dunque offrire i propri servizi su buona parte del territorio svizzero.

 

Informazioni aggiuntive

  • Testatina PKF Certifica
  • Sommario I motivi per cui la revisione non è un costo, ma un atout: ce li spiegano Manuel Fuoco e Rico Kasper, manager di PKF Certifica SA
Pubblicato in Economia
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