Martedì, 14 Agosto 2018 12:59

Il Festival guarda ai giovani

Partendo da dove? Dall’edizione dopo quella della festa, la numero 71, in programma dal 1 al 11 agosto. «Non è facile arrivare dopo un’edizione così - ammette il nuovo direttore operativo - con tutte le novità e i successi di cui ha vissuto e brillato. Allo stesso tempo però è una sfida indubbiamente accattivante».

Come si riparte dopo una cifra celebrativa?

«Lo abbiamo sempre detto, il 70° per noi era ed è stato una tappa, non un traguardo. È stato un passo importante nella nostra storia, sicuramente, ma che abbiamo voluto vivere come un momento di slancio e stimolo per guardare avanti».

Da dove parte il 71° Locarno Festival?

«Dai quasi 400 film che contraddistinguono ogni edizione. Il processo di selezione del Direttore artistico e del suo comitato è in corso, ma già dalla Retrospettiva si può intuire il vento che soffierà sull’edizione: è stata “leggerezza” la parola chiave usata da Carlo Chatrian per descrivere il percorso che sarà dedicato a Leo McCarey, padrino di Stanio e Olio».

Dal punto di vista operativo?

«Il budget confermato è di circa 13 milioni, in leggera flessione rispetto a quello dell’anno scorso, tenendo conto di alcuni contribuiti straordinari dei quali abbiamo beneficiato per il 70esimo. Dopo cinque anni in cui abbiamo dovuto attingere alla nostra riserva, che ora ammonta all’8% della spesa annua, siamo condannati a tornare a nutrirla, e questo è un primo obiettivo. Il secondo, considerata la forte crescita che abbiamo vissuto, è stato quello di consolidare l’operatività. Tutto quel che non è legato al nostro core business è stato messo in discussione. Risparmiare e consolidare comunque sono due obiettivi solo all’apparenza antitetici. Poi ce n’è un terzo, vitale: continuare a sorprendere, anche sul piano operativo. Nell’ambito della digitalizzazone integreremo nuovi standard, penso in particolare al sistema di prenotazione dei posti in sala o al relativo sistema di Digital Signage. Poi ecco il nuovo ingresso con il quale ridisegneremo l’accesso alla Piazza Grande, valorizzando ulteriormente Largo Zorzi. Guardiamo avanti e lo facciamo anche rinnovando le infrastrutture visibili».

Sale confermate?

«La bella notizia è che abbiamo confermato anche le tre del Rialto, facendo della 71esima un’altra edizione ricchissima: 12 sale più la Piazza Grande. Il PalaCinema l’anno scorso ha rivoluzionato gli equilibri, apportando una nuova dimensione al Festival e il cui potenziale, anche durante l’anno, si sta dispiegando in questi mesi. Idem il GranRex, la casa della Retrospettiva per undici giorni e a disposizione della città, in affitto, per gli altri 354».

Gli ultimi due anni sono stati gli anni de LaRotonda e del Locarno Garden…

«Rappresentano una sfida importante, lo sviluppo commerciale del Festival, e li abbiamo confermati. Vogliamo arricchire l’offerta per il nostro pubblico, tenendo ovviamente un occhio sul risultato economico in quanto attività che devono aumentare il livello di autofinanziamento del Festival. La loro conferma è la dimostrazione che pensiamo il Festival come un evento a 360°, per il quale vogliamo valorizzare al massimo anche la curatela della parte off, con RSI Rete Tre in Rotonda e con l’Associazione Turba al Garden. Per riuscire al meglio in questa sfida abbiamo innescato un processo di professionalizzazione importante, affidato a Mattia Storni, Vicedirettore operativo, che ha ridefinito processi, responsabilità e competenze».

Rotonda e Garden guardano al pubblico più giovane…

«Anche. Abbiamo voluto alzare l’asticella; la curatela dei contenuti cinematografici è tra le migliori al mondo, ora abbiamo cominciato a lavorare con la stessa logica anche sulla parte musicale. Guai però vedere questo come a un processo che snatura il Festival. No, vogliamo semplicemente posizionarlo al centro di un’offerta di intrattenimento sempre più ricca, per dare valore aggiunto al pubblico che c’è e incontrarne altri da portare al Locarno Festival. Che è e rimane un evento con al centro il cinema. Stiamo semplicemente curando anche ciò che gli sta attorno, sperando di incuriosire chi ancora non frequenta le nostre sale cinematografiche.

Pensare ai giovanissimi significa pensare al pubblico di Locarno90, o Locarno100…

«Il nostro è un Festival giovane, basti pensare all’età dei registi che presentano i loro cortometraggi in Pardi di domani o le loro opere prime o seconde in Cineasti del Presente, ai partecipanti alla Locarno Academy, a Open Doors…».

Poi ci sono i giovani dall’altra parte dello schermo. Come avvicinarli?

«È un tema sul quale ci siamo chinati lo scorso anno e dal quale sono nate due iniziative, la prima con la creazione di un comitato consultivo, lo Youth Advisory Board, che ci sta aiutando proprio a rispondere a queste domande, la seconda è Locarno Kids, un progetto che stiamo ulteriormente sviluppando. Penso in particolare a workshop, laboratori, giurie e proiezioni dedicate. Vogliamo offrire ai giovanissimi un ruolo attivo all’interno del Festival, affinché possano guardarlo con un occhio di riguardo, curioso. Sarà un coinvolgimento che idealmente non finirà all’undicesima giornata di Festival, ma che potenzialmente potrà continuare nelle scuole durante l’anno».

Tutto sembra rientrare in un’operazione di consolidamento e crescita del marchio “Locarno Festival” dopo la semplificazione del nome di un anno fa…

«Consolidamento e aderenza alla realtà. Il nostro è un brand di nicchia ma globale e sappiamo che per giocare al meglio le nostre carte anche a livello internazionale dobbiamo lavorare a partire da dove siamo, ad esempio dalla relazione con gli altri inquilini del PalaCinema. Anche sul fronte delle partnership stiamo vivendo un periodo molto interessante: le esigenze in questi anni si sono evolute, ogni partner va messo nella condizione di potersi presentare al pubblico nella sua unicità, e qui – se penso anche solo ai nostri Main Partner – abbiamo creato progetti specifici, con una distinzione tematica e geografica, che hanno fortemente rafforzato il Festival in questi anni. Basti pensare al Grand Hotel Swisscom ne laRotonda, al Locarno Garden la Mobiliare, al merchandising Manor o al tema della digital expertise, con UBS. O ancora alla nostra recente esperienza a Los Angeles, dove grazie ad Ascona-Locarno Turismo abbiamo potuto presentare una selezione dei nostri film in una città strategicamente fondamentale».

Il 1 agosto si avvicina, presto le notizie accelereranno…

«Quest’anno al centro della comunicazione tornerà il cinema. Dopo due anni di grandi novità operative i film ritroveranno il loro ruolo centrale nelle nostre parole. L’annuncio a inizio maggio dell’Exellence Award a Ethan Hawke è un primo esempio».

A nove mesi dall’inizio della navigazione e a due da quello della prima edizione al timone com’è la vita da numero uno?

«Più semplice che da numero due… (sorride, ndr). Hai la possibilità di assumerti direttamente le responsabilità, il ché in un certo senso facilita le cose. Ma sono comunque responsabilità condivise con Marco Solari, che è sia un Presidente operativo sia un coach, e con il Direttore artistico, Carlo Chatrian, con cui la collaborazione è quotidiana. Prima ancora, il nostro è un lavoro basato sulla forza della squadra, che sta attraversando un buon momento negli equilibri tra efficienza, competenze e coesione. Ruolo a parte ciò che spicca, a prescindere, è l’identità del Festival, che è un luogo di lavoro in cui cerchiamo di dare a tutti la possibilità di mettersi in gioco esprimendo il proprio potenziale. Per poter fare bene bisogna costantemente uscire dalla propria comfort-zone; uno dei nostri “credo” è affidare responsabilità a chi lavora, mettendo ognuno nelle condizioni di provare piacere in quello che fa. Credo sia un ambiente in cui l’identificazione con il proprio lavoro è molto alta».

Obiettivo numero uno per il futuro?

«Rafforzare la posizione internazionale e nazionale del Festival, garantirne la sostenibilità finanziaria e essere capaci di captare lo “Zeitgeist” e tradurlo, di anno in anno, nella migliore edizione di sempre, tutto questo potendo contare su un’impeccabile efficienza operativa».

E cosa fa di un’edizione la migliore edizione di sempre?

«L’insieme di tutti gli elementi che hanno permesso a Locarno di mantenere per 70 anni uno dei festival più importanti al mondo in un contesto globale che ormai ne conta più di 3 mila

E la direzione tecnica quando si applaude?

«Quando tutto funziona nel modo più fluido possibile, facendo sembrare ovvio il lavoro di tutto l’anno di un team che in agosto arriva a contare 800 persone».

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  • Sommario Fatto 70 facciamo 71. Al timone però, dopo l’edizione della cifra tonda, il nocchiere è un altro. Chiusa l’era Timbal dallo scorso settembre a tenere in mano bussola e conti del Locarno Festival è Raphaël Brunschwig, che di Mario Timbal era il vice e che dei suoi 34 anni gliene sono bastati appena quattro per entrare, conoscere, capire e rispondere “sì” alla proposta secca e improvvisa: “ora tocca a te!”.
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Martedì, 14 Agosto 2018 12:41

La cultura come compagna di vita

Direttore e Presidente dell’Ente Ticinese per il Turismo, Delegato del Consiglio Federale per le celebrazioni dei 700 anni della Confederazione, Amministratore Delegato di Migros, Vice-presidente della Direzione generale Ringier, Presidente del Locarno Festival, Marco Solari è, o è stato, tutto questo. Ma anche, o forse soprattutto, una passeggiata con il barone Thyssen, una chiacchierata con Sandro Pertini, una pagina di Dostoevskij o una terzina di Dante. Marco Solari, ancora, è tre parole: libertà, rigore e emozione.

Ma libertà e rigore non sono forse un ossimoro?

«Tutt’altro - contrattacca sicuro il Presidente del Locarno Festival - e per spiegarmi mi appoggio a un uomo che più di molti altri ha incarnato lo spirito di libertà nel ‘900 italiano, Sandro Pertini. Giovanissimo Direttore dell’Ente Turismo, la prima visita che organizzai fu proprio quella del Presidente della Repubblica Italiana, nel 1981. Scendendo da Faido il giornalista Gian Piero Pedrazzi, che era con noi, approfittò di una pausa per chiedergli dei momenti vissuti nelle prigioni d’Italia. Pertini, uomo di immenso coraggio che si oppose al peggior fascismo, ci disse: “il rigore mi ha salvato. Tutte le mattine, in cella, mi lavavo e mi facevo la barba; non mi si è mai visto con la barba incolta. Era il mio modo di oppormi all’umiliazione ed al degrado”. Dunque no, non sono un paradosso, anzi, libertà esige rigore. Posso aggiungere però una terza parola? Emozione».

Questa, per alcuni, potrebbe stridere con il ruolo dirigenziale…

«Si è vero e mi sono state spesso rimproverate le emozioni che un manager - secondo molti - non dovrebbe provare, o quanto meno mostrare. Sia chiaro, le cifre sono essenziali, soprattutto per chi amministra, ma senza emozione non esiste successo. Emozione che è amore, che è passione per il prossimo, per quello che fai e per chi ti sta attorno. Pensate alle grandi opere, al Faust: tutto vive e si riconduce a quel concetto fondamentale. Insomma, credo che un bravo manager dovrebbe far incontrare in sé il nord “gerarchizzato e metodico” e il sud "emotivo e spontaneo"; talvolta una battuta o un sorriso aiutano a risolvere le questioni o snodare le situazioni. Le emozioni, torno a loro, sono il vero grande bagaglio di un uomo».

Nord e sud sono anche le sue origini…

«Padre ticinese e madre bernese, sono cresciuto con le due lingue, italiano e tedesco, a cui si è poi aggiunto il francese. Il tedesco è un mondo incredibile, la sua letteratura e la sua filosofia spalancano un universo. L’italiano, per me che vivevo a Berna, era la lingua della malinconia, della nostalgia del Ticino, della voglia di sole e libertà. La metà nordica cerca sempre il sud mentre il sud ammira il nord per le sue qualità. Il francese lo approfondii all'università a Ginevra, ma il grande sogno nel cassetto è il russo, per poter godere in originale della profondità di Puškin e Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj».

Raccontando Marco Solari non si poteva che arrivare alla letteratura…

«Essergli affine è una fortuna che ti permette di non essere mai solo, di poter mantenere una certa distanza dalle miserie e dalle meschinità umane. In chi mi rifugio io? Senza dubbio Dante, ancora una volta Dante, tremila volte Dante. E poi Goethe, Proust, Montaigne, Cervantes, Shakespeare... mi rifugio nei capolavori, ovvero in quelle opere che ogni volta che le leggi le riscopri. Penso alla Divina Commedia, perfezione assoluta; per me è una cattedrale gotica, mai barocca. Nel gotico gli architetti lavoravano a dettagli che mai nessuno avrebbe potuto vedere, ma che ciò nonostante dovevano essere perfetti. Dante è così e vivo per scoprire quei dettagli».

Cosa vede se si volta e guarda indietro?

«Tanto lavoro e un immenso impegno, accompagnati dalla fortuna di aver sempre potuto scegliere. Il primo e unico concorso a cui ho partecipato è stato negli anni settanta per il ruolo di Direttore dell’Ente Ticinese per il Turismo, avevo 27 anni. Ci ho pensato di recente ed è qualcosa che mi colpisce: in fondo non ho mai dovuto chiedere o lottare per un lavoro, mi è sempre stato offerto».

Se le chiedessi perché?

Non saprei rispondere. Alla Federazione delle Cooperative Migros, una galassia di varie attività, mi avevano affidato il dipartimento più tecnico, lontano anni luci dalle mie passioni. Ero a capo della logistica, dell’informatica, delle costruzioni, dei laboratori e dei trasporti…».

Di nuovo allora, perché?

«Perché la Migros sapeva che essere a capo di un dipartimento richiede prima di ogni altra cosa una funzione politica. Il tuo ruolo è capire i problemi, farli passare nei vari Consigli e incamminarli verso la soluzione, non quello di sapere tutto dell'informatica. Si torna al principio: anche dove regna la tecnica contano sensibilità ed emozioni».

Libertà, rigore, sensibilità ed emozioni a che datore di lavoro danno vita?

«Doris Longoni, una delle mie collaboratrici storiche, mi ha definito in radio il datore di lavoro più “demanding” (esigente, ndr) che conoscesse. È vero, esigo moltissimo; d’altronde la prima persona con cui sono severo sono io stesso. D’altronde senza autodisciplina non puoi chiedere alcunché ai tuoi collaboratori. Che allo stesso tempo però, in tutti i miei capitoli professionali, ho sempre cercato di far star bene; lavorando con me devono trovarsi a loro agio, guai se vedo un superiore “schiacciare” un subalterno, non ho mai sopportato e accettato la gerarchia prevaricatrice. Chi lavora con te o per te lavora allo stesso tuo fine, il bene dell’azienda, e di conseguenza va trattato con signorilità. Ormai mezzo Ticino conosce il metodo con cui seleziono il mio entourage: dopo avere letto il loro dossier e il loro curriculum li invito a pranzo e osservo come si rivolgono al cameriere. Racconta molto di loro, o per lo meno quanto basta a me. A tal proposito mi torna alla memoria un altro importantissimo incontro della mia vita. Una sera stavo passeggiando con il barone Thyssen; ero molto stanco e di cattivo umore, un signore ci salutò gentilmente e la mia risposta non fu altrettanto cortese. Il barone non disse alcunché, ma mezz’ora dopo mi esortò: “siamo persone conosciute”, disse coinvolgendomi benché io fossi cento volte niente rispetto a lui, “siamo in una determinata posizione; quando una persona mi saluta, anche se sono affaticato, mi sforzo di rispondergli con gentilezza perché quella potrebbe essere la prima, ultima e dunque unica immagine, e ricordo, che avrà di me”. Che lezione, sento freddo ancora oggi...».

Continuiamo a guardare indietro: si è mai sentito “riuscito?

«No, mai. Dopo ogni discorso, dopo ogni intervista sono triste e depresso, convinto che avrei potuto e soprattutto dovuto fare meglio. Mia moglie ha smesso di venire ad ascoltarmi perché “so già come starai dopo...”. Sono un poco come il personaggio di Voltaire, Candide, che piange quando c’è il sole perché sa che poi arriverà la pioggia, e viceversa; quando sento odore di successo non mi vede più nessuno». 

Due date: 1988, Delegato del Consiglio Federale per le celebrazioni dei 700 anni della Confederazione. 2017, Grande Ufficiale dell'Ordine della Stella d’Italia per volere del Presidente Sergio Mattarella. Come convivono Svizzera e Italia in Marco Solari?

«Della Svizzera ho il suo DNA, i cromosomi repubblicani e democratici, nonché la cultura politica, che è poi ciò che la tiene insieme; per l’amore che ho per l’Italia però, quell’alta, sorprendentemente alta e certamente immeritata Onorificenza è stata una delle più grandi gioie di questi ultimi anni».

Chiudiamo guardando avanti: come immagina il Locarno Festival di cui è presidente tra 30 anni?

«Spero simile a quello di oggi: specchio delle realtà nel mondo, interprete dei veri valori dell’Uomo; un festival libero, coerente e sincero. Se si tentasse di condizionarmi mi opporrei senza compromessi e se dovessi perdere toglierei il disturbo».

Non pensa mai di fermarsi?

«Ci sono due modi di andare in pensione. Il primo è attivo, realizzando progetti, partecipando a qualcosa in cui si crede. Il secondo è intimo, di arricchimento personale; arriverà il momento in cui Dante, Shakespeare e Dostoevskij mi riempiranno le giornate. Nessuno può essere tanto spudorato da ritenersi essenziale». 

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  • Sommario Chiacchierando con Marco Solari si ha la sensazione di passeggiare tra le parole, entrando e uscendo dal confine che le determina. Quello tra lavoro e passione, severità e rispetto, signorilità e limite. In Ticino è stato ed è protagonista dei più importanti settori strategici della regione, dal turismo alla comunicazione, dall’impresa alla cultura, e ha saputo condurre ogni avventura con sapere politico.
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Sabato, 04 Agosto 2018 08:36

Umanissima tecnologia

Sembra un dirigente da Silicon Valley, con quell’immagine da manager all’avanguardia, professionalissimo e incredibilmente attento al fattore umano. Alla mano, simpatico, poliglotta, di certo sportivo. Ce lo immaginiamo che si sveglia ogni mattina prima dell’alba per i suoi 20 km di corsa e poi si butta con passione verso la sua mission: progettare e mettere sul mercato elettrodomestici da cucina sempre più tecnologici, davvero utili a risolvere i piccoli problemi quotidiani, facili da assemblare per i produttori, attenti all’ambiente e belli da vedere. Daniel Arler a partire da febbraio 2016 è a capo della divisione Major Appliances Emea, non che Executive Vicepresident di AB Electrolux. Nel gruppo dal 2002, il manager nato in Olanda è stato fra i protagonisti di Eurocucina FTK 2018, all’interno del Salone del Mobile di Milano, e ci ha regalato una mezzora davvero ricca di spunti.

Partiamo parlando di lei: quali soddisfazioni in questi due anni, o poco più, di incarico?

«Soddisfazioni enormi! Soprattutto nel conoscere tutta le persone che fanno parte del nostro gruppo. Qualunque azienda è fatta di persone e sto avendo davvero la possibilità di conoscere i tantissimi talenti che abbiamo la fortuna di veder lavorare all’interno o a fianco del brand. Ogni giorno cerco di visitare le nostre sedi, conoscere coloro che lavorano con noi, e sono sempre più sorpreso di quanto talento giri intorno ai nostri elettrodomestici. Gente con idee fantastiche e passione incredibile».

Anche tastando il polso del mercato e della produzione qui al Salone, che idea si è fatto del futuro del settore? E in particolare di quello del vostro brand?

«Innanzi tutto mi lasci dire che sono molto contento che la Fiera vada così bene, abbia una tale affluenza di pubblico ed espositori. - Infatti è un giorno per soli addetti al settore e i padiglioni sono comunque strapieni, N.d.R. - Mancherebbe altrimenti un’esposizione internazionale così importante in Europa. Ci accorgiamo di questo soprattutto dalla grande affluenza di non europei, cinesi e mediorientali in primis. Parliamo di certo della fiera leader nel mercato europeo. Dove va il settore? Siamo qui proprio per scoprirlo, per parlare con tutti gli agenti della filiera, prima ancora che per tastare il polso dei consumatori. Siamo molto interessati a parlare soprattutto con i mobilieri, per capire materiali, colori, formati: vogliamo fornirgli prodotti che gli permettano di vendere il maggior numero di cucine! Quest’anno abbiamo posto grandissima attenzione anche nel progettare elettrodomestici da incasso che siano veramente facili da installare. C’è un modello che mi sono cimentato personalmente a inserire e l’ho fatto con successo – ride – quindi può farlo davvero chiunque. Lo scopo è quello di semplificare e soprattutto velocizzare il lavoro dei mobilieri».

Risultati professionali, risparmio energetico e connettività. Questi mi sembrano essere i vostri capisaldi a EuroCucina 2018. Come si realizzano e quanti sforzi prevede in fase di progettazione un obbiettivo simile?

«Per quanto riguarda i risultati, noi ambiamo sempre ad una taste experience, perché non puoi parlare - neanche con gli chef professionali - di watt o di gradi. Alla fine la domanda è sempre “Ok, perfetto. Ma in fondo, cucinando con i vostri elettrodomestici, il sapore com’è?”. Per quanto riguarda la connettività, bisogna ammettere che in questi ultimi anni ha rappresentato per noi un obbiettivo importante. Ma, anche in questo caso, ci interessa solo nella misura in cui risolve problemi, semplifica le cose in cucina, regala strumenti per aumentare il gusto dei piatti. Quando ci propongono nuove idee, progetti nuovi, chiediamo sempre, a nostra volta, “ok, ma alla fine il gusto ci guadagna?” A conti fatti, abbiamo scelto di sviluppare qui progetti in cui la connettività ci aiutava a risolvere problemi quotidiani: pianificare la settimana, dando cibo gustoso e soprattutto sano. La mamma o il papà aprono l’app che dà loro ispirazione: cosa vuoi mangiare?, allergie, prodotti stagionali, prodotti in offerta questa settimana. Fai un piano settimanale e lo mandi direttamente al tuo supermercato di fiducia, ordini la spesa e programmi la consegna. Poi devi prepararlo, ancora prima di cucinarlo. Ecco allora che senza uscire dall’app, hai dei video tutorial, di 7 secondi, che passaggio per passaggio ti insegnano a pulire l’ananas o a spinare il pesce. E poi ovviamente sostegno nella cottura, per esempio preriscaldi il forno e gli dai il setting, avendo anche la possibilità di far partire le pietanze in modo differenziato, per avere tutti i piatti che ti servono pronti contemporaneamente».

L’avessi visto 10 anni fa, mi sarebbe sembrata fantascienza. Eppure non vi potete fermare: cosa vi inventerete ancora?

«La ricerca parte sempre dal capire dove va il consumatore, che cosa vuole. Ciò che più è cambiato rispetto al passato è la velocità con cui le tecnologie nuove si diffondono. La grande sfida è proprio legata a questo. Noi abbiamo aperto un centro di customer experience in Svezia, dove la gente arriva e semplicemente cucina e noi stiamo a guardare. Per esempio la nuova interfaccia delle nostre lavastoviglie l’abbiamo studiata così. Perché? Oggi non è più possibile dire al consumatore, a mo’ di intervista, “cosa vorresti? cosa ti piacerebbe?”, perché la tecnologia è incredibilmente veloce e si muove verso campi che il consumatore non può immaginare, preventivare. Deve invece mettersi sul campo e provare. Nel nostro centro, vengono e “giocano”, provano a usare gli strumenti che noi immaginiamo possano essergli utili e farli felici e osservando il loro senso di soddisfazione nel veder risolto un problema o la loro frustrazione nel non riuscire ad usare uno strumento, ci facciamo venire idee nuove veramente a misura dei bisogni e delle capacità dell’utente. Se tu dici al consumatore “vorresti parlare con il tuo forno?”, come può risponderti? Le potenzialità non sono immaginabili senza un’esperienza diretta. Oppure, al contrario, un’idea può sembrare strabiliante, rivoluzionaria, e poi invece quella tecnologia si rivela solo “di bellezza”, senza un reale vantaggio nella vita quotidiana».

Vendere elettrodomestici in Ticino deve essere un po’ come andare a proporre opere d’arte a Firenze. È un territorio davvero difficile o al contrario per voi rappresenta una fetta importante del mercato?

«Noi siamo in Svizzera da tanti anni, abbiamo un business molto ben radicato. C’è un fabbricante svizzero per noi fondamentale, molto forte, e siamo contenti della nostra quota sul mercato, ma riteniamo ci siano ancora ottimi margini di crescita, siamo molto positivi a riguardo. Infatti a Swissbau 2018 abbiamo presentato il nuovo progetto "Electrolux Millennium, il nuovo design per la Svizzera", un assortimento completamente dedicato e ideato pensando alle particolarità del vostro mercato. Sul Ticino in particolar modo abbiamo poi molto puntato nell’ultimo anno: abbiamo rinnovato il centro Electrolux e a settembre aperto una nuova Taste Gallery a Manno, dove si possono guardare i più moderni apparecchi e soprattutto si possono vivere, grazie a corsi di cucina ed eventi organizzati».

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  • Sommario Lo scorso settembre, l’apertura della prestigiosa Taste Gallery a Manno. Durante Swissbau 2018, la presentazione del progetto "Electrolux Millennium, il nuovo design per la Svizzera". Un’attenzione quella della multinazionale svedese per la Confederazione e in particolare per il Canton Ticino che non intende fermarsi, visto che, come ci ha raccontato il CEO Dan Arler, «quello cantonale è per noi un mercato già florido, ma con sicuri margini di espansione».
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Durante l’evento, moderato da Elisa Alfieri, Assurance Leader, sono intervenuti anche Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio del Canton Ticino, e Costante Ghielmetti, vicedirettore della Divisione delle contribuzioni. Luca Albertoni ha avuto modo di analizzare l’attuale contesto economico ticinese, spiegando come il nostro Cantone sia riuscito a resistere alla crisi economica mondiale e stia, seppur con difficoltà, seguendo la via della ripresa. Dall’Inchiesta Congiunturale 2017-2018” elaborata dalla Camera di commercio del Canton Ticino emerge che le imprese ticinesi sono riuscite a mantenere stabili i livelli occupazionali e salariali, che sono propense ad effettuare investimenti facendo ricorso all’autofinanziamento e che l’andamento economico attuale e a breve termine risulta soddisfacente. Costante Ghielmetti, tradizionale ospite degli annuali Tax Update, ha ripercorso le tappe che hanno portato al Progetto Fiscale 17. Il Vicedirettore ha auspicato che il progetto di riforma fiscale possa rappresentare un traguardo definitivo per la Svizzera, ricordando come la volontà popolare nel 2017 abbia già respinto la precedente proposta (Riforma III delle imprese). Egli ha inoltre sottolineato l’importanza di una rapida approvazione ed entrata in vigore della riforma fiscale, soprattutto di quella cantonale ticinese. La riforma fiscale cantonale si pone, infatti, l’obiettivo di migliorare l’attrattività fiscale del Canton Ticino sia nel contesto intercantonale sia in quello internazionale promuovendone l’innovazione, di mitigare il rischio di fuga dei “buoni” contribuenti e di anticipare gli interventi che si renderanno necessari nell’ambito della riforma fiscale federale. Secondo Costante Ghielmetti, ulteriori ritardi potrebbero compromettere la competitività del Cantone con rilevanti ripercussioni economiche. La riforma fiscale, ha ammesso il sig. Ghielmetti, comporterà un costo rilevante in termini di perdita di gettito fiscale per il Cantone che, tuttavia, ritiene sostenibile. Il 29 aprile 2018, in sede di approvazione referendaria, la popolazione ticinese si è espressa favorevolmente - seppur a stretta maggioranza - in merito al progetto di riforma fiscale e sociale cantonale. L’esito positivo della votazione garantisce l’introduzione delle prime importanti misure tese a ridurre il carico fiscale ai fini delle imposte cantonali sul capitale e sulla sostanza, allo scopo di rendere il Ticino fiscalmente competitivo sia a livello intercantonale sia internazionale. Su tutti, la novella normativa recata dalla riforma in parola prevede - ai fini dell’imposta sul capitale - l’introduzione di un regime di “participation exemption” analogo a quello vigente ai fini dell’imposta sull’utile e di una deduzione commisurata all’imposta assolta sull’utile (in misura pari al 10%), nonché - ai fini dell’imposta sulla sostanza - una riduzione delle aliquote ed altre misure volte a mitigare il carico fiscale complessivo. Tali novità, la cui portata in termini di “ottimizzazione fiscale” è di difficile lettura, sono senz’altro all’avanguardia e molto interessanti. Al riguardo, occorre in effetti sottolineare come il Ticino sia uno dei primi cantoni in Svizzera ad adottare simili provvedimenti. Ne deriva quindi che un’analisi definitiva, basata su dati reali, potrà essere svolta solo dopo alcuni mesi di fisiologico “rodaggio” durante i quali si renderà necessario comprendere la corretta applicazione delle nuove disposizioni normative. Sul punto, gli operatori del settore si attendono che il Ticino possa guadagnarne in termini di maggiore competitività e attrattività, anche alla luce della prossima abolizione dei regimi fiscali privilegiati prevista per il 2020. Per quanto concerne le ulteriori misure fiscali, tra le quali ricordiamo la predetta abrogazione degli statuti fiscali speciali, l’introduzione di agevolazioni fiscali nell’ambito del cosiddetto patent box e degli investimenti in ricerca e sviluppo, esse sono contenute nel citato Progetto Fiscale 17 che verrà adottato a livello federale, presumibilmente, nel biennio 2019-2020, salvo ulteriori ritardi dovuti ad un eventuale referendum popolare. Nel corso dell’evento di aggiornamento fiscale, la parola è poi passata a Nic Weber, specialista dell’imposta sul valore aggiunto, e a Giacomo Sartor, competente in tema di Transfer Pricing, che hanno illustrato rispettivamente le novità introdotte a partire dall’anno 2018 in materia di IVA in Svizzera e l’attuale panorama normativo e di prassi in tema di prezzi di trasferimento con cui le imprese devono confrontarsi. Entrambi i temi trattati hanno una rilevanza sia a livello federale sia internazionale. La Revisione parziale IVA 2018 si pone l’obiettivo di eliminare la distorsione concorrenziale tra gli operatori svizzeri e gli operatori esteri e prevede importanti novità e oneri per le imprese estere che operano in Svizzera. Giacomo Sartor ha invece analizzato le rilevanti conseguenze per le imprese svizzere ed estere che operano a livello globale. In particolare, si è posto l’accento sull’obbligo per i gruppi di imprese internazionali di adeguarsi agli attuali standard internazionali introdotti dall’OCSE (“Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico”) nell’ambito del Progetto BEPS (“Base erosion and profit shifting”), al fine di evitare importanti sanzioni.

Informazioni aggiuntive

  • Sommario Con evento di aggiornamento fiscale Tax Update, organizzato da EY Lugano, il Tax Team sotto la direzione di Sandro Jaeger ha illustrato le importanti novità e le sfide che la Svizzera ed, in particolare, il Ticino dovranno affrontare nei prossimi anni.
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Sabato, 04 Agosto 2018 08:31

Agire alla fonte del rumore

Non è un caso che – oltre alla Legge federale sulla protezione dell’ambiente – vi sia un’apposita Ordinanza contro l’inquinamento fonico (OIF) emanata il 15 dicembre 1986; a testimonianza dell’esistenza di una problematica e come forma di impegno nella difesa del benessere della popolazione e dell’ambiente. L’Ordinanza stabilisce come si deve affrontare la questione e dove occorra un risanamento, mentre il Cantone è l’autorità esecutiva per applicare e far rispettare l’Ordinanza. Il Dipartimento del territorio, tramite l’Ufficio della prevenzione dei rumori della SPAAS, è da tempo impegnato in progetti volti a migliorare il paesaggio sonoro del nostro Cantone, in particolare in quelle località maggiormente interessate dal traffico, la principale causa di inquinamento fonico alle nostre latitudini, soprattutto nel fondovalle. Il rumore stradale dipende da diversi fattori, quali il tipo di veicolo, il volume e la composizione del traffico, le caratteristiche della strada. All’inizio del 2016 il Dipartimento del territorio ha riconsiderato la situazione delle immissioni foniche dovute alle strade attraverso l’elaborazione di un pre-catasto, che ha mostrato come circa il 30% della popolazione sia esposta a immissioni dovute alle strade cantonali e comunali superiori ai valori limite stabiliti dall’OIF. Ad oggi, quasi 350 chilometri di strade cantonali e circa 70 chilometri di strade comunali necessitano di un risanamento fonico. Il risanamento fonico è uno dei dossier principali del Dipartimento del territorio, lo sottolinea ulteriormente il credito di 11 milioni di franchi stanziato nel 2016. A fine 2015 è stato formato un gruppo di lavoro per affrontare il risanamento delle strade prioritarie del Ticino, che toccano 109 sezioni comunali. Il gruppo, formato da rappresentanti di diversi Servizi cantonali, ha approntato una strategia di lavoro e ha stabilito la suddivisione del Cantone in agglomerati. Una strategia, questa, volta ad accelerare i risanamenti, appoggiandosi a risorse interne, a sistemi informatici innovativi e operando principalmente con interventi alla fonte, che agiscono dove ha origine il rumore, dunque sulla strada stessa. Rientrano in queste misure: la pavimentazione fonoassorbente e, dove ritenuto opportuno, una riduzione della velocità di transito. Dal momento che riducono tout court l’emissione, gli interventi alla fonte giovano a un ampio spettro di utenza, anche a coloro non direttamente a contatto con gli assi stradali. Tra le misure che agiscono alla fonte in ambito di risanamento, l’asfalto fonoassorbente di ultima generazione utilizzato dal Cantone comporta un beneficio di almeno 3 decibel che, dal lato fonico, equivalgono al dimezzamento del traffico in transito sulla strada considerata. A influenzare le proprietà acustiche delle pavimentazioni stradali, sono fattori quali la granulometria, la porosità e l’elasticità della superficie stradale. Minore è la granulometria del conglomerato più silenziosa è la pavimentazione. Dietro a ogni progetto di risanamento fonico c’è una non sottovalutabile fase di raccolta e stoccaggio di dati e parametri, concernenti ad esempio la rete stradale, la tipologia (struttura, numero di piani) e la destinazione (professionale o residenziale) degli edifici interessati dall’inquinamento fonico. Il catasto valuta le immissioni per ogni piano di ogni edificio presso le finestre dei locali sensibili al rumore. Attraverso il catasto è così possibile evidenziare le costruzioni esposte a immissioni superiori ai limiti fissati. Si tratta di una sorta di fotografia acustica che rappresenta l’inquinamento fonico all’interno delle località. Partendo dal catasto del rumore sono stati elaborati i progetti di risanamento fonico agglomerato per agglomerato, volti a determinare i possibili interventi. Ad oggi si è conclusa la fase di consultazione per quanto concerne il progetto relativo al Mendrisiotto ed è in corso la consultazione per i progetti riguardanti da un lato l’agglomerato del Bellinzonese e del Locarnese-Vallemaggia e, dall’altro, della Riviera e Valli. A seguire vi sarà la pubblicazione del progetto relativo al Luganese. Per quanto riguarda il Mendrisiotto, tra strade cantonali e comunali sono stati previsti circa 60 km di asfalto fonoassorbente. Una misura che – insieme alle altre attuate a livello di traffico e mobilità – dovrebbe contribuire a migliorare la situazione di una delle regioni più colpite dall’inquinamento fonico nel nostro Cantone A livello operativo, prendendo l’esempio del Mendrisiotto, l’Ufficio della prevenzione dei rumori ha proceduto al rilievo dei dati riferiti agli assi stradali di tutto il comparto procedendo poi alla loro digitalizzazione, determinando nel contempo le relative emissioni foniche. Sono stati in seguito rilevati in loco tutti gli edifici e attraverso appositi algoritmi matematici sono state determinate le immissioni presso gli edifici esposti al rumore, allestendo così il catasto che è stato presentato ai Comuni. Una volta stabilita una base condivisa è stato elaborato il progetto di risanamento fonico, con un orizzonte temporale di 20 anni, nel quale sono presentate le misure atte a ridurre il rumore ritenute attuabili e sostenibili per il comparto preso in esame. Il Cantone ha allestito il progetto di risanamento fonico sia per le strade cantonali sia per quelle comunali di maggior traffico. La realizzazione delle opere sulle strade cantonali spetta al Cantone, mentre quelle sulle strade comunali ai Comuni. Queste opere godono di sussidi federali, recentemente oggetto di una proroga, approvata tramite una revisione dell’Ordinanza che prevede un’estensione fino al 2022 per l’ottenimento dei sussidi. Riprendendo lo slogan della Giornata internazionale contro il rumore – “Puzza di rumore!” – celebrata il 25 aprile, si potrebbe dire che il Dipartimento del territorio si sta impegnando per diminuire la “puzza” di rumore sulle nostre strade, perché il rumore non è solo fastidioso, ma può comportare anche disagi per la salute, provocando stress, irrequietezza e problemi cardiovascolari, influenzando inoltre la qualità di vita e l’attrattività – anche turistica – di un’intera regione.

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  • Sommario Da ormai molti anni, in Svizzera e all’estero, si parla di “inquinamento fonico” per riferirsi a quanto trasforma un suono in un “rumore”, che può essere più o meno fastidioso per le persone a esso esposte.
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Sempre secondo le previsioni presentate dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’aumento dei salari e l’abbassamento dei tassi di interessi non potrà che solidificare un lento ma costante aumento dei consumi e una spinta verso gli investimenti dopo la stagnazione vissuta durante gli ultimi anni. Se esiste un paese che ha saputo lungo la sua storia risorgere più volte dalle proprie ceneri, questo è certamente la Russia. A metà strada fra oriente e occidente, per indole e cultura si tratta di una nazione votata alla pazienza, alla costanza e al sacrificio. Oggi, in un clima politicamente ed economicamente indubbiamente teso, sembrano però molto lontani le privazioni sovietiche e gli incubi e le frenesie incontrollate degli anni ’90, seguiti al collasso dell’URSS. Lo sa bene la parte più occidentale dell’immensa Federazione, quella parte di Russia incastonata al centro dell’Europa: l’exclave russa di Kaliningrad. Affacciata sul Mar Baltico, la regione di Kaliningrad copre 15 mila chilometri quadrati ed è abitata da quasi un milione di persone. Questo territorio russo, dissociato geograficamente dal resto della nazione, è invece interamente circondato da paesi membri dell’Unione Europea, ad est dalla Lituania, a ovest dalla Polonia. Affascinante e travagliata, la storia di Kaliningrad risale alla Seconda guerra mondiale e alla presa, da parte dell’Armata rossa, della ricchissima Königsberg, capitale, fino al 1945, della Prussia orientale. La battaglia di Königsberg fu una delle ultime sul fronte orientale e si concluse con la resa tedesca proprio il 9 aprile 1945 dopo che la città, intrappolata in una sacca, fu mano a mano strangolata dalle forze sovietiche. Di fondamentale importanza strategica per la sua posizione sul Baltico, collegata a doppio filo al corridoio di Danzica, la Prussia orientale rappresentava una delle ultime roccaforti tedesche da espugnare. Dopo violenze indicibili perpetrate durante la caduta, Königsberg venne completamente russificata e rinominata Kaliningrad, in onore di Michail Ivanovich Kalinin, Presidente del Presidio del Soviet Supremo dal 1919 al 1946 e vicinissimo a Stalin. Già durante il periodo comunista la regione russa si è sempre distinta per la sua valenza urbana schizofrenica, con, da una parte, tracce di palazzi e chiese distrutti dalla guerra ancora ben in evidenza subito dopo la caduta del Muro, dall’altra, il proliferare delle costruzioni di stampo socialista e la sua valenza quasi ed unicamente militare. Infatti, immediatamente dopo la guerra le autorità sovietiche decisero di spostare il quartier generale della potenza navale da Leningrado a Kaliningrad. Al crollo dell’URSS, la flotta del Baltico rappresentava circa un quinto dell’intera flotta sovietica, mentre il doppio porto di Kaliningrad e Baltiysk (quest’ultima è la città portuale più occidentale della regione situata sulla Penisola della Vistola) resta ancora oggi meglio equipaggiato di quello di Odessa e Vladivostok. Se la dimensione strategico-militare rivestiva un’importanza fondamentale durante l’epoca della guerra fredda, è altrettanto vero che con l’apertura della Russia al mondo, dopo il 1991, Kaliningrad presenta un potenziale economico e turistico unico. Durante la fine degli anni ’90 le sue possibilità sembravano solo accennate, mentre ora, complice una nuova dirigenza alla testa del Governo regionale, guidata dal più giovane governatore che la Russia abbia mai avuto, il trentunenne Anton Alikhanov, nominato in un primo tempo direttamente dal Presidente, si fanno decisamente più concrete. Dal 1996, Kaliningrad ha statuto di ZES (Zona economica speciale) e gode di agevolazioni fiscali e commerciali. Lo scorso dicembre, Vladimir Putin ha firmato una serie di nuovi emendamenti riguardanti la legge che regola la zona economica con l’obiettivo di non limitare l’economia di Kaliningrad al semplice trasbordo di merci, ma spingerla maggiormente alla produzione e all’esportazione, soprattutto grazie ad imprese straniere. Intanto, l’attrattività della regione russa sul Baltico non fa che crescere, tanto che l’exclave ospiterà ben quattro partite del prossimo Campionato del mondo di calcio: un territorio chiave nella comunicazione e nella collaborazione con i paesi dell’Unione Europea.
Del futuro della città e del suo territorio abbiamo parlato con Alexander Schenderiuk - Gidkov, Vice - governatore della regione, il quale ha confermato come le sanzioni abbiano avuto meno effetti negativi di quanto previsto e di come sia stato importante tradurle in occasioni per migliorarsi. «Kaliningrad e il resto della Russia, come molti paesi in via di sviluppo, si pensi alla Turchia o al Brasile, hanno subito una certa recessione negli ultimi anni. Se si guarda all’intera economia russa non si possono non osservare alcune tendenze chiare: le aziende orientate all’importazione hanno avuto serie difficoltà, mentre quelle esportatrici, al contrario, hanno conseguito ottimi guadagni. Tutto ciò non può essere correlato solo ed unicamente alle sanzioni imposte dall’Unione Europea, sebbene per questioni economiche, ma anche storiche, la regione di Kaliningrad sia da sempre votata all’importazione di materie prime e materiali europei, alla loro lavorazione, al loro assemblaggio e quindi alla vendita dei prodotti finiti nell’intera Russia. In un primo momento l’effetto sanzionante ha peggiorato le condizioni economiche del nostro territorio, successivamente però abbiamo saputo trasformare questo momento di difficoltà in una sfida da vincere, sviluppando altri modelli di importazione e rendendoci più indipendenti. Se non possiamo più ottenere la carne dalla Polonia, ci volgeremo verso altri paesi, come il Brasile per esempio. Per quanto riguarda l’esportazione invece, abbiamo saputo valorizzare i nostri prodotti, come nel caso delle aziende produttrici di reti da pesca, e venderli a prezzi molto concorrenziali su vari mercati».

La posizione geografica di Kaliningrad e la sua prossimità con più paesi dell’Unione Europea rende la regione particolarmente interessante in un’ottica sia politica, sia economica. Quali speranze avete in serbo per l’immediato futuro?

«Kaliningrad vuole crescere, desidera svilupparsi maggiormente e lavorare con l’estero. Il nostro scopo è rendere questo sogno reale. Benché tutto quanto sia legato alle relazioni internazionali in chiave politica venga gestito direttamente da Mosca, noi facciamo comunque la nostra parte per migliorare la comunicazione e la collaborazione d’affari con i nostri vicini. L’apertura e l’ascolto verso i paesi europei sono totali. Siamo più che felici di accogliere dei potenziali investitori nella regione, siano essi russi oppure stranieri. Fra i nostri obiettivi principali c’è una lotta a tutto campo contro la corruzione, in questo modo è possibile garantire delle basi solide per sviluppare qualsiasi tipo di cooperazione. Allo stesso tempo, gli investitori stranieri possono godere di molti privilegi se desiderano stabilire delle attività sul nostro territorio. Vantaggiosi sono infatti, oltre alla posizione centrale nel cuore d’Europa e al costo della manodopera, i nostri incentivi per quanto riguarda l’energia, le infrastrutture e il terreno (in molti casi gratuiti), senza contare i numerosissimi e generosi vantaggi fiscali».

Dalla stampa locale si evince che molti progetti della regione siano orientati al turismo e alla valorizzazione del territorio, è così?

«La regione di Kaliningrad è famosa per le sue bellezze naturali. Al primo posto non si può non menzionare il parco nazionale della Penisola di Neringa (verso la Lituania), che ospita una natura selvaggia, habitat ideale di moltissime piante e animali. Nonostante sia stato trascurato durante l’epoca sovietica, la sua unicità è visibile al primo sguardo. Il governo è intenzionato a preservare e valorizzare ancora di più questa zona magnifica impedendo l’urbanizzazione incontrollata. Al secondo, il cordone litorale della Vistola (verso la Polonia), un’area lussureggiante che desideriamo anch’essa trasformare in parco nazionale e, infine, la parte russa, al confine con la Lituania, del lago Vistytis, naturalmente incomparabile per specie animali e vegetazione. Si tratta di zone e paesaggi mozzafiato - già conosciuti a inizio ‘900 per i loro kurhaus frequentati da Thomas Mann e reali di mezza Europa - che ben si sposano alle dune, alle spiagge bianchissime e all’acqua limpida del Baltico. Oltre ad una natura senza eguali, Kaliningrad offre anche degli squarci oramai introvabili sulla storia. In tutta la regione è infatti presente un intero e complesso sistema di forti, oltre a numerose testimonianze della vecchia e ricca Königsberg. Si tratta di un patrimonio storico unico che però necessita migliorie e ricostruzione. La nostra intenzione è quello di metterlo in valore, come mai è stato fatto prima, creando complessi museali, zone pedonali e piste ciclabili, oltre ad essere all’ascolto di imprenditori interessati a sviluppare attività turistico-alberghiere nella regione. L’approccio che privilegiamo è l’incontro diretto con il potenziale investitore, mostrando personalmente terreni e strutture e mantenendo una mentalità aperta e disponibile».

Quest’estate Kaliningrad ospiterà ben quattro partite della Coppa del Mondo, come si sta preparando la città a questo evento?

«Il Campionato Mondiale di calcio è un’occasione unica per presentarci. Abbiamo terminato la costruzione di uno stadio che può ospitare 45'000 spettatori su una zona della città completamente nuova che copre più di cento ettari, non edificata nemmeno in epoca tedesca. Il nostro compito è preparare Kaliningrad al meglio per accogliere i tifosi, non solo attraverso il complesso architettonico attorno allo stadio, ma con infrastrutture e trasporti all’altezza di un simile evento, favorendo solo un traffico intelligente, privilegiando una politica di organizzazione in armonia con l’ambiente e di rinnovo e ampliamento delle zone pedonali. Anche le nostre strutture alberghiere si stanno preparando per accogliere i turisti. Kaliningrad potrà ospitare i visitatori in hotel moderni e lussuosi a prezzi che si aggirano attorno ai 30 euro a notte. Per chi ancora non conosce la Russia, il Mondiale e la città di Kaliningrad potrebbero rappresentare un primo viaggio di scoperta che certamente susciterà la curiosità di conoscere più approfonditamente il nostro patrimonio culturale, naturale e turistico».

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  • Sommario L'OCSE lo testimonia, nel 2017, la Russia ha visto crescere il proprio prodotto interno lordo dell’1,8 % e un ulteriore aumento (1,9 %) è previsto anche per il 2018 per poi assestarsi all’1,5% nel 2019. Queste valutazioni ottimiste sono favorite in grande parte dai guadagni sul petrolio, dalla produzione industriale e dagli investimenti, fra i più importanti, quelli in vista della Coppa del mondo di calcio prevista per l’estate.
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Il “mercato del lavoro” costituisce da sempre sia un argomento di particolare interesse comune sia elemento di discordia sulle “ricette” economiche da applicarsi di volta in volta per rivitalizzarne le dinamiche. Da un punto di vista della teoria macroeconomica, invece, è assai frequente leggere − basta sfogliare i principali libri di testo − che le aziende siano spesso incentivate a pagare salari superiori a quello “di riserva”, cioè a quel compenso che rende il lavoratore indifferente tra lavorare ed essere disoccupato. A titolo esemplificativo, viene spesso ricordata l’affermazione di una nota top model degli Anni Ottanta, con cui dichiarava pubblicamente che non si sarebbe alzata dal letto per meno di 10.000 dollari statunitensi (al giorno), fornendo così una descrizione “tangibile” (quanto di pochi fortunati) del concetto di “salario di riserva”. La teoria macroeconomica si spinge, però, talvolta oltre, sostenendo che − anche in assenza di contrattazioni collettive (fra sindacati ed imprese) − l’occupato medio possieda una certa forza contrattuale utilizzabile per “spuntare” comunque salari più elevati. Riguardo al primo assunto si può, per il momento, confermare che le aziende possano “premiare” con remunerazioni più generose esperienza, merito o professionalità di una certa parte di forza lavoro, la cui sostituzione con altra comporterebbe (per giunta) potenziali costi di formazione e perdite in termini di economie di scala ed apprendimento. La seconda ipotesi sopra menzionata, invece, risulta essere spesso smentita dall’evidenza degli eventi più recenti: difficilmente il singolo lavoratore avrebbe la possibilità di “strappare” un aumento salariale in assenza dei sopra citati legami d’interdipendenza reciproca fra impresa ed occupato. Un esempio fa piena chiarezza sui rapporto di forza esistenti: quanto spesso inserzioni o bandi lavorativi elencano richieste puntuali di caratteristiche, che il candidato dovrà possedere per solo proporsi, ma nulla riportano sulla remunerazione, cioè sul principale incentivo (o meno) a candidarsi per quella posizione? “A spannometro” − ma senza timore di essere smentiti −, difficilmente un simile “silenzio” sull’ingaggio da corrispondersi sarebbe potuto funzionare con la top model di cui sopra (ma anche con altri, naturalmente). Stando così le cose, la nozione di “salario di riserva”, che si era inizialmente detto valere tout court anche per il lavoratore “medio”, subirebbe un drastico ridimensionamento, poiché il candidato investirebbe energie nell’attesa di un contratto di lavoro, per cui la remunerazione potrebbe essere persino sotto le proprie aspettative minime. La percezione è, invece, che il concetto di “salario di riserva” sia ormai diventato un lusso, a cui sempre meno lavoratori possono aspirare (e per cui, conseguentemente, si veda costretti ad accettare impieghi anche meno remunerati). Nel contempo, però, si deve evitare anche l’opposto, cioè che − per mezzo di sussidi di disoccupazione troppo generosi e prolungati nel tempo o “redditi” minimi garantiti a ciascun cittadino in forza di questa sola caratteristica − si disincentivi la ricerca di un’occupazione laddove possibile.
Ma quali sarebbero le ripercussioni dell’inversione di tendenza rispetto a quanto finora ipotizzato? Dando l’approccio economico vigente per “scontato” che tutte le categorie lavorative possano liberamente contrattare i loro aumenti salariali così da controbilanciare eventuali incrementi dei prezzi, si sottostima così il risultato potenziale (opposto), qualora tale meccanismo non funzionasse. Lo “scollamento” della quotidianità economica si manifesta, ad esempio, anche nelle affermazioni, secondo cui un livello di prezzi attesi più elevato rispetto al periodo precedente comporti (più o meno necessariamente) un aumento del livello nominale dei salari secondo la seguente relazione: . Un altro assunto “cardine” è quello, per cui una riduzione del tasso di disoccupazione (u) tenda a sua volta a ripercuotersi positivamente sul livello nominale dei salari : . Se è vero che − quando la disoccupazione è marcata − sia più probabile che i lavoratori occupati perdano il loro impiego e meno probabile che i lavoratori disoccupati trovino un’occupazione, la recente (ed altrettanto flebile) ripresa economica in seguito alla Grande Recessione ha dimostrato come tali automatismi siano sempre meno verificati: non a caso, per un certo periodo di tempo, si è parlato di jobless recovery, cioè “ripresa senza nuovi posti di lavoro”. Quindi, − se all’aumentare della crescita economica (cioè al ridursi del tasso di disoccupazione) i salari nominali (e molto spesso, ancor più, quelli reali) tendano a rimanere comunque “al palo”, non essendo la forza contrattuale individuale spesso sufficiente a provocarne un aumento − è evidente che ciò abbia anche ripercussioni sulla cosiddetta “dinamica dei prezzi”, che verrebbero determinati stando alla teoria tradizionale in base alla seguente formula (, per cui il prezzo di un bene/servizio sarebbe determinato dal costo della forza lavoro e tasso di profitto applicato . Ad esempio, assumendo un costo lavorativo (alias salario) pari a 100 CHF ed un margine di profitto del 20%, il prezzo di vendita equivarrebbe a 120 CHF. Ovviamente (ma altrettanto diversamente da quanto finora “professato”), se i prezzi aumentassero comunque in assenza di aumenti salariali significativi, ciò significherebbe che il cosiddetto “potere d’acquisto” individuale sarebbe diminuito. Ogni intervento di politica monetaria restrittivo aggiungerebbe, pertanto, un vero e proprio “doppio onere” sulle spalle del lavoratore medio, che si vedrebbe da un lato in una condizione di stagnazione relativa in termini salariali, mentre dall’altro subirebbe i prezzi in ascesa oltre che l’inasprimento nella concessione di prestiti. Se la sindacalizzazione (esasperata) non è certo una soluzione, dare però anche certi assunti economici troppo per “scontati” risulta essere perlomeno fuorviante − oggi, più che mai.

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  • Sommario Quanto è rispondente a realtà l’ipotesi economica, per cui la contrattazione salariale − anche individuale − sia una dinamica “realistica” nel rapporto salari-prezzi?
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Martedì, 26 Giugno 2018 11:48

AlpTransit: un’opportunità da non perdere

Il convegno internazionale “Dalle Alpi al Mediterraneo” - che per iniziativa dei Rotary Club di Lugano e di Genova ha avuto luogo lo scorso aprile a Sigirino (Canton Ticino) -  è stato senza dubbio una conferma confortante della quantità e della qualità degli interessi che in Svizzera e nell’Italia nord-occidentale si stanno mobilitando perché l’asse ferroviario del San Gottardo venga completato al più presto. La Svizzera ha dimostrato come sia utile e importante sviluppare politiche dei trasporti che privilegino lo spostamento del traffico merci dalla strada alla ferrovia, con indiscutibili vantaggi sotto il profilo ambientale. Anche la Lombardia e l’Italia devono investire di più su questo aspetto, consapevoli che nei territori transfrontalieri progetti in questa direzione sono resi di più facile attuazione grazie anche ai fondi europei per la cooperazione transfrontaliera e la coesione territoriale. Progetti, programmi in corso di attuazione, buoni propositi realizzati e altri ancora da attuare. Restano tuttavia ancora numerosi problemi aperti su cui i partecipanti a questa tavola rotonda potranno confrontarsi. Da più parti si è accennato ai colli di bottiglia a nord e a sud. Ci sono problemi di capacità nelle linee di accesso dalla Germania e dall'Italia, come pure in Svizzera, soprattutto fra Bodio e Cadenazzo, cioè fra il portale sud della galleria di base del San Gottardo ad alta capacità e la biforcazione del binario verso Luino (dove già ora transita un terzo delle merci), una tratta dove al traffico di lunga distanza si sommano quello regionale, quello verso Locarno e l'attraversamento dell'agglomerato di Bellinzona. Problemi persistono anche in Italia dove la linea Chiasso-Monza dovrebbe essere portata da due a quattro binari. Inoltre, per il traffico merci l'Italia parla sempre di un potenziamento della linea Varese-Luino con un prolungamento fino a Bellinzona. Ma non c'è niente di concreto. La linea esiste ma necessita una ristrutturazione importante, è di un binario solo, obsoleta e periodicamente interrotta quando ci sono intemperie. Resta poi una fondamentale domanda. AlpTransit aveva tra le sue principali finalità quella di trasferire il trasporto delle merci dalla strada alla ferrovia. A che punto siamo da questo punto vista? Il problema sembra essere lontano da una soluzione, a giudicare almeno delle colonne di Tir che ancora ingorgano la galleria stradale del Gottardo. AlpTransit era stato pensato come progetto destinato a favorire il trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia. Un obiettivo più che virtuoso. Cammin facendo ci si sarebbe poi resi conto che la galleria di base poteva rappresentare una opportunità pure per il traffico dei passeggeri. Come conciliare la presenza in galleria di un treno viaggiatori ogni ora e per direzione (ogni 30 minuti a partire dal 2020) e di 3-4 convogli merci, i quali procedono ad una velocità di 100 km/h?? Un altro capitolo riguarda l’impatto ambientale generato dal congestionamento dell’intero sistema dei trasporti tra il Ticino e la Svizzera interna. E ancora, questioni economiche e politiche condizionano l’ottimizzazione del nuovo collegamento mentre è ancora tutto da verificare l’impatto determinato dalla nuova struttura sul turismo, gli insediamenti produttivi o il settore immobiliare. Insomma, un groviglio di questioni aperte che ruotano intorno a questa grande opera nata per rivoluzionare il sistema della comunicazioni e dei trasporti nel cuore dell’Europa.

Hanno partecipato all’incontro:
Ing. Maurice Campagna, Presidente dell’Accademia Svizzera delle Scienze
Fabio Capocaccia, Presidente Istituto Internazionale Comunicazioni (IIC)
Prof. Remigio Ratti, UNI Friburgo e USI Lugano
Dott.ssa Lorenza Bernasconi, Presidente della Commissione Relazioni Pubbliche del Rotary Club Lugano
On. Filippo Lombardi, Consigliere agli Stati
Avv. Marco Borradori, Sindaco di Lugano
Ing. Alberto Del Col, Direttore AlpTransit Ticino
Marco Bazzi, Moderatore e Direttore www.liberatv.ch

L’incontro si è tenuto il 5 ottobre 2017 presso il Teatro per eventi Metamorphosis – Palazzo Mantegazza – Lugano Paradiso

Marco Bazzi:

Partiamo da un necessario inquadramento sullo stato di avanzamento dei lavori per il completamento dell’intera rete di collegamenti previsti per AlpTransit. A che punto è la realizzazione delle opere in Svizzera e in Italia e soprattutto quali saranno i relativi costi?

Filippo Lombardi:
«Per potenziare la capacità ferroviaria e rendere più rapido ed efficiente il traffico merci, la Svizzera sta realizzando AlpTransit, progetto che comprende le tre gallerie di base del Lotschberg (34,6 chilometri, già in funzione dal 2007), del San Gottardo (57,1 chilometri, in funzione dallo scorso 11 dicembre) e del Ceneri (15,4 chilometri, in funzione dal 2020). Il costo complessivo dovrebbe essere di 24 miliardi di CHF, cui però andrà aggiunto un altro miliardo per realizzare il corridoio 4 metri tra Basilea e Chiasso altrimenti l’attuale linea ferroviaria continuerà ad avere una potenzialità d’utilizzo all’incirca dimezzata. Resta aperto, per realizzare nella sua completezza il progettato asse di collegamento tra il nord Europa e il Mediterraneo, il problema di cosa e quando si intende costruire oltre Basilea, in Germania, e a sud di Chiasso, in Italia»

Fabio Capocaccia:
«Per quanto riguarda la linea da Milano/Torino a Genova sono in corso i lavori per la realizzazione del cosiddetto “terzo valico” da Genova a Novi Ligure (i primi due sono stati costruiti entro la fine dell’Ottocento, nel 1852 e nel 1889!). Questo completamento consentirà il passaggio delle gallerie a convogli con sagoma di 4 metri di altezza, la percorrenza di treni di 750 metri di lunghezza e un peso fino a 2000 tonnellate per convoglio (esattamente come nella nuova galleria del Gottardo). Il termine dei lavori per il completamento di questo corridoio Reno-Alpi è previsto per il 2022, con un anno circa di ritardo rispetto all’originaria programmazione».

Alberto Del Col:
«I lavori per l’apertura della galleria di base del Ceneri proseguono secondo i programmi stabiliti e l’apertura è prevista per il 13 dicembre 2020. Anche per quanto riguarda il controllo dei costi, dovremmo chiudere la prima fase del progetto nel rispetto del budget pari a 13.157 miliardi, in linea dunque con quanto preventivato».

Remigio Ratti:
«Vorrei ricordare a tutti che già al momento della sua apertura, il San Gottardo veniva definita la linea ferroviaria d’Europa e che la quasi coeva apertura del canale di Suez permisero di gettare le basi per una radicale trasformazione dei sistema dei trasporti e delle comunicazioni a livello mondiale. Oggi AlpTransit è ancora il cuore dell’asse ferroviario europeo del xxi secolo. Con le le due gallerie di base l’itinerario gottardiano diventa una ferrovia di pianura. Nel 1992, quando il popolo svizzero ha votato la legge sul transito nord-sud, si parlava di transito da confine a confine e in particolare di una linea tra Arth-Goldau e Lugano, da completarsi poi con gli accessi sia meridionali verso Milano sia settentrionali a nord di Basilea. Questa idea, votata dal popolo, è stata poi ridimensionata negli anni ’90 con il compromesso, votato nel 1998: realizzare l’essenziale, vale a dire le gallerie di base, aggiungendo altri crediti per continuare la realizzazione di Ferrovia 2000, la linea ferroviaria trasversale est-ovest dell’altipiano. Il vantaggio è però stato quello di mettere a disposizione un finanziamento dell’ordine di 20 miliardi di franchi, che ha garantito sicurezza progettuale e fatto avanzare AlpTransit quasi nei tempi ipotizzati. Ma perché AlpTransit si ferma a Lugano? Se ci sono stati sin dagli anni ’90 interventi e dichiarazioni del legislativo, non vi è stata una vera pressione sulle stanze dei bottoni, né sul Cantone né a livello federale. Eppure le nuove trasversali ferroviarie sono linee europee su cui Lugano stessa insiste. Oggi bisogna essere attivi nel ritrovare la nuova linea ferroviaria e in particolare la Lugano-Milano, la si potrebbe anticipare realizzandola a tappe e in parte a binario unico, per rispondere anche ai gravi problemi di mobilità regionale e transfrontaliera del Sottoceneri».

Marco Borradori:
«In effetti non si può non concordare sul fatto che il mancato collegamento veloce da Lugano a Chiasso rappresenta un grave problema, tenendo anche conto che la vecchia linea attuale attraversa una zona densamente antropizzata come quella del Mendrisiotto. Ed è vero anche che sono state si realizzate le gallerie di base ma ancora mancano, almeno in molti casi, quelle che vengono definite le linee di accesso. Vorrei però sottolineare con forza che quanto è stato raggiunto e realizzato costituisce un risultato molto positivo, che non era affatto scontato, come ben possono ricordare i protagonisti delle battaglie condotte all’epoca. Vi è stata una azione convinta e decisa che ha visto unite le forze politiche, imprenditoriali e sociali nel sostenere l’assoluta necessità per il Ticino della galleria di base del San Gottardo e poi di quella del Ceneri. Da ultimo, vorrei ancora aggiungere che proprio la galleria di base del Ceneri consentirà di ridurre drasticamente i tempi di percorrenza tra Lugano, Locarno e Bellinzona e permetterà di realizzare un epocale cambiamento di paradigma nella politica dei trasporti del nostro Cantone».

Maurice Campagna:
«Credo che per comprendere appieno i problemi connessi allo sviluppo del traffico ferroviario e all’interconnessione dei collegamenti con i Paesi confinanti sia necessario considerare che la Svizzera è propensa a investimenti ferroviari molto costosi ovviamente per ragioni ambientali (togliere traffico pesante dalle strade) ma anche perché è un Paese di transito, e quindi ha un vantaggio a recuperare parte di questi investimenti ferroviari dai “transitanti”. Secondo gli standard europei un servizio ferroviario è ad alta velocità se la velocità del treno a regime è almeno di 250 km/h. Il tunnel di base del San Gottardo non può dunque essere considerata un'infrastruttura ad alta velocità come quelle realizzate in Italia, Francia, Spagna o Germania. È invece un tunnel che consente velocità maggiori che sulle linee di montagna esistenti e questo è comunque un buon argomento per promuovere questo tipo di infrastrutture, soprattutto in considerazione delle particolari condizioni geomorfologiche del nostro Paese».

Marco Bazzi:

Vorrei chiedervi, da un punto di vista degli utenti, se non è un paradosso che si impieghi 1 ora e un quarto da Lugano a Milano e poi, in poco più di 2 ore e 30 minuti, si copra la tratta Milano-Roma…

Lorenza Bernasconi:
«AlpTransit ha già spostato la percezione delle distanze in ogni cittadino. E da più parti si comincia a misurare gli effetti che Alptransit potrà generare sul Cantone nel corso del prossimo decennio, dal punto di vista della distribuzione della popolazione, della mobilità, della collocazione o dello spostamento di attività industriali e commerciali, nella costruzione e nei prezzi delle abitazioni, senza naturalmente trascurare il turismo che è uno di quei settori che possono immediatamente avvantaggiarsi dei nuovi flussi di viaggiatori…».

Marco Bazzi:

Maggiori spostamenti di persone significano anche maggiori rischi per la sicurezza. Posso chiederle se già oggi siamo preparati ad affrontare tutto questo?

Lorenza Bernasconi:
«Trasferimenti di merci, di persone, di dati…Le trasformazioni in atto nel modo di vivere, lavorare, interagire hanno già da tempo determinato profondi mutamenti nel concetto stesso di sicurezza che non è più limitato al solo controllo come tradizionalmente inteso: oggi si vive una rivoluzione tecnologica nel mondo della sicurezza, quali ad esempio videosorveglianza analitica, intelligence, analisi dei dati, soluzioni tecnologiche ed informatiche che accrescono in modo esponenziale il livello di sicurezza. Le persone devono farsi consapevoli che la sicurezza non è materia esclusiva delle autorità o organizzazioni preposte, ma implica una rivoluzione sociale e una partecipazione individuale che coinvolge tutti, in ogni momento del giorno e della notte».

Filippo Lombardi:
«Vorrei ritornare sul fatto che la Svizzera ha scelto di non costruire collegamenti ferroviari ad alta velocità non perché ci sono le montagne o perché siamo in ritardo rispetto ad altri Paesi. Noi abbiamo consapevolmente deciso di dotarci di linee ad alta capacità perché la conformazione delle nostre valli, spesso strette e tortuose, imponeva di far coesistere in un solo tracciato le esigenze dei viaggiatori che si spostano su lunghe tratte internazionali, di quelli che viaggiano localmente e del trasporto delle merci. Inoltre abbiamo sempre sostenuto la necessità di una valutazione dell’impatto ambientale dei trasporti e gli studi hanno dimostrato che un treno ad alta velocità comporta un consumo molto elevato di energia».

Fabio Capocaccia:
«In Italia è stata fatta negli ultimi due decenni la scelta di investire tutto sull’alta velocità passeggeri trascurando le merci: come risultato oltre l’80% delle merci viaggia su gomma. In Svizzera, viceversa, lungo la direttrice transalpina nord-sud, siamo al 70% circa delle merci su ferrovia. Due situazioni, quindi, diametralmente opposte ed è per questo che guardiamo alla confederazione come un modello da seguire per il traffico merci. Come conseguenza Genova assorbe meno del 2% delle merci svizzere (era il 18% negli anni cinquanta) e questa situazione costituisce un clamoroso atto d’accusa nei confronti delle infrastrutture e del sistema portuale italiano che non è in grado di intercettare tutte le opportunità che si aprirebbero nei confronti di un efficiente sistema europeo di trasporti. Negli ultimi anni, tuttavia, si registra un’inversione di tendenza, a livello politico, con crescente interesse nei confronti del trasporto merci per ferrovia e questo fa ben sperare per il futuro».

Marco Bazzi:

In questo Cantone sembra che tutti vogliano collegamenti ad alta velocità, ma poi chiedono anche che i treni veloci tra Zurigo e Milano facciano anche una fermata sotto casa. Come si conciliano queste diverse esigenze?

Marco Borradori:
«Non voglio certo alimentare polemiche che hanno già avuto una certa eco sulla stampa, ma mi preme sottolineare che le FFS hanno precisato che se vogliamo scendere sotto le tre ore di percorrenza tra Zurigo e Milano sarà necessario che il treno ad alta velocità faccia una sola fermata in Ticino, e che comunque questa scelta riguarda un solo collegamento al giorno. Quella di Lugano è stata definita una scelta naturale, non fosse altro che per il numero di passeggeri che vi transitano, che aumenterà ulteriormente con la prossima messa in funzione del collegamento con Malpensa. Sposterei dunque l’attenzione sull’importanza che anche per il Ticino può avere il fatto che due città come Zurigo e Milano potranno finalmente godere di rapidi collegamenti».

Lorenza Bernasconi:
«Penso che stia al Ticino operare un salto di qualità per promuovere quel riposizionamento che le condizioni economiche e ora anche il rammodernamento del sistema delle comunicazioni impongono. Dobbiamo avere una visione che ci proietti come Cantone in una dimensione internazionale nella quale Zurigo e Milano sono i poli di riferimento dal punto di vista dell’economia, della ricerca, dell’innovazione e delle attività culturali. Non credo sia utopia pensare che tra qualche anno si potrà risiedere in Ticino e lavorare a Zurigo per poi rientrare la sera nel nostro Cantone. Il Ceneri, nonostante i cambiamenti repentini in atto, rappresenta ancora una barriera di carattere psicologico e culturale e come tale deve essere al più presto superata».

Alberto Del Col:
«L’obiettivo delle autorità svizzere resta, come detto, l’inaugurazione e la messa in servizio della galleria di base del Ceneri per il 2020. Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) ha in corso interventi di potenziamento tecnologico e infrastrutturale lungo i tre valichi transfrontalieri di Luino, Chiasso e Domodossola, tra cui adeguamenti per consentire il transito di carichi alti fino a quattro metri, l’adeguamento del modulo dei binari allo standard europeo di 750 metri e l’installazione di tecnologie di ultima generazione per incrementare la capacità di traffico merci e viaggiatori. Con il completamento della prima fase di AlpTransit si potrà ottenere una linea ferroviaria di pianura attraverso le Alpi, in grado di accogliere sul suo percorso treni merci dal peso complessivo di 2000 tonnellate. A lavori completati, la capacità di trasporto di merci della linea sarà notevolmente incrementata permettendo così di rendere ben più attrattivo il trasporto ferroviario dando, nel contempo, un nuovo slancio al processo di trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia».

Remigio Ratti:
«Bisogna mettersi a un tavolo e negoziare tra pubblico e privato progetti di grande respiro, come si fa nella Svizzera tedesca, a Zurigo, ma non solo; queste cose dovrebbero poter capitare, purtroppo in ritardo, anche nel Canton Ticino. Consideriamo l’esempio concreto della zona di Mendrisio. Abbiamo parlato dell’inaugurazione, nel 2018, della linea transfrontaliera Mendrisio-Stabio-Varese fino alla Malpensa, che in realtà è un metro transfrontaliero Como-Chiasso-Mendrisio-Varese. Per andare da Como a Varese tramite questa linea, ogni mezzora, ci vorranno 28 minuti, e si prosegue, con un’altra mezzora, fino all’aeroporto intercontinentale di Malpensa. Questo metro transfrontaliero è un altro elemento complementare ad AlpTransit che stiamo verosimilmente sottovalutando (come quello della galleria di base del Ceneri, percepito solo ora) per mancanza di una visione adeguata delle potenzialità di questa area policentrica. C’è uno spazio enorme, malgrado le apparenze, per fare con razionalità tante cose, anche in Italia. Dall’altra parte della frontiera, mettendosi d’accordo su uno sviluppo territoriale veramente transfrontaliero, ci possono essere interessi ticinesi e varesini e comaschi da soddisfare in una strategia di complementarietà di interessi. Non vogliamo i frontalieri per il travaso di attività in trasferimento dall’Italia al Ticino oppure consideriamo che lo sviluppo economico ticinese sia troppo dipendente dagli effetti della frontiera? Facciamolo allora questo discorso sul concetto di città policentrica che la ferrovia regionale TiLo transfrontaliera rende possibile».

Maurice Campagna:
«Teniamo conto del fatto che nel 2020 aprirà la galleria di base del Ceneri e da Lugano si raggiungerà in 12 minuti Bellinzona, e in poco più Locarno. Sarà uno stravolgimento per il turismo, che porterà molti svizzeri-tedeschi a Lugano e a Bellinzona, così come nel Locarnese, attratti da un paesaggio quasi mediterraneo. E lo sarà anche per la distribuzione degli stessi abitanti del Ticino con un significativo impatto dal punto di vista dei prezzi immobiliari. I piani regolatori comunali dovranno affrontare un tema difficile come quello del nuovo assetto territoriale del Ticino. Si prospetta una grande sfida, con enormi interessi in gioco».
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Hanno partecipato all’inchiesta:
Christian Vitta (C.V.) Consigliere di Stato e Direttore Dipartimento delle Finanze e dell’economia
Veronica Lange (V.L.) Global Head of Innovation at UBS Chief Technology Office
Adam Stanford (A.S.) Partner e Leader Strategy & Operations di Deloitte
Alessandro Castagnola (A.C.) Product Manager SaaS Avaloq Group

Perché a suo giudizio le tendenze internazionali che influenzano lo scenario futuro, con una particolare attenzione rivolta alle nuove tecnologie finanziarie, il cosiddetto ambito Fintech, avranno un’importanza sempre più importante anche per la piazza finanziaria ticinese?

C.V.: «Il fenomeno della digitalizzazione porta con sé molte opportunità, ma anche la necessità di attuare rapide trasformazioni nei diversi settori economici. Anche la piazza finanziaria è toccata da questo fenomeno che, soprattutto nel nostro Cantone, va a sommarsi alla delicata fase di riorientamento in corso. In questo contesto, l’emergente ambito del Fintech potrà quindi portare alla creazione di nuove opportunità di lavoro e di sviluppo tecnologico. È però necessario uno sguardo prospettico e strategico, che ha costituito la tela di fondo del “Tavolo di lavoro sull’economia ticinese”, il cui approccio di condivisione ha permesso di identificare chiaramente proprio nel Fintech un tassello chiave per un “Ticino competitivo”. Il recente insediamento annunciato da UBS, legato allo sviluppo di un centro di competenza nell’ambito dell’intelligenza artificiale con la possibilità di creare un centinaio di nuovi posti di lavoro, testimonia come il Ticino si stia profilando come una regione attrattiva e dal concreto potenziale per lo sviluppo di attività Fintech. Nel caso specifico, è stata determinante la presenza dell’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale (IDSIA) di USI e SUPSI, uno dei dieci migliori istituti al mondo in questo settore. Questo conferma come oggi la competitività di una regione sia determinata anche dalle competenze e dalla possibilità di una proficua messa in rete tra aziende e centri di ricerca».

V.L.: «Sin dalla sua creazione qualche anno fa, l’attività Fintech a livello internazionale ha subito una significativa evoluzione. In questo senso, stiamo assistendo a una serie di nuovi trends che stanno cambiando il paradigma di come vengono erogati i servizi finanziari ai clienti. In un mondo globalizzato trends come questi hanno un impatto sui paesi sviluppati e non solo. Questo significa opportunità promettenti anche per il Ticino: la Svizzera è più volte rientrata nelle prime posizioni quale miglior paese in fatto innovazione, e questo grazie a tutte le sue regioni che danno un prezioso contributo nel miglioramento dei servizi finanziari».

A.S.: «La piazza finanziaria ticinese è integrata a pieno titolo in quella internazionale. Per questo, se le nostre banche vorranno essere competitive sulla piazza – intesa non solo locale ma anche e soprattutto internazionale - dovranno rimanere al passo con le aspettative in continua fase di evoluzione della loro clientela. Non trascuriamo, poi, l’impatto positivo che queste tecnologie possono avere anche per i dipendenti delle banche, dando accesso a soluzioni che permettono di meglio servire la clientela esistente e attirane di nuova più facilmente. Anche nel nostro Cantone ci troviamo confrontati con un notevole impatto delle normative, una crescente lotta per assicurarsi i migliori collaboratori e un ambiente competitivo che richiede alle banche di essere sempre presenti con i migliori prodotti e servizi per la loro clientela».

A.C.: «La piazza ticinese vanta decenni di esperienza nella gestione patrimoniale e rappresenta un mercato finanziario importante in termini di risorse specializzate e clientela. Al contempo, la caduta del segreto bancario sta portando le istituzioni finanziarie svizzere a rivedere il proprio modello di business. Il settore Fintech e l’innovazione tecnologica in generale, sono risorse chiave per poter fornire nuovi servizi finanziari alla clientela, al contempo, rappresentano ambiti di business ad alto valore aggiunto, destinati a crescere nel prossimo futuro in termini di occupazione e profitti. Al riguardo, ritengo che il Ticino sia un perfetto candidato a diventare un polo Fintech importante: essendo geograficamente vicino a due piazze fortemente innovative in ambito Fintech, quali Zurigo e Milano, garantendo la ben nota efficienza Svizzera in termini di stabilità politica, burocrazia e fiscalità ed essendo un territorio meraviglioso che garantisce un’alta qualità della vita. Sono personalmente un residente ticinese e sono entusiasta di vivere in Ticino. Mi sento responsabile di contribuire alla crescita del Ticino e, in particolare, del settore Fintech nella regione. Avaloq continua ad investire nella nostra sede di Bioggio ed un nuovo edificio è in fase di costruzione. Per Avaloq, quindi, il Ticino è già visto come un promettente polo Fintech».

Quali sono a suo giudizio le aree del Fintech che nei prossimi anni potrebbero essere più suscettibili di sviluppo?

C.V.: «Affinché le opportunità offerte dalla digitalizzazione possano essere sfruttate a beneficio della nostra economia, occorrono innanzitutto analisi e conoscenza del fenomeno. Con questo spirito è stato commissionato uno studio al Centro di Studi Bancari, con l’intento di investigare opportunità ed evoluzione del Fintech per il Ticino. Lo studio sarà presentato e discusso il prossimo 20 marzo in occasione del Lugano Banking Day, evento internazionale co-organizzato da DFE e ABT, che permetterà di dialogare con senso critico sui temi legati al Fintech, grazie alla partecipazione di esperti internazionali del settore. L’evento permetterà di evidenziare i settori più promettenti, con le relative opportunità, i rischi e le necessità d’intervento. Accanto all’intelligenza artificiale, citata poc’anzi, è molto importante coltivare conoscenza e competenze per favorire lo sviluppo di applicazioni legate alla tecnologia della “blockchain”. Proprio con questo obiettivo ho il piacere di rappresentare il Ticino all’interno della “Taskforce Blockchain”, che è stata recentemente costituita a livello svizzero e che raggruppa diversi attori a livello politico, economico e accademico».

V.L.: «Ci sono diversi elementi, tra i quali molti generati dal Fintech, che influenzano l’ambiente: l’intelligenza artificiale sta diventando uno spazio di competizione dove la “Machine Learning” è fondamentale per i servizi finanziari cognitivi. La tecnologia Blockchain potrebbe diventare la soluzione naturale a sostegno delle piattaforme di servizi, in grado di gestire pagamenti e assets. I mercati orientati alla grande massa (cosiddetti Crowd-based marketplace) e le società API (Application Programming Interface) stanno disgregando la tradizionale value proposition del sistema bancario. Automazione, modularizzazione e ottimizzazione degli algoritmi danno vita ad una competizione in termini di costi ad ampio raggio nell’industria, mentre allo stesso tempo la tecnologia porta ad una maggiore efficienza di tutti i processi legati alla clientela. Sicurezza dell’identità digitale e privacy diventeranno dei prodotti veri e propri e faranno parte della value proposition. La consulenza finanziaria sta diventando sempre più sofisticata e la competizione è spinta dalle sempre maggiori esigenze della clientela. Infine, non meno importante, le nuove asset classes e l’intelligenza artificiale danno spazio ha nuove opportunità di business. Tutte queste nuove aree, insieme, cambieranno il mondo della finanza come lo conosciamo oggi».

A.S.: «Due aree che saranno di indiscusso interesse in relazione al Fintech saranno da un lato l’area che si occupa del regulatory (Regtech), dall’altro quella che facilita la proposta di nuovi prodotti e/o servizi alla clientela da parte delle banche. Questo non significa comunque sottovalutare altre aree come la raccolta e l’analisi di dati, tool a supporto di chi serve la clientela e del management delle banche».

A.C.: «Siamo nell’era del consumatore, il consumatore è il re, vincono le aziende in grado di fornire un’eccezionale esperienza al cliente. In questo contesto ritengo che le nuove regolamentazioni volte a fornire accesso ai dati finanziari dei clienti, come PSD2, porteranno alla nascita di nuovi servizi finanziari che consentiranno di offrire al cliente, attraverso l’analisi delle sue spese, proposte di alternative più convenienti ed efficienti, per esempio, rispetto alla scelta delle assicurazioni o all’ottimizzazione di spese immobiliari quali mutui o affitti. Questi servizi trasformeranno drasticamente il settore bancario retail ma anche i servizi al contorno. Tradizionali servizi finanziari, quali pagamenti, mutui, investimenti in borsa diventeranno sempre più efficienti e convenienti per i clienti grazie a tecnologie, come la blockchain, che renderanno non necessarie attività di riconciliazione di terze parti. I servizi di gestione patrimoniale si fonderanno sempre su un rapporto di fiducia tra gestore e cliente, ma la comunicazione diverrà sempre più virtuale e supportata da soluzioni digitali, consentendo, per esempio, di mostrare una proposta di investimento in video conference attraverso uno schermo condiviso, abilitando il cliente a modificarla da solo, fornendo la sua accettazione tramite un semplice click sullo schermo, valido come firma digitale. Inoltre i gestori si baseranno sempre maggiormente su suggerimenti forniti da soluzioni di robo advisory e, al contempo, clienti, che preferiscono investire autonomamente, potranno scegliere di sottoscrivere servizi di robo advisory loro stessi, includendo piattaforme che metteranno in competizione portafogli proposti da differenti robo advisors. Tutte queste soluzioni tecnologiche verranno sempre più fornite in modalità SaaS (software-as-a-service), la quale garantisce maggior velocità e minor costi di gestione nella realizzazione e nella manutenzione delle stesse. Avaloq è all’avanguardia al riguardo e fonda la sua strategia nel fornire prodotti SaaS alle istituzioni finanziarie e alle stesse Fintech».

Una previsione che accompagna il Fintech è quella legata della crescita dell’occupazione. Quali riflessi ritiene che si potranno registrare sul mercato del lavoro in Ticino?

C.V.: «Il dibattito sulle conseguenze occupazionali della digitalizzazione è di grande attualità. Si tratta di un tema delicato. Oggi vi sono solo delle ipotesi su quelli che possono essere gli effetti sul mercato del lavoro. È necessario affrontare questo tema in maniera razionale, sviluppando un dialogo tra i vari attori con l’obiettivo di massimizzare i benefici e minimizzare i rischi. La recente decisione di UBS rappresenta un primo incoraggiante passo in questa direzione, dato che simili insediamenti generano per il nostro Cantone interessanti ricadute in termini di occupazione di qualità, sviluppo tecnologico e crescita economica».

V.L.: «Il Ticino ha una lunga tradizione quale centro finanziario. Con l’arrivo della Fintech la regione ha fatto grandi progressi posizionandosi come un’importante parte di questo ecosistema. Lo sviluppo è ancor più stimolato dai recenti sforzi che la FINMA sta facendo alfine di ridurre gli ostacoli regolatori per le aziende che operano nel settore, in particolare esentando alcune piccole aziende dai carichi operativi che imporrebbe una licenza bancaria completa. UBS è molto attiva nella collaborazione con aziende Fintech fornendo servizi ancora più veloci e migliori per la clientela retail e aziendale. Inoltre, sta anche investendo nella regione Ticino grazie al terzo UBS Business Solution Center che aprirà a Manno-Suglio a fine anno e grazie al quale espanderà ulteriormente le proprie competenze nell’ambito dell’intelligenza artificiale, analisi e innovazione. Questo dimostra l’impegno di UBS nel creare nuovi posti di lavoro altamente qualificati nella regione, promuovendo nuove opportunità di collaborazione locali. A tale proposito, la sede di Manno-Suglio è ideale grazie alla vicinanza con l’Università della Svizzera Italiana e all’istituto per l’intelligenza artificiale Dalle Molle».

A.S.: «Il Fintech, come, del resto, tutte le altre aree vicine al concetto di Industria 4.0, avrà un impatto sul mercato del lavoro. Da un lato vi sarà la necessità di riqualificare chi si occupa di professionalità che potranno essere facilmente automatizzate. Dall’altro di formare professionisti che si occupino di sviluppare, implementare e manutenere queste nuove tecnologie. Si dice che per ogni nuovo posto di lavoro in ambito tecnologico, vengano creati fino a 5 altri posti di lavoro nell’economia circostante. Si capisce bene quanto in questo quadro vi siano delle prospettive positive per il mercato del lavoro in Ticino, a patto che tutti gli attori del nostro cantone approccino questo tema come una grande opportunità per sviluppare nuove imprese, fortemente connesse col resto del territorio svizzero ed internazionale, e non certo come una minaccia».

A.C.: «Come accennavo precedentemente, sono convinto che il Ticino abbia una grande opportunità di fronte a sé. Istituzioni politiche, accademiche, aziende e imprenditori locali dovranno aumentare le sinergie per favorire la crescita del fintech nella regione, poiché’ questo settore sposa perfettamente la storia finanziaria e le qualità del Ticino e potrebbe portare una ricaduta estremamente positiva nella crescita dell’occupazione di personale altamente qualificato. Avaloq è anche qui avanti, avendo più di 800 dipendenti in Ticino e l’intenzione di far crescere questo polo ancor maggiormente, attirando talenti e risorse qualificate sia localmente che all’estero. Ma Avaloq da sola non basta, la creazione di un polo fintech richiede la fioritura di un ecosistema di aziende che operino nel settore e che creino competizione e opportunità locali nell’attirare investitori, talenti e esperti, su cui, in ultima istanza, si fonda il successo di una Fintech.

Uno dei problemi aperti riguarda la formazione di personale. Quali iniziative in merito intendete promuovere?

C.V.: «In questo periodo di trasformazione digitale la formazione è un tema centrale, al quale occorre prestare molta attenzione. Non a caso, ricordo ad esempio che, nell’ambito della politica economica regionale, una delle priorità per il quadriennio 2016-2019 prevede proprio la possibilità di sostenere specifiche iniziative volte alla formazione della manodopera, in collaborazione con associazioni e attori sul territorio. Inoltre, alcune misure concrete emerse dal “Tavolo di lavoro sull’economia ticinese” sono proprio incentrate sulla formazione orientata alle nuove tecnologie».

V.L.: «Per quanto riguarda la formazione del personale UBS sta preparando i nuovi leaders grazie ad un approccio maggiormente inclusivo con particolare focus all’abilitazione delle persone, creando una cultura di rischio calcolato grazie alla quale potrà innovarsi. Oltre a ciò, sta focalizzando i propri sforzi anche sui comportamenti e sullo sviluppo delle capacità individuali».

A.S.: «La missione di Deloitte in Svizzera è lasciare un segno importante anche nella società, supportando le imprese nell’affrontare e risolvere sfide complesse. Siamo impegnati a produrre studi di settore e su tematiche d’attualità, incluso sul Fintech. Diverse e svariate, inoltre, le attività di formazione rivolte a management e dipendenti delle maggiori banche. Tra queste ricordiamo gli osservatori tecnologici, tavole rotonde in ambito Fintech, la monitorizzazione del mercato delle Fintech e le startup. Da un punto di vista strettamente professionale, nelle nostre attività di Advisory con istituti finanziari in Ticino come nel resto del mondo, abbiamo un approccio rivolto all’accompagnamento nella scelta di nuove tecnologie compatibilmente con la realtà aziendale in questione e il suo eco-sistema. Una volta individuate, lavoriamo fianco a fianco con il personale nella formazione e nell’implementazione delle stesse».

A.C.: «Il successo di un’azienda è strettamente legato alla capacità, alle motivazioni e alla cultura dei suoi dipendenti. È fondamentale che ogni area aziendale possa essere sempre aggiornata rispetto a nuove tecnologie e metodologie rilevanti per la sua area di competenza. Relativamente alle nuove tecnologie, l’ideale è iniziare l’apprendimento attraverso corsi specifici che forniscano le basi per poter poi migliorarsi con la pratica. Avaloq, per esempio ha la sua Training Accademy che fornisce corsi specialistici ai suoi dipendenti ma anche a studenti e/o lavoratori esterni che abbiano interesse o necessità di utilizzare i nostri prodotti. Oltre alle tecnologie, è importante essere aggiornati rispetto a metodologie di lavoro, al riguardo, un’area oggi molto cambiata, è la gestione dello sviluppo di un prodotto che, spesso, segue metodologie denominate “agile”, le quali prevedono brevi cicli evolutivi che favoriscono la sperimentazione e l’interazione con l’utente finale del prodotto rispetto alla pianificazione, anche in questo ambito ci sono corsi specifici e certificazioni che possono aiutare ad iniziare col piede giusto. Corsi possono aiutare anche a migliorare i cosiddetti “soft skills”, quali spirito di squadra, empatia, problem solving e leadership, abilità che spesso sono ritenute anche più importanti rispetto alle competenze accademiche, essendo alla base della costruzione di un ambiente di lavoro stimolante ed efficiente. Tuttavia la migliore esperienza è la pratica, il cosiddetto “training on the job” rimane lo strumento chiave per accrescere la propria esperienza in ogni ambito. In questo contesto, le aziende devono promuovere la mobilità interna dei propri dipendenti, consentendo di poter diversificare le loro esperienze professionali attraverso l’osservazione, da differenti punti di vista, della catena del valore di un prodotto. Avaloq in Ticino, da più di due anni, offre un programma specifico a neo-laureati che prevede un loro coinvolgimento per 18 mesi in differenti team aziendali, l’obiettivo è dare l’opportunità di partecipare alle sfide che le varie divisioni aziendali affrontano, di acquisire una ricca varietà di conoscenze di base e di consolidare un network di relazioni professionali che possa accelerare la loro crescita nel ruolo che ricopriranno alla fine del programma. Infine, voglio menzionare ancora una volta l’importanza di avere un ricco ecosistema di aziende e imprenditori, poiché l’esperienza lavorativa si accresce in maniera direttamente proporzionale alle opportunità che un territorio mette a disposizione ai suoi lavoratori, beneficiando da un ambiente che fornisca opportunità di diversificare le proprie esperienze sia all’interno della stessa azienda sia attraverso cambi di azienda».
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Mercoledì, 30 Maggio 2018 12:42

C’è un allarme in Ticino?

Alcuni recenti gravi episodi, ampiamente ripresi dalla stampa e commentati con toni allarmati da esponenti politici, hanno evidenziato l’attualità di un problema da sempre particolarmente avvertito da parte della popolazione ticinese: quello della sicurezza, reale e percepita. Il Ticino non sta vivendo un’emergenza criminalità come talune regioni italiane di confine o come alcuni altri Cantoni di frontiera, anzi, le statistiche della polizia indicano tendenzialmente negli ultimi anni una diminuzione dei reati. E ciò grazie anche ad un’efficace presenza sul territorio delle forze dell’ordine, ad un più efficace controllo sociale e a nuovi dispostivi tecnologici che aumentano la capacità di prevenire i reati o individuarne gli autori, con un evidente effetto deterrente. Ciò non toglie però che esiste un legittimo allarme e a volte un clima di vera e propria paura della popolazione, in alcune zone, per i furti negli appartamenti. Un reato tanto più allarmante e preoccupante perché viola l’intimità familiare con un effetto moltiplicatore nella percezione di una generale insicurezza. Quindi, questo allarme e questa paura non vanno sottovalutati, tanto più che oggi in tutta Europa esiste, un’emergenza criminale a più livelli. Molti Paesi sono infatti confrontati con le infiltrazioni delle grandi organizzazioni criminali, dalla mafia alla ‘ndrangheta che allungano i loro tentacoli nelle attività economiche, grazie all’enorme disponibilità di capitali liquidi di illecita provenienza. Questo è un primo ed elevato livello criminale di cui già in Ticino e in Svizzera si sono avuti chiari ed inequivocabili segnali. C’è poi un secondo livello, che è quello che più preoccupa i cittadini. Un livello questo che si articola su due fronti: bande internazionali di rapinatori assai mobili che si muovono agevolmente tra un Paese e l’altro, ed anche in Svizzera come hanno dimostrato alcune rapine in Ticino; bande di ladruncoli e piccoli rapinatori, che si muovono a cavallo delle frontiere, a cui va ricondotta gran parte dei furti negli appartamenti. La combinazione di due attività, oltre a rappresentare un rischio reale nel Cantone, manda in corto circuito la percezione della sicurezza nella popolazione.



Hanno partecipato all’incontro:
Norman Gobbi
Consigliere di Stato, Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Dounia Rezzonico
Procuratore pubblico federale

Michele Bertini
Vicesindaco Città di Lugano

Stefano Piazza
Presidente Associazione Amici forze di polizia, società civile

Marco Bazzi
Moderatore e Direttore di Liberatv.ch.

L’incontro si è tenuto il 18 gennaio 2018 presso il Teatro per eventi Metamorphosis, Palazzo Mentegazza, Lugano Paradiso.



Marco Bazzi:

Vorrei iniziare approfittando della presenza del Consigliere di Stato Norman Gobbi per chiedergli, se possibile, di fornirci un quadro dell’andamento dei reati e dello stato della sicurezza oggi in Ticino.


Norman Gobbi:
«Partirei subito dalla considerazione che sicurezza reale e sicurezza percepita da parte dei cittadini sono due cose ben distinte che talvolta possono anche apparire in contrasto. I dati statistici confermano che la situazione è nettamente migliorata nel corso degli ultimi anni. Se prendiamo in considerazione per esempio i furti vediamo che la media degli ultimi dieci anni era di 446 crimini ogni anno, ma che questo valore è sceso a 285 episodi nel corso degli ultimi 12 mesi. Se prendiamo in considerazione gli ultimi cinque anni vediamo ugualmente che la media scende tra il settembre 2012 e l’agosto 2017 sempre da 397 a 285 casi. Anche gli arresti scendono da 1203 nel 2014 a 913 nel 2017 e se scomponiamo questo dato per reparto vediamo che il Mendrisiotto è la regione dove avviene il maggior numero di arresti che poi scendono man mano che si procede verso l’interno del Ticino, a conferma dell’azione di controllo e repressione che viene esercitata in prossimità delle frontiere. E analoghe considerazioni valgono per le rapine, dove i dati riguardanti il Luganese sono in discesa. Questa situazione à dunque l’esito delle misure intraprese negli ultimi anni: l’adeguamento degli effettivi, soprattutto per la Polizia cantonale e le comunali; la regionalizzazione delle gendarmerie, con una maggiore presenza delle forze sul territorio; la collaborazione tra i diversi partner preposti alla sicurezza (Polizia cantonale, Polizie comunali, Corpo delle Guardie di Confine; la chiusura notturna dei valichi, che ha determinato un maggior senso di sicurezza per gli abitanti delle zone di confine e la possibilità per la Polizia di dedicarsi maggiormente al controllo delle zone più sensibili».

Marco Bazzi:

Qual è lo stato del Ticino per quanto riguarda le infiltrazioni della grande criminalità e cosa si sta facendo per combatterla?


Dounia Rezzonico:
«Bisogna restare sempre vigili. Le organizzazioni criminali in Svizzera non sono ancora presenti in modo sistematico o sistemico, ma le condizioni di benessere economico che contraddistinguono il nostro Paese esercitano una notevole forza attrattiva nei confronti della criminalità organizzata nazionale e soprattutto internazionale. I casi aperti riguardano soprattutto il riciclaggio di denaro sporco. E, se il fenomeno delle organizzazioni malavitose in Italia si spinge sempre più a Nord, dobbiamo ricordarci che a Nord dell'Italia c'è la Svizzera, e particolarmente il Ticino. Proprio per questo bisogno sempre restare vigili».

Marco Bazzi:

Anche il terrorismo internazionale costituisce una minaccia di cui occorre tenere conto…


Dounia Rezzonico:
«Per combattere la minaccia terroristica occorre dialogare e collaborare tra tutte le forze di polizia (cantonali e federali), anche perché l’evoluzione di questa minaccia potrebbe arrecare problemi anche al Ticino».

Stefano Piazza:
«A proposito di terrorismo internazionale, ho già avuto modo di scrivere che se prima o poi un governo di coalizione potrebbe nascere in Germania, nel paese si fanno conti con gli errori del passato in materia di sicurezza nazionale: islam radicale, criminalità organizzata e le pesanti interferenze da parte della Turchia. Il numero di coloro sospettati di terrorismo nel 2017 ha visto una crescita di ben cinque volte rispetto al 2016. A tal proposito sono stati aperti 1.200 nuovi dossier, 1.000 a carico di soggetti gravitanti nella galassia islamica. Mentre la Germania negli ultimi decenni si è voltata dall’altra parte pensando solo a rendere più forte la propria economia, una mafia dalle origini agro-pastorali si è fatta largo nel Paese fino a comandare. L’organizzazione criminale che per prima ha saputo cogliere le mille opportunità che offre la Germania è la ’ndrangheta calabrese che si sta comprando tutto: ristoranti, alberghi, hotel, pizzerie da Eifurt a Essen, da Monaco, Stoccarda, Bochum a Duisburg (dove avvenne la strage del 2007) e ogni attività florida o in crisi che possa servire a riciclare i proventi del traffico di cocaina, di cui l’organizzazione è leader. Ci sono inoltre le pesanti intromissioni dei servizi segreti turchi MIT, alla continua ricerca di dissidenti/oppositori presunti o veri del Sultano di Ankara. Gli uomini di Erdogan si sentono talmente sicuri in Germania che hanno alzato pesantemente il livello dello scontro».

Marco Bazzi:

Mettendosi tuttavia dal punto di vista del cittadino, quelle che fanno più paura e generano una condizione di insicurezza sono le attività di una microcriminalità locale…


Michele Bertini:
«Indubbiamente recenti episodi come l’accoltellamento fuori dal Quartiere Maghetti di Lugano hanno creato non poco sconcerto nella popolazione e imposto la necessità di una risposta trasversale che sappia affrontare e risolvere il problema in modo sistemico. In altre parole, occorre riuscire a contrastare in modo efficace un fenomeno contro cui finora gli strumenti a disposizione si sono rivelati poco incisivi. Bisogna intervenire non solo sotto un profilo repressivo (aumentando controlli di Polizia e i pattugliamenti in Città, come deciso di recente dal Municipio) ma anche sotto un profilo giudiziario costituendo un tavolo di lavoro trasversale fra Polizia, autorità e Magistratura che sappia elaborare proposte concrete a livello comunale e cantonale. L’obiettivo, è duplice: da un lato agire a livello “regionale” affrontando il tema delle pene giudiziarie e della sicurezza, avanzando anche proposte concrete; dall'altro, invece, fare pressione a livello federale affinché anche a Berna venga posto il problema. Un altro aspetto solo apparentemente meno importante ma che invece mi preme sottolineare riguarda la qualità ambientale delle nostre città. Interventi relativi all’illuminazione, all’arredo, alla pulizia delle piazze e delle strade diventano fondamentali per contrastare quella percezione di insicurezza e di abbandono da parte delle istituzioni che tanto influiscono sullo stato d’animo degli abitanti di Lugano».

Marco Bazzi:

Tornando ancora sul problema della criminalità di matrice economica, la Svizzera è a rischio di infiltrazioni da parte di organizzazioni che possono finanziare il terrorismo internazionale?


Dounia Rezzonico:
«La Svizzera, con il suo stato di diritto che funziona bene, con la sua importante piazza finanziaria, con le sue buone infrastrutture e un tessuto economico sano, rappresenta un obiettivo interessante per la criminalità organizzata. Se questi fattori sono da un lato un punto di forza della Confederazione, essi rappresentano anche il ventre debole dove appunto le organizzazioni criminali possono fare breccia».

Stefano Piazza:
«Abbiamo visto i rischi che corre un Paese come la vicina Germania che pure ha sempre fatto della sicurezza uno dei suoi motivi di vanto. Per quanto riguarda specificatamente la Svizzera, la difesa della Porta Sud del Paese è indispensabile se vogliamo continuare a garantire la sicurezza dei ticinesi. Oggi l’Europa è confrontata con l’emergenza migranti per la quale dobbiamo essere sempre pronti a intervenire, data anche la passività di alcuni Stati europei nella gestione di questa emergenza, per evitare che alcune persone approfittino della situazione per entrare a delinquere nel Paese. Teniamo presente il fatto che la Svizzera costituisce una sorta di hub ideale per tessere una rete di contatti, costruire alleanze, scambiarsi materiale di indottrinamento. In questa prospettiva il Piano Nazionale Antiradicalizzazione può essere un primo passo, ma occorre fare molto di più come alcuni Cantoni hanno già dimostrato, e tra questi anche il Ticino».

Dounia Rezzonico:
«La natura del fenomeno criminale con cui si è confrontati implica la necessità di una maggiore collaborazione delle forze di polizia su scala internazionale. Uso di banche dati, collaborazione investigativa, scambio costante d’informazioni, e un sistema tempestivo nella segnalazione di possibili pericoli. Non dimentichiamo poi il fatto che il nostro sistema giuridico, liberale e garantista, se da un lato ha favorito la crescita del benessere e lo sviluppo della piazza economica e finanziaria, dall’altro ha attirato le attenzioni della criminalità organizzata che dispone di una grande liquidità da reinvestire in attività legali. Il diritto federale in materia di obbligazioni e costituzione di società, oppure le procedure in ambito di esecuzioni di fallimenti sono strumenti utilissimi in una economia e in una società “sane”, ma spesso consentono anche spazi di manovra per attività illegali che non sempre è facile scoprire e reprimere».

Michele Bertini:
«Il modello operativo congiunto tra polizia comunale, cantonale e guardie di confine per prevenire e combattere soprattutto i furti negli appartamenti, ha dato buoni risultati. Si tratta di un modello che potrebbe essere applicato con altrettanta efficacia anche in altri ambiti della sicurezza. E, ancora, gli sviluppi della tecnologia permettono oggi una più efficace difesa della sicurezza sia a livello di privati cittadini che di sicurezza pubblica. Per la sicurezza pubblica, in particolare, bisogna orientarsi passando dai sistemi di prevenzione-dissuasione passivi a quelli attivi. Importante non dimenticare che queste nuove risorse tecnologiche, dalla videosorveglianza ad altri sofisticati strumenti elettronici devono essere integrati in una ragionata rete di sicurezza di cui vengano preliminarmente definiti scopi generali, obiettivi specifici e le modalità di gestione da parte di personale appositamente formato. Vorrei soffermarmi ancora un momento sull’importanza dell’utilizzo delle banche dati, cosa che a livello comunale abbiamo fatto per esempio per quanto riguarda gli abitanti e l’utilizzo degli alloggi. Questi strumenti, se costantemente aggiornati, possono dare un’importante fotografia della popolazione di una città, dei suoi movimenti, e del generarsi di situazioni potenzialmente a rischio. Infine, è necessaria la consapevolezza dei politici e della società civile che la sicurezza è anche una fondamentale risorsa dell’attrattività del Ticino. Nonostante gli allarmi degli ultimi tempi, il livello generale di sicurezza e tranquillità di cui oggi beneficia il Cantone non ha eguali nei Paesi a vicini. Quindi va incentivato uno sforzo comune, mediante campagne mirate ma non allarmistiche e ciò per salvaguardare questa sicurezza e per un sostegno ancora maggiore alla polizia».

Norman Gobbi:
«Nell’ambito della sicurezza non ci si può mai dire completamente soddisfatti. Come ripeto di frequente, la sicurezza è un “bene primario” che occorre garantire ogni giorno a tutti i cittadini. Per questo motivo non bisogna mai abbassare la guardia e continuare a impegnarsi per accrescere sia la sicurezza oggettiva che quella percepita dalla popolazione. Certamente sono stati compiuti dei passi in avanti, ma la strada è lunga e ci sono ancora molti obiettivi importanti da raggiungere. Con il mio Dipartimento ho innanzitutto voluto rafforzare la Polizia cantonale, sia dal profilo del numero degli agenti che da quello degli strumenti a disposizione. Nel contempo, è stata attuata la regionalizzazione della Gendarmeria, che ha riportato gli agenti maggiormente sul terreno, cosa che ritengo fondamentale per accrescere la sicurezza nel nostro Cantone. Non da ultimo, è stata migliorata la collaborazione e il coordinamento con le Polizie comunali, così come con le Guardie di confine, necessari per intervenire in maniera efficace sul nostro territorio. Dopo che certi problemi inerenti la sicurezza hanno cominciato a colpire anche altri Cantoni, la Confederazione ha dovuto aprire gli occhi su un fenomeno che è reale e che può avere delle ripercussioni negative sulla Svizzera. Spero che a Berna si siano finalmente resi conto della portata del problema, specialmente per i Cantoni di frontiera come il Ticino che spesso sperimenta – e porta anche soluzioni - prima del resto del Paese fenomeni come quelli criminali».
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