Ticino Welcome

Ticino Welcome

Ticino for Finance, l’associazione per la promozione della piazza finanziaria, segue da vicino le tendenze internazionali che ne influenzano lo scenario futuro, con una particolare attenzione rivolta alle nuove tecnologie finanziarie, il cosiddetto ambito FinTech. Si tratta di un trend ampio e diversificato che interessa più attori a livello globale: banche ed altri intermediari finanziari che si stanno impegnando nello studio e nell’adozione delle nuove tecnologie e delle relative procedure operative nella ricerca, nella gestione patrimoniale, nelle funzioni di reporting e di comunicazione. Una realtà già ben presente anche in Ticino. Il settore interessa i clienti che, attraverso nuovi media ed applicazioni ad hoc, interagiscono con i soggetti finanziari ed accedono ad una gamma sempre più ampia di servizi e di prodotti, in modo rapido e flessibile. Infine le aziende, spesso start-up ad alto contenuto di creatività ed innovazione, che realizzano software, piattaforme e soluzioni innovative specificatamente rivolte a questo settore in rapida e costante evoluzione. Il Ticino si sta già imponendo come un importante centro in ambiti FinTech particolarmente rilevanti ed attuali, ad iniziare da Blockchain, la sua principale piattaforma operativa globale, e le cryptovalute, balzate agli onori delle cronache con frequenza pressoché quotidiana. Crescono le aziende del settore che si insediano nel Cantone, beneficiando del quadro normativo favorevole, degli incentivi fiscali, del multilinguismo, della tradizione per innovazione e ricerca, oltre che per la sinergia con importanti istituzioni scientifiche e, non da ultimo, per la qualità di vita che contraddistingue la regione. FinTech riveste quindi un ruolo strategico anche per la piazza finanziaria ticinese, nella sua attuale fase di evoluzione e di riposizionamento attraverso nuovi sbocchi operativi e nuove sinergie. A tale scopo Ticino for Finance vuole sostenere e coordinare tutte le attività legate a FinTech attraverso varie iniziative, tra cui questo studio di approfondimento curato dal Centro di Studi Bancari, che attraverso un sondaggio indirizzato ad un elenco di aziende attive sul territorio ha inteso individuare i progetti e le iniziative in corso, mappare l’attuale offerta di servizi digitali in ambito finanziario e indicare le aree di potenziale sviluppo di questo mercato a livello cantonale. Ticino for Finance è l’Associazione per la promozione della piazza finanziaria ticinese costituita nel 2009 volta a favorire l’insediamento di attività finanziarie ad alto valore aggiunto in Canton Ticino. Nata su iniziativa del Dipartimento delle finanze e dell’economia del Canton Ticino e dell’Associazione Bancaria Ticinese, l’associazione raggruppa altri partner istituzionali pubblici e privati quali le Città di Bellinzona, Chiasso, Locarno e Lugano, l’Associazione svizzera dei gestori patrimoniali (ASG), la Camera di commercio e l’Ordine degli avvocati del Cantone Ticino

Hanno partecipato all’inchiesta:
Philipp De Angelis (P.D.A.) e-foresight, Gruppo Swisscom
Lars Schlichting (L.S.) Partner KPMG SA
Alessandro Castagnola Product Manager SaaS, Avaloq Group

Perché a suo giudizio le tendenze internazionali che influenzano lo scenario futuro, con una particolare attenzione rivolta alle nuove tecnologie finanziarie, il cosiddetto ambito FinTech, avranno un’importanza sempre più importante anche per la piazza finanziaria ticinese?



P.D.A.: «La Svizzera ed il Ticino non sono un'isola, saranno quindi senza ombra di dubbio impattati dalle tendenze internazionali. Direi, inoltre, che occorre cogliere l'opportunità di essere all'avanguardia in determinati sviluppi, senza dimenticare che la Svizzera è già uno degli attori principali in ambito FinTech. Ci sono sicuramente le condizioni per essere innovativi anche in Ticino, visto il quadro regolamentare svizzero, le competenze bancarie e tecnologiche cosi come la presenza di un grande mercato italofono. In effetti troviamo già oggi delle aziende innovative sul territorio, e la ricerca nel settore dell'intelligenza artificiale, ad esempio, è straordinaria. Il Ticino si trova inoltre nella posizione privilegiata di poter fare da ponte verso la vicina penisola italiana ed essere la porta d'entrata verso la nota Crypto Valley di Zugo e Zurigo, legata al mondo della tecnologia blockchain. Chiasso si sta posizionando con buoni risultati in questo senso e le competenze che si stanno sviluppando sono promettenti. Allo stesso tempo, quando si parla tendenze, vi è un'importante appunto strategico da fare: per ogni trend esiste un contro-trend. Non si è assolutamente obbligati a seguire ogni sviluppo. Può anzi essere un'opportunità di posizionamento anche il fatto di non seguire una determinata tendenza. Questo però non significa che non ci siano comunque necessità d'investimento ed evoluzione, anche in caso di una decisione in questo senso.

In generale, il punto principale è definire esattamente quali sono i propri punti di forza, disegnare un piano d'azione e seguirlo. Si tratta quindi di mettere sul tavolo idee, selezionare quelle più promettenti, ed implementarle nell'interesse comune sostenendo gli sforzi imprenditoriali ed innovativi. Spesso anche iniziative piccole possono avere importanti riscontri».



L.S.: «La FinTech cambierà sostanzialmente il modo in cui sarà svolta l’attività finanziaria. I servizi offerti saranno sempre più decentralizzati e il mercato sempre più globale. Essere un player iniziale in questo settore risulta fondamentale per apprendere le conoscenze necessarie, formare la forza lavoro di domani e farsi conoscere in un mercato che sarà fondamentalmente diverso da quello attuale».

A.C.: «La piazza ticinese vanta decenni di esperienza nella gestione patrimoniale e rappresenta un mercato finanziario importante in termini di risorse specializzate e clientela. Al contempo, la caduta del segreto bancario sta portando le istituzioni finanziarie svizzere a rivedere il proprio modello di business. Il settore FinTech e l’innovazione tecnologica in generale, sono risorse chiave per poter fornire nuovi servizi finanziari alla clientela, al contempo, rappresentano ambiti di business ad alto valore aggiunto, destinati a crescere nel prossimo futuro in termini di occupazione e profitti. Al riguardo, ritengo che il Ticino sia un perfetto candidato a diventare un polo Fintech importante: essendo geograficamente vicino a due piazze fortemente innovative in ambito FinTech, quali Zurigo e Milano, garantendo la ben nota efficienza Svizzera in termini di stabilità politica, burocrazia e fiscalità ed essendo un territorio meraviglioso che garantisce un’alta qualità della vita. Sono personalmente un residente ticinese e sono entusiasta di vivere in Ticino. Mi sento responsabile di contribuire alla crescita del Ticino e, in particolare, del settore FinTech nella regione. Avaloq continua ad investire nella nostra sede di Bioggio ed un nuovo edificio è in fase di costruzione. Per Avaloq, quindi, il Ticino è già visto come un promettente polo FinTech».

Quali sono a suo giudizio le aree Fintech che nei prossimi anni potrebbero essere più suscettibili di sviluppo?



P.D.A.: «Tutti gli ambiti dell'erogazione dei servizi finanziari e della consulenza saranno toccati. Le tecnologie che si stanno sviluppando maggiormente sono sicuramente l'intelligenza artificiale, la blockchain e l'informatica quantistica. Contestualmente, e anche a causa degli sviluppi in queste aree, sarà sempre più importante investire nell'ambito della cybersecurity e la protezione dei dati. Per quanto riguarda l'applicazione delle tecnologie, e quindi la FinTech, sarà interessante seguire gli sviluppi dei metodi d'interazione con la clientela: la combinazione delle diverse tecnologie, permetterà lo sviluppo di nuovi servizi e interazioni, sempre più personalizzate, su misura ed immediate. Pensiamo ad esempio all'esecuzione automatica ed immediata di un pagamento, eseguito su istruzione vocale del cliente, ma anche all'introduzione di funzionalità "chat" automatizzate e sempre attive. Sarà interessante seguire altresì l'evoluzione dei prodotti d'investimento: il 2017 è stato l'anno delle crypto monete, i prossimi anni vedranno sicuramente lo sviluppo del crypto asset management. La cosiddetta "tokenisation" dell'economia – la traslazione di averi e asset su blockchain e quindi la loro virtualizzazione – avrà un impatto notevole».

L.S.: «Sono tre: big data, algoritmi / intelligenza artificiale / blockchain. Vorrei specificare che quando si parla di Blockchain bisogna intenderla in tutte le sue componenti, dunque sia il registro decentralizzato tanto biasimato come la tecnologia che cambierà la finanza come internet ha cambiato la comunicazione, ma anche i token, ovvero le criptovalute, che sono le unità contabili utilizzate dal registro blockchain. Senze le criptovalute la blockchain non funziona».

A.C.: «Siamo nell’era del consumatore, il consumatore è il re, vincono le aziende in grado di fornire un’eccezionale esperienza al cliente. In questo contesto ritengo che le nuove regolamentazioni volte a fornire accesso ai dati finanziari dei clienti, come PSD2, porteranno alla nascita di nuovi servizi finanziari che consentiranno di offrire al cliente, attraverso l’analisi delle sue spese, proposte di alternative più convenienti ed efficienti, per esempio, rispetto alla scelta delle assicurazioni o all’ottimizzazione di spese immobiliari quali mutui o affitti. Questi servizi trasformeranno drasticamente il settore bancario retail ma anche i servizi al contorno. Tradizionali servizi finanziari, quali pagamenti, mutui, investimenti in borsa diventeranno sempre più efficienti e convenienti per i clienti grazie a tecnologie, come la blockchain, che renderanno non necessarie attività di riconciliazione di terze parti. I servizi di gestione patrimoniale si fonderanno sempre su un rapporto di fiducia tra gestore e cliente, ma la comunicazione diverrà sempre più virtuale e supportata da soluzioni digitali, consentendo, per esempio, di mostrare una proposta di investimento in video conference attraverso uno schermo condiviso, abilitando il cliente a modificarla da solo, fornendo la sua accettazione tramite un semplice click sullo schermo, valido come firma digitale. Inoltre i gestori si baseranno sempre maggiormente su suggerimenti forniti da soluzioni di robo advisory e, al contempo, clienti, che preferiscono investire autonomamente, potranno scegliere di sottoscrivere servizi di robo advisory loro stessi, includendo piattaforme che metteranno in competizione portafogli proposti da differenti robo advisors. Tutte queste soluzioni tecnologiche verranno sempre più fornite in modalità SaaS (software-as-a-service), la quale garantisce maggior velocità e minor costi di gestione nella realizzazione e nella manutenzione delle stesse. Avaloq è all’avanguardia al riguardo e fonda la sua strategia nel fornire prodotti SaaS alle istituzioni finanziarie e alle stesse FinTech».

Una previsione che accompagna il FinTech è quella legata della crescita dell’occupazione. Quali riflessi ritiene che si potranno registrare sul mercato del lavoro in Ticino?



P.D.A.: «Lo sviluppo di tecnologie è sempre anche un'opportunità. Il prerequisito per cogliere l'opportunità, tuttavia, è la presenza di un insieme di elementi, che comprende: investimenti finanziari, quadro normativo e politico, istruzione e sviluppo di talenti, attenzione ai bisogni della clientela, combinati con una sana dose di ottimismo e convinzione nei propri mezzi. Naturalmente non può guastare una certa collaborazione tra i vari attori di un ecosistema. Per quanto riguarda il mercato del lavoro in Ticino, quindi, mi preme sottolineare che ci sono buone prospettive se verranno fatti i passi per sostenere – anche a livello di comunicazione e marketing - lo sviluppo di nuove industrie ed iniziative, come potrebbero esserlo un "Crypto Valico" a Chiasso o il già esistente polo legato all'intelligenza artificiale di Manno».

L.S.: «Già oggi la FinTech sta avendo importanti impatti sull’occupazione in Ticino. Società già esistenti e start up stanno assumendo diverso personale richiesto per questa attività, da sviluppatori ai compliance. Tuttavia dobbiamo anche tenere presente che la FinTech automatizzerà molte attività e avrà anche un impatto negativo sul mercato del lavoro».

A.C.: Come accennavo precedentemente, sono convinto che il Ticino abbia una grande opportunità di fronte a sé. Istituzioni politiche, accademiche, aziende e imprenditori locali dovranno aumentare le sinergie per favorire la crescita del fintech nella regione, poiché’ questo settore sposa perfettamente la storia finanziaria e le qualità del Ticino e potrebbe portare una ricaduta estremamente positiva nella crescita dell’occupazione di personale altamente qualificato. Avaloq è anche qui avanti, avendo più di 800 dipendenti in Ticino e l’intenzione di far crescere questo polo ancor maggiormente, attirando talenti e risorse qualificate sia localmente che all’estero. Ma Avaloq da sola non basta, la creazione di un polo fintech richiede la fioritura di un ecosistema di aziende che operino nel settore e che creino competizione e opportunità locali nell’attirare investitori, talenti e esperti, su cui, in ultima istanza, si fonda il successo di una FinTech».

Uno dei problemi aperti riguarda la formazione di personale. Quali iniziative in merito si devono promuovere?



P.D.A.: «La formazione e la disseminazione di competenze in seno a gremii decisionali ed aziende fa parte della nostra offerta esistente. È un elemento importante a fianco al nostro ruolo di consulenti in strategia digitale, scout di innovazione e l'identificazione di possibilità d'investimento in nuove tecnologie e startup. Essendo a stretto contatto con attori innovativi così come grazie all'importante gruppo tecnologico (Swisscom) alle nostre spalle, siamo idealmente posizionati per poter illustrare gli sviluppi e le opportunità che si creano nei vari ambiti».

L.S.: «È indispensabile che il Cantone Ticino si apra alle nuove tecnologie e le sostenga promuovendo negli studenti la necessità di svolgere una carriera in ambito tecnologico. I centri di competenza possono aiutare, ma è prima indispensabile creare un ambiente favorevole sostenendo ad esempio hackathons, aiutando imprese e start up ad assumere personale giovane da formare o svolgendo eventi come Lugano Banking Day».

A.C.: «Il successo di un’azienda è strettamente legato alla capacità, alle motivazioni e alla cultura dei suoi dipendenti. È fondamentale che ogni area aziendale possa essere sempre aggiornata rispetto a nuove tecnologie e metodologie rilevanti per la sua area di competenza. Relativamente alle nuove tecnologie, l’ideale è iniziare l’apprendimento attraverso corsi specifici che forniscano le basi per poter poi migliorarsi con la pratica. Avaloq, per esempio ha la sua Training Accademy che fornisce corsi specialistici ai suoi dipendenti ma anche a studenti e/o lavoratori esterni che abbiano interesse o necessità di utilizzare i nostri prodotti. Oltre alle tecnologie, è importante essere aggiornati rispetto a metodologie di lavoro, al riguardo, un’area oggi molto cambiata, è la gestione dello sviluppo di un prodotto che, spesso, segue metodologie denominate “agile”, le quali prevedono brevi cicli evolutivi che favoriscono la sperimentazione e l’interazione con l’utente finale del prodotto rispetto alla pianificazione, anche in questo ambito ci sono corsi specifici e certificazioni che possono aiutare ad iniziare col piede giusto. Corsi possono aiutare anche a migliorare i cosiddetti “soft skills”, quali spirito di squadra, empatia, problem solving e leadership, abilità che spesso sono ritenute anche più importanti rispetto alle competenze accademiche, essendo alla base della costruzione di un ambiente di lavoro stimolante ed efficiente. Tuttavia la migliore esperienza è la pratica, il cosiddetto “training on the job” rimane lo strumento chiave per accrescere la propria esperienza in ogni ambito. In questo contesto, le aziende devono promuovere la mobilità interna dei propri dipendenti, consentendo di poter diversificare le loro esperienze professionali attraverso l’osservazione, da differenti punti di vista, della catena del valore di un prodotto. Avaloq in Ticino, da più di due anni, offre un programma specifico a neo-laureati che prevede un loro coinvolgimento per 18 mesi in differenti team aziendali, l’obiettivo è dare l’opportunità di partecipare alle sfide che le varie divisioni aziendali affrontano, di acquisire una ricca varietà di conoscenze di base e di consolidare un network di relazioni professionali che possa accelerare la loro crescita nel ruolo che ricopriranno alla fine del programma».

Infine, voglio menzionare ancora una volta l’importanza di avere un ricco ecosistema di aziende e imprenditori, poiché l’esperienza lavorativa si accresce in maniera direttamente proporzionale alle opportunità che un territorio mette a disposizione ai suoi lavoratori, beneficiando da un ambiente che fornisca opportunità di diversificare le proprie esperienze sia all’interno della stessa azienda sia attraverso cambi di azienda».
La Ferrari 488 Pista trasferisce su strada l’esperienza maturata sui tracciati di tutto il mondo dalla 488 Challenge e dalla 488 GTE. La Casa di Maranello da oltre 25 anni organizza infatti il più celebre dei campionati monomarca, il Ferrari Challenge, che ogni anno vede darsi battaglia oltre 100 partecipanti suddivisi in tre serie continentali che dallo scorso anno possono contare sul nuovo modello, il primo dotato di motore turbo. La 488 GTE ha invece vinto gli ultimi due titoli costruttori GT del FIA World Endurance Championship, la massima rassegna per vetture Gran Turismo che dal 2012 ha visto la Ferrari trionfare per ben cinque volte, con 35 gare vinte su 50 disputate nelle categorie Pro e Am. Dalla 488 Challenge sono state adottate numerose soluzioni di motore, ulteriormente potenziato fino a 720 cv e alleggerito con componenti specifici tra cui le bielle in titanio e i polmoni d’aspirazione in fibra di carbonio. Di derivazione Challenge anche il sistema di raffreddamento a radiatori ribaltati rispetto alla 488 GTB, che permette di migliorare il cooling e mantenere un livello di performance ottimale anche in situazioni di elevato stress termico. Dalla 488 GTE e dal mondo della F1 sono derivate le logiche aerodinamiche, come l’S-Duct anteriore, lo spoiler e i profili estrattori al posteriore, che producono un incremento di efficienza del 20% rispetto alla 488 GTB. Dalle auto da competizione sono state inoltre adottate soluzioni che hanno permesso un ulteriore riduzione del peso, come ad esempio la batteria al litio (dalla 488 Challenge) e i nuovi cerchi in fibra di carbonio, per la prima volta in dotazione su una Ferrari, che contribuiscono ad alleggerire la vettura di 90 kg rispetto alla 488 GTB. Come per le serie speciali precedenti, Challenge Stradale, 430 Scuderia e 458 Speciale, la nuova berlinetta rappresenta il connubio perfetto tra prestazioni estreme e handling proprio di una vettura da pista, che riesce così a garantire emozioni uniche. La dinamica veicolo si pone l’obiettivo di esaltare il divertimento di guida e di rendere maggiormente fruibili, anche al pilota non professionista, le prestazioni assolute. Con questo obiettivo sono stati sviluppati specifici controlli vettura, a partire da un nuovo sistema di gestione del sovrasterzo utilizzabile in CT-OFF e pensato per aiutare il pilota a raggiungere con maggiore facilità il limite. Inoltre, la nuova strategia di cambiata, utilizzabile dalla posizione “RACE”, rende l’esperienza di guida nettamente più sportiva e vicina a una macchina da corsa. In questo modo, Ferrari 488 Pista offre a tutti i tipi di pilota emozioni uniche, che soltanto una vettura da competizione riesce a trasmettere, e si posiziona come punto di riferimento della gamma Ferrari per divertimento di guida. Lo stile estremo, impreziosito dalla livrea opzionale che sottolinea efficacemente l’innovazione aerodinamica dell’S-Duct, vuole evidenziare l’anima sportiva della Ferrari 488 Pista, e combina le linee pulite della 488 GTB con gli elementi racing e funzionali apprezzati nelle versioni 488 GTE e 488 Challenge, il tutto nel rispetto degli stilemi Ferrari. La Ferrari 488 Pista è in grado di erogare 720 cv a 8000 giri al minuto con la miglior potenza specifica della classe, pari a 185 cv/l, mentre la coppia massima è incrementata a tutti i regimi, fino a 770 Nm di picco (+10 Nm vs 488 GTB). Evoluzione estrema del motore turbo premiato per due anni consecutivi come “International Engine of the Year”, nel 2016 e nel 2017, il motopropulsore è così il V8 più potente nella storia della Ferrari. L’incremento di 50 cv sul motore della 488 GTB rappresenta inoltre il più alto aumento di potenza rispetto alla vettura “base” di tutte le versioni speciali Ferrari, ben 115 cv in più rispetto al precedente modello, la 458 Speciale. Il suo V8 si posiziona dunque come punto di riferimento non solo per i motori turbo ma per tutti i motopropulsori in senso assoluto. Il motore della Ferrari 488 Pista beneficia inoltre di tutti i contenuti di alleggerimento presenti nella versione Challenge con una riduzione di peso di 18 kg rispetto a quello della 488 GTB. Infine il sound della Ferrari 488 Pista è unico, inconfondibile e degno di una versione speciale del V8 sport Ferrari. La sensazione di guida sportiva estrema è esaltata dalla cambiata in puro stile racing, prestazionale ed emozionante. La nuova strategia di cambiata, disponibile nella posizione “RACE” del manettino, garantisce tempi ridotti di 30ms con un’accelerazione positiva all’inserimento della marcia superiore percepibile anche dal fisico del pilota. Si conferma pure su questo modello la strategia vincente del Variable Torque Management di Ferrari in funzione di ciascuna marcia. Per adattarsi allo spirito sportivo della vettura, sono stati ridisegnate tutte le curve così da assicurare una sensazione di allungo continuo fino alla zona rossa del contagiri. La carrozzeria esterna è stata progettata per ridurre al minimo il peso, sfruttando materiali ultraleggeri come la fibra di carbonio per il cofano motore, i paraurti anteriori e posteriori e lo spoiler posteriore, e il Lexan per il lunotto posteriore. È stato introdotto per la prima volta nella gamma Ferrari, anche un cerchio da 20” (opzionale) monolitico in fibra di carbonio che porta un risparmio complessivo di peso di circa il 40% rispetto ai cerchi standard della 488 GTB.


Alcuni dati tecnici della Ferrari 488 Pista
Tipo
V8 - 90° biturbo
Cilindrata totale
3902 cm3
Potenza massima*
530 kW (720 cv) a 8000 giri/min
Coppia massima*
770 Nm a 3000 giri/min in VII marcia
Potenza specifica
185 cv/l
Regime massimo
8000 giri/min
Rapporto di compressione
9,6:1
Lunghezza
4605 mm
Larghezza
1975 mm
Altezza
1206 mm
0-100 km/h
2,85 s
0-200 km/h
7,6 s
100-0 km/h
29,5 m
Velocità massima
340 km/h


* Con benzina 98 ottani
Martedì, 14 Agosto 2018 12:30

Le rivoluzioni che hanno sconvolto i media

Lei ha attraversato il mondo del giornalismo e dei media in Ticino nel corso degli ultimi quarant’anni. Dal suo osservatorio privilegiato, come si è andata trasformando la società ticinese?

«Ho mosso i primi passi da giornalista nel 1981, quando in tipografia c’erano ancora le linotype e il piombo e in redazione le telescriventi e rudimentali, lentissimi fax. I partiti governativi avevano tutti il loro quotidiano: Il Dovere per il PLRT, Popolo e Libertà per il PPD, Libera Stampa per il PST. La Lega dei Ticinesi era di là da venire, la sinistra era divisa tra PST, appunto, e PSA. Il Ticino era caratterizzato da una granitica stabilità politica (lo spostamento di un seggio in Parlamento da un partito all’altro era considerato un mezzo terremoto). C’erano 90mila abitanti in meno, era stata aperta da pochissimo la galleria autostradale del San Gottardo, i veicoli erano solo 140mila, non avevamo né l’Università né la SUPSI, né il LAC né il Palacinema, il ginnasio e la scuola maggiore erano stati pensionati non molto tempo prima, i disoccupati erano meno di mille, c’erano già più di 30mila frontalieri (si chiamavano ufficialmente confinanti) e anche quasi 5000 stagionali (categoria oggi sparita). Due procuratori pubblici dovevano confrontarsi con i giudici istruttori, carica poi inopportunamente soppressa. Alle Assise criminali si celebrava una trentina di processi all’anno. Di fusioni bancarie nemmeno si parlava, c’era ancora, ben salda, la Monteforno. Si dibatteva animatamente tra i fautori del più Stato e quelli del meno Stato, il populismo era un lemma nei dizionari della politica, la progettata nuova centrale nucleare di Kaiseraugst era al centro dello scontro politico, nella Costituzione federale venne inserito l’articolo sulla parità uomo-donna. Si potrebbe continuare. Questa fotografia di allora dà bene l’idea di come la società ticinese sia cambiata. Non sono tra coloro che credono nel bel tempo che fu. Oggi il Ticino sta meglio, il Ceresio è più pulito e perfino l’aria è meno inquinata. Abbiamo seguito, tra alti e bassi e tra aperture e chiusure, la traiettoria di progresso della società occidentale in generale. Con un punto negativo: il Ticino è diventato più brontolone e rancoroso».

In questi decenni editoria e giornalismo hanno attraversato un radicale cambiamento determinato dalla rivoluzione digitale. Come ha vissuto questo processo?

«Con passione, curiosità, voglia di esserne partecipe. Da un’epoca all’altra. È stata proprio una rivoluzione. Anzi, una doppia rivoluzione. Prima con l’introduzione dei computer, dell’impaginazione su schermo, della stampa offset. Poi con l’avvento di Internet. Se penso alle proteste dei tassisti contro Uber e confronto questo cambiamento con lo tsunami che ha investito la stampa con il web, i blog, i social network, l’informazione gratuita – altro che a basso prezzo – sorrido. Processi così innovativi e imprevedibili nei loro sbocchi e nelle loro implicazioni vanno affrontati con spirito positivo, accettando la sfida, con creatività, non con l’illusione di potersi ritagliare una zona off limits, protetta dalle correnti d’aria e dalle bufere».

Come è cambiato il mestiere del giornalista e quali sono le competenze oggi indispensabili per svolgere questa attività?

«La missione del giornalista non è cambiata. Compito fondamentale del giornalista è dare conto dei fatti che accadono qui e intorno a noi, nel mondo, nel modo più fedele possibile, e fornire delle chiavi di lettura. Sempre separando rigorosamente i fatti dalle opinioni. Sono invece radicalmente cambiati gli strumenti di lavoro e il contesto. Nella cassetta degli attrezzi ci sono le nuove tecnologie che offrono possibilità un tempo inimmaginabili per cercare notizie, documentazione, materiali, per verificare l’attendibilità di quanto si viene a sapere. Il contesto è una galassia immensa e densissima di fonti di informazione e di soggetti che fanno informazione, moltissimi scavalcando il ruolo del giornalista come mediatore tra il fatto e il pubblico. Il giornalista dell’era digitale deve avere tutte le competenze che erano richieste al giornalista dell’era pre-digitale con in più competenze tecniche di molto accresciute e una velocità di lavoro superiore. Il rischio dell’errore è in agguato dietro ogni frase scritta o pronunciata: e se sbagli, oggi sei sbugiardato in pochi istanti e messo alla berlina nella Rete».

Il Corriere del Ticino è stato in passato ed è attualmente la sua “casa”, all’interno della quale ha ricoperto ruoli diversi fino alla direzione del quotidiano. Quali sono le sfide che attendono oggi un gruppo presente in tutti i settori dei media ticinesi?

«Sono entrato al Corriere del Ticino nel 1991 con Sergio Caratti, quando il quotidiano compiva il secolo di vita. Ci sono tornato nel 2007 con Giancarlo Dillena, dopo una parentesi di sette anni al Dipartimento delle finanze e dell’economia a Bellinzona. Sono direttore dal 1 gennaio 2016, l’anno in cui il Corriere ha festeggiato i 125 anni di esistenza. Il Corriere era una testata, oggi è un gruppo editoriale, con giornali, siti online, radio e televisione. La sfida è affrontare e superare gli scombussolamenti portati dalla rivoluzione digitale. Per l’industria dell’informazione è come essere sopravvissuti in una località di mare dopo uno tsunami. In tutti i Paesi avanzati è stato compiuto un errore di fondo: riversare gratuitamente nella Rete le notizie. Nessun ramo economico, con l’avvento di Internet, si è messo a regalare i suoi prodotti. L’editoria giornalistica sì. È stata una follia collettiva, inconsapevole. Poi ci si è illusi che valesse, quale modello di business, l’equazione “tanti clic = tanti lettori e abbonati = tanta pubblicità”. Non è stato così. Si è ora, ovunque, nella seconda fase, con l’introduzione di varie forme di pagamento. La terza fase sarà il ritorno al pieno pagamento dell’informazione, perché l’industria della notizia regalata è un non senso economico e perché pubblicare notizie costa».

Come si costruisce l’autorevolezza di un giornale e come la si mantiene nel tempo, soprattutto in un’epoca in cui l’accertamento delle verità diventa sempre più difficile?

«Con una scrupolosa professionalità, con l’umiltà di essere e sentirsi al servizio del lettore e con l’indipendenza. È la ricetta vincente del Corriere del Ticino da 127 anni. Essere indipendenti non vuol dire essere neutrali. A volte si cade nell’equivoco. Vuole invece dire darsi una linea politico-editoriale in totale autonomia, senza farsela dettare da partiti, enti, associazioni, e poi perseguirla e applicarla con coerenza e libertà».

Lei è profondamente legato al Ticino. Quali sono gli aspetti della società ticinese che più condivide e quelli che vorrebbe vedere modificati?

«Il Ticino è la mia terra. Qui sono nato, ho studiato, messo su famiglia, ho gli amici, qui lavoro. È una terra che ti lascia “un güst da pan da segra”, come direbbe il grande poeta dialettale Giovanni Bianconi. Lo si gusta così com’è, nella sua genuinità».
Martedì, 14 Agosto 2018 12:24

Il grande ritorno della lirica

Possiamo anticipare quali saranno alcuni punti di forza del cartellone musicale 2018-2019?

«Se parliamo di novità, sicuramente il pubblico sarà fortemente interessato dal fatto che torna a Lugano l’opera lirica, con un apposito allestimento del Barbiere di Siviglia, Diego Fasolis maestro concertatore e direttore d’orchestra, Carmelo Rifici regista, I Barocchisti e il Coro della Radiotelevisione Svizzera. LuganoMusica si conferma essere una lunga stagione musicale estesa da settembre a luglio con una serie di appuntamenti distribuiti durante tutto il corso dell’anno. Vorrei che questa programmazione fosse in grado di attirare un pubblico che facilmente potrà seguire le nostre proposte musicali ampie e diversificate».

Da un punto di vista dei contenuti artistici quali novità dobbiamo aspettarci dalla sua programmazione musicale?

«LuganoMusica vanta una sua ben definita tradizione che sarà mantenuta anche nella prossima stagione, come ad esempio la presenza di grandi orchestre sinfoniche. Da questo punto di vista abbiamo raggiunto quest’anno i massimi livelli, ospitando sia i Wiener Philharmoniker, con Michael Tilson Thomas direttore e Igor Levit al pianoforte, che i Berliner Philharmoniker con Daniel Harding. Ma non vanno poi dimenticare altre prestigiose orchestre come l’Orchestre de Paris che aprirà la stagione, la Bayerisches Staatsorchester, o la Deutsches Symphonie-Orchester Berlin».

Un ruolo da protagonista spetta alla figura dell’Artist in Residence. Chi sarà l’ospite di quest’anno?

«Ho deciso di istituire questa figura per poter portare a Lugano artisti di grande valore con cui il pubblico può instaurare un rapporto più stretto, approfondendone la conoscenza attraverso più di un solo concerto. Il nostro Artist in Residence per questa stagione sarà Emmanuel Pahud. Impostosi come uno dei più significativi interpreti della sua generazione, in discendenza diretta dei grandi flautisti del passato, soprattutto quelli di scuola francese, Pahud porta avanti una carriera contrassegnata da varietà (dal repertorio barocco a quello contemporaneo, passando attraverso il jazz) e da un grande prestigio. Oggi il flautista è presente in tutto il mondo, ospite dei più grandi festival e delle orchestre più prestigiose».

Per quanto riguarda il repertorio proposto si può individuare una tematica prevalente?

«Direi che quest’anno abbiamo cercato di porre una particolare attenzione su un decennio del secolo scorso, quello tra il 1918 e il 1928, cioè tra la morte di Debussy e il Bolero di Ravel, dove in tutte le arti, vedi anche la pittura e la letteratura, si assiste ad un processo di interrogazione degli autori sui fondamenti della propria ricerca artistica e sul senso stesso del loro modo di approcciarsi alla propria arte».

Altri elementi di novità?

«Posso dire che uno dei miei obiettivi era quello di introdurre gradualmente delle novità rispetto al repertorio classico. Così quest’anno abbiamo scelto di portare al LAC il Teatro Musicale, con Oscar Bianchi che presenta la prima esecuzione ticinese dell’opera Sinatra In Agony di cui cura
Sabato, 04 Agosto 2018 08:44

My Own Lugano Regione

Il management dell’ETL, guidato dal Presidente Bruno Lepori, ha presentato le caratteristiche del nuovo brand “MY OWN LUGANO REGION” e gli obiettivi strategici che interesseranno tutti gli attori coinvolti nella promozione turistica della regione. «Siamo convinti di avere interpretato al meglio la nostra missione e di avere fornito al territorio strumenti utili alla promozione del turismo. Attraversiamo un momento molto delicato dell’economia mondiale, è ora di dare un forte segnale di coesione tra gli operatori e le istituzioni e di lavorare tutti assieme al rilancio di un’unica destinazione turistica territoriale». La creazione della nuova brand identity si inserisce, infatti, in una più ampia strategia di sviluppo e posizionamento della regione del Luganese nel nuovo contesto di competizione tra destinazioni su scala globale. L’estraneità della regione al panorama delle destinazioni più affermate e dunque più frequentate a livello europeo, asseconda una crescente domanda di esplorazione di nuove realtà in grado di conservare luoghi autentici, proprio perché estranei alla massificazione dell’esperienza turistica. Allo stesso modo, si osserva una ormai sempre più diffusa propensione a consumare numerose occasioni di viaggio di minore durata rispetto ai lunghi soggiorni, anche in relazione ai nuovi stili di vita e alla capacità di spesa dei nostri mercati di riferimento. La scelta di fondo è stata quella di capitalizzare appieno la reputazione e la notorietà raggiunta dalla regione del Luganese, creando uno strumento a disposizione di tutti i soggetti che nel territorio ci vivono e lavorano, i quali per altro, saranno per primi i veri “ambassador” della destinazione. La regione del Luganese rappresenta una combinazione di attrattive che descrivono determinate ambientazioni di interesse turistico di per sé non esclusive, in quanto caratterizzanti molte realtà territoriali (il mix di fascino del paesaggio, villaggi, architettura moderna, tradizioni culinarie, varietà degli scenari con montagne, vallate e laghi…). Un patrimonio che ben si presta a formule di fruizione per soggiorni brevi dal peso sempre più significativo nella progressiva crescita della destinazione. La regione del Luganese sarà promossa sia online sul sito ufficiale, sia su tutti gli stampati dell’ETL, secondo 12 canali tematici bene definiti e che verranno a loro volta riflessi in un nuovo linguaggio fotografico e simbolico. Un sistema grafico che vedrà 12 diverse caratterizzazioni della lettera “L” tramite un diverso carattere tipografico, in modo da rappresentare le diverse attrattività del territorio comunicando, allo stesso tempo, il concetto di personalizzazione ai futuri visitatori. Il logo e il sito ufficiale sono di fatto gli elementi più evidenti, la punta dell’iceberg di un lavoro intenso, incessante, appassionato che ha visto tutto il Team impegnato in questi ultimi mesi e che approfitto per ringraziare ancora oggi. Il progetto ha seguito fin dalla sua nascita una visione ben chiara: far diventare il nuovo brand, un’identità dentro la quale tutti gli operatori del territorio del Luganese potessero rispecchiarsi e identificarsi. Una missione ambiziosa, ma animata dalla volontà di creare finalmente un brand territoriale e non più centralizzato solo ed esclusivamente sull‘Ente stesso. Un approccio innovativo quindi, ispirato dalla fiducia e dall’orgoglio di appartenere ad un sistema che gode di un’ottima reputazione e awarness fortemente caratterizzata da una forte pluralità di elementi, data anche dalla natura unica e molteplice di questo territorio.

Nel linguaggio corrente termini come “donare” e “sponsorizzare”, cui possiamo aggiungere anche l’appellativo di “mecenate”, vengono usati spesso come sinonimi oppure in modo erroneo. Ad esempio, che cosa ha a che fare il mecenatismo con gli obiettivi e l’attività erogativa delle fondazioni?

«Il termine “sponsorizzazione” si applica soltanto alle imprese che, attraverso un contratto a prestazioni corrispettive con una società sportiva o un’organizzazione artistico-culturale, supportano economicamente un evento o un’attività perseguendo un preciso ritorno d’immagine. Parlare di sponsorizzazione quando si prende in esame l’operato filantropico di singoli o di fondazioni (incluse le fondazioni d’impresa) non è pertinente dal punto di vista dei contenuti e, soprattutto, non è giuridicamente corretto anche ai sensi del diritto tributario. Il rapporto tra mecenatismo e fondazioni, invece, è più intricato perché un(a) mecenate può decidere di servirsi di una fondazione come mezzo per fare della beneficenza e avviare o promuovere progetti in tal senso. A differenza del mecenate classico, che non deve dar conto a nessuno di come impiega i suoi mezzi, all’interno di una fondazione si è soggetti a regole precise, talvolta molto rigide. Un’apposita autorità, che nella maggior parte dei paesi ha carattere pubblico, vigila attentamente sul rispetto della volontà del fondatore, sulla conformità di regolamenti, statuti e disposizioni delle fondazioni sugli investimenti e sulla politica erogativa. Se da un lato, scegliendo la strada di istituire una fondazione un mecenate accetta volontariamente delle limitazioni alla propria attività filantropica, dall’altro si apre a maggiori potenzialità e opportunità di efficacia della comunicazione istituzionale e della portata dei progetti. Questo, naturalmente, vale sia per le persone fisiche sia per le imprese. La Hear the World Foundation, per esempio, è stata fondata nel 2006 dall’azienda svizzera produttrice di apparecchi acustici Sonova, e da allora si impegna in progetti finalizzati a prevenire la sordità o a offrire soluzioni concrete a chi ne è stato colpito non solo in Svizzera ma in tutto il mondo. La fondazione concretizza il suo sostegno sotto forma di contributi finanziari e mettendo a disposizione gratuita apparecchi acustici, batterie, sistemi FM e attrezzature tecnologiche d’avanguardia utilizzate dalla medicina dell’udito. Ha avviato un particolare filone progettuale a sostegno dei bambini sordi e sviluppa programmi di prevenzione e informazione sulla salute dell’orecchio per genitori e famiglie, senza dimenticare la ricerca e la formazione di esperti (www.hear-the-world.com)».

Come si è sviluppata, invece, la sponsorizzazione come “nuovo mecenatismo” nella tradizione che risale allo storico protettore di poeti e artisti?

«La sponsorizzazione non è un nuovo mecenatismo: le differenze tra le due attività sono troppo profonde. Chi sponsorizza pretende in cambio una contropartita quantificabile per il raggiungimento di obiettivi ben precisi, che dipendono dalla strategia dell’azienda. Questo non appartiene alla logica del mecenatismo, che si può definire, invece, come un contributo alla società civile svincolato da motivazioni commerciali, ma attribuibili alla sfera emotiva e filantropica. Un esempio efficace di mecenatismo per il sociale è quello dell’Angelo Invisibile: una straordinaria storia di generosità che ha cambiato il destino di molti milanesi. Da oltre un decennio, un facoltoso manager della finanza milanese ha deciso di impiegare una parte significativa del suo denaro per aiutare i suoi concittadini più poveri rimanendo nel più completo anonimato. Senza perseguire alcun ritorno, tantomeno di immagine, l’angelo invisibile, come è stato soprannominato, continua ad aiutare famiglie, madri sole e ragazzi in difficoltà pagando affitti, utenze e rette scolastiche, prestando assistenza legale, saldando debiti. Costruisce grandi e piccole missioni altruistiche che si trasformano in miracoli quotidiani perché i casi di cui si interessa sono tutti al limite (www.fondazionecondividere.org)».

In quali settori sono più attivi gli sponsor, e con quali motivazioni?

«Gli sponsor sono molto attivi nello sport, un settore che si presta particolarmente bene al conseguimento di obiettivi associati a vendite e fatturato e dove, attraverso i canali di diffusione di massa delle manifestazioni sportive, si ottiene un’enorme visibilità. Anche gli ambienti digitali e le nuove tecnologie offrono interessanti opportunità per le imprese: gli effetti diretti sulla comunicazione possono portare a sviluppare nuovi prodotti e servizi specifici per questi nuovi canali di commercializzazione. Lo sviluppo dei social media e delle nuove tecnologie, infatti, ha prodotto un grado di interattività che apre agli sponsor opportunità inaspettate non solo in termini di dialogo con i consumatori, ma anche di controllo del successo della propria sponsorizzazione. Più recentemente, tuttavia, si è esteso il fenomeno dello sponsoring sociale con cui le aziende perseguono obiettivi di transfer positivo d’immagine, goodwill e motivazione dei collaboratori. Un bell’esempio in questo campo è CompiSternli, un’associazione che riunisce bambini in tutta la Svizzera che si divertono a usare il computer e trasmettono la loro competenza alle persone anziane. Tra gli sponsor, Microsoft sostiene i corsi con discrezione, attraverso la fornitura di servizi e prodotti, perseguendo l’intento di raggiungere la generazione più anziana, che non ha molta dimestichezza con internet e con la rete telefonica fissa o mobile (www.compisternli.ch)».

Che cosa dovrebbe considerare un richiedente o un potenziale partner di progetto per ottenere un contributo da una fondazione? E come, invece, si dovrebbe proporre a un’impresa che volesse essere selezionata come sponsor?

«Chi intende rivolgersi a una fondazione deve sapere esattamente se il suo progetto è compatibile con le finalità di quella fondazione e coerente con la volontà del fondatore. La collaborazione a lungo termine con le fondazioni è una delle cose più belle, soprattutto quando i “donatori” diventano partner, quando cioè diviene possibile sviluppare e finanziare congiuntamente progetti ambiziosi fin dall’inizio. Molto spesso la valenza sociale, la sostenibilità e le prevedibili difficoltà di un finanziamento tradizionale che possono insorgere in relazione a progetti qualitativamente ambiziosi, riescono a motivare una fondazione a intervenire ed erogare un contributo. Chi invece pensa sin dall’inizio in termini economici e cerca una collaborazione con uno sponsor, farà bene a definire quali sono i partner economici più adatti al progetto per contenuti e possibilità di contropartita. Se il progetto permette uno sfruttamento commerciale concreto, incontrerà l’interesse degli sponsor».

Quale specifico “profitto” hanno i gruppi target dei servizi di fondazioni e sponsor? In che modo il loro impegno raggiunge il rispettivo “consumatore”, e quali effetti può o deve ottenere?

«Una sponsorizzazione può dirsi realmente riuscita solo se produce una plusvalenza (preferibilmente in una forma non acquistabile commercialmente) e ciò risulta immediatamente evidente al maggior numero di fruitori e consumatori. Spesso la grande critica alla sponsorizzazione nasce dove i gruppi target sono più esigenti, perché in molti casi la sponsorizzazione stessa non è all’altezza dei loro standard particolarmente elevati. Una testimonianza eloquente in tal senso è la sponsorizzazione dell’istruzione. Diverso è il caso dei servizi offerti da una fondazione. Qui i fruitori immediati possono essere un numero ristretto, ma la tematica sostenuta può avere una grande importanza pratica o simbolica, ad esempio per la società civile o per avviare processi socialmente rilevanti per la collettività. Possono essere obiettivi estremamente ambiziosi, che presuppongono un alto livello di vicinanza ideale tra donatori, consigli delle fondazioni e promotori dei progetti in questione. Nel caso ideale, le fondazioni sono un motore di innovazione».

Si osserva una professionalizzazione crescente tanto nell’ambito delle fondazioni, quanto in quello delle sponsorizzazioni. In che modo questo fenomeno si ripercuote sul lavoro concreto delle fondazioni e degli sponsor?

«Mi aspetto un peso sempre crescente della sponsorizzazione nei settori delle nuove tecnologie, una forte frammentazione dei gruppi target, la comparsa di nuovi protagonisti su mercati nuovi, con idee e sistemi di valori diversi, e un aumento del grado di interconnessione e di internazionalizzazione di molti progetti. Nell’ambito delle fondazioni, acquistano un’importanza crescente la comunicazione, il ritorno sociale dei progetti, la sostenibilità del contributo e la rendicontazione. Ciò che più entusiasma, se guardiamo all’immediato futuro, è osservare se attraverso lo sponsoring e la filantropia, imprese e fondazioni saranno in grado di cogliere la sfida di saper costruire comunità di appartenenza, gruppi di persone che si stringono intorno ai significati, valori e sogni veicolati dai progetti, moltiplicandone la portata e trasformandoli in veri e propri motori di innovazione sociale (courtesy Stiftung &Sponsoring)».
Durante l’evento, moderato da Elisa Alfieri, Assurance Leader, sono intervenuti anche Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio del Canton Ticino, e Costante Ghielmetti, vicedirettore della Divisione delle contribuzioni. Luca Albertoni ha avuto modo di analizzare l’attuale contesto economico ticinese, spiegando come il nostro Cantone sia riuscito a resistere alla crisi economica mondiale e stia, seppur con difficoltà, seguendo la via della ripresa. Dall’Inchiesta Congiunturale 2017-2018” elaborata dalla Camera di commercio del Canton Ticino emerge che le imprese ticinesi sono riuscite a mantenere stabili i livelli occupazionali e salariali, che sono propense ad effettuare investimenti facendo ricorso all’autofinanziamento e che l’andamento economico attuale e a breve termine risulta soddisfacente. Costante Ghielmetti, tradizionale ospite degli annuali Tax Update, ha ripercorso le tappe che hanno portato al Progetto Fiscale 17. Il Vicedirettore ha auspicato che il progetto di riforma fiscale possa rappresentare un traguardo definitivo per la Svizzera, ricordando come la volontà popolare nel 2017 abbia già respinto la precedente proposta (Riforma III delle imprese). Egli ha inoltre sottolineato l’importanza di una rapida approvazione ed entrata in vigore della riforma fiscale, soprattutto di quella cantonale ticinese. La riforma fiscale cantonale si pone, infatti, l’obiettivo di migliorare l’attrattività fiscale del Canton Ticino sia nel contesto intercantonale sia in quello internazionale promuovendone l’innovazione, di mitigare il rischio di fuga dei “buoni” contribuenti e di anticipare gli interventi che si renderanno necessari nell’ambito della riforma fiscale federale. Secondo Costante Ghielmetti, ulteriori ritardi potrebbero compromettere la competitività del Cantone con rilevanti ripercussioni economiche. La riforma fiscale, ha ammesso il sig. Ghielmetti, comporterà un costo rilevante in termini di perdita di gettito fiscale per il Cantone che, tuttavia, ritiene sostenibile. Il 29 aprile 2018, in sede di approvazione referendaria, la popolazione ticinese si è espressa favorevolmente - seppur a stretta maggioranza - in merito al progetto di riforma fiscale e sociale cantonale. L’esito positivo della votazione garantisce l’introduzione delle prime importanti misure tese a ridurre il carico fiscale ai fini delle imposte cantonali sul capitale e sulla sostanza, allo scopo di rendere il Ticino fiscalmente competitivo sia a livello intercantonale sia internazionale. Su tutti, la novella normativa recata dalla riforma in parola prevede - ai fini dell’imposta sul capitale - l’introduzione di un regime di “participation exemption” analogo a quello vigente ai fini dell’imposta sull’utile e di una deduzione commisurata all’imposta assolta sull’utile (in misura pari al 10%), nonché - ai fini dell’imposta sulla sostanza - una riduzione delle aliquote ed altre misure volte a mitigare il carico fiscale complessivo. Tali novità, la cui portata in termini di “ottimizzazione fiscale” è di difficile lettura, sono senz’altro all’avanguardia e molto interessanti. Al riguardo, occorre in effetti sottolineare come il Ticino sia uno dei primi cantoni in Svizzera ad adottare simili provvedimenti. Ne deriva quindi che un’analisi definitiva, basata su dati reali, potrà essere svolta solo dopo alcuni mesi di fisiologico “rodaggio” durante i quali si renderà necessario comprendere la corretta applicazione delle nuove disposizioni normative. Sul punto, gli operatori del settore si attendono che il Ticino possa guadagnarne in termini di maggiore competitività e attrattività, anche alla luce della prossima abolizione dei regimi fiscali privilegiati prevista per il 2020. Per quanto concerne le ulteriori misure fiscali, tra le quali ricordiamo la predetta abrogazione degli statuti fiscali speciali, l’introduzione di agevolazioni fiscali nell’ambito del cosiddetto patent box e degli investimenti in ricerca e sviluppo, esse sono contenute nel citato Progetto Fiscale 17 che verrà adottato a livello federale, presumibilmente, nel biennio 2019-2020, salvo ulteriori ritardi dovuti ad un eventuale referendum popolare. Nel corso dell’evento di aggiornamento fiscale, la parola è poi passata a Nic Weber, specialista dell’imposta sul valore aggiunto, e a Giacomo Sartor, competente in tema di Transfer Pricing, che hanno illustrato rispettivamente le novità introdotte a partire dall’anno 2018 in materia di IVA in Svizzera e l’attuale panorama normativo e di prassi in tema di prezzi di trasferimento con cui le imprese devono confrontarsi. Entrambi i temi trattati hanno una rilevanza sia a livello federale sia internazionale. La Revisione parziale IVA 2018 si pone l’obiettivo di eliminare la distorsione concorrenziale tra gli operatori svizzeri e gli operatori esteri e prevede importanti novità e oneri per le imprese estere che operano in Svizzera. Giacomo Sartor ha invece analizzato le rilevanti conseguenze per le imprese svizzere ed estere che operano a livello globale. In particolare, si è posto l’accento sull’obbligo per i gruppi di imprese internazionali di adeguarsi agli attuali standard internazionali introdotti dall’OCSE (“Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico”) nell’ambito del Progetto BEPS (“Base erosion and profit shifting”), al fine di evitare importanti sanzioni.
Sabato, 04 Agosto 2018 08:31

Agire alla fonte del rumore

Non è un caso che – oltre alla Legge federale sulla protezione dell’ambiente – vi sia un’apposita Ordinanza contro l’inquinamento fonico (OIF) emanata il 15 dicembre 1986; a testimonianza dell’esistenza di una problematica e come forma di impegno nella difesa del benessere della popolazione e dell’ambiente. L’Ordinanza stabilisce come si deve affrontare la questione e dove occorra un risanamento, mentre il Cantone è l’autorità esecutiva per applicare e far rispettare l’Ordinanza. Il Dipartimento del territorio, tramite l’Ufficio della prevenzione dei rumori della SPAAS, è da tempo impegnato in progetti volti a migliorare il paesaggio sonoro del nostro Cantone, in particolare in quelle località maggiormente interessate dal traffico, la principale causa di inquinamento fonico alle nostre latitudini, soprattutto nel fondovalle. Il rumore stradale dipende da diversi fattori, quali il tipo di veicolo, il volume e la composizione del traffico, le caratteristiche della strada. All’inizio del 2016 il Dipartimento del territorio ha riconsiderato la situazione delle immissioni foniche dovute alle strade attraverso l’elaborazione di un pre-catasto, che ha mostrato come circa il 30% della popolazione sia esposta a immissioni dovute alle strade cantonali e comunali superiori ai valori limite stabiliti dall’OIF. Ad oggi, quasi 350 chilometri di strade cantonali e circa 70 chilometri di strade comunali necessitano di un risanamento fonico. Il risanamento fonico è uno dei dossier principali del Dipartimento del territorio, lo sottolinea ulteriormente il credito di 11 milioni di franchi stanziato nel 2016. A fine 2015 è stato formato un gruppo di lavoro per affrontare il risanamento delle strade prioritarie del Ticino, che toccano 109 sezioni comunali. Il gruppo, formato da rappresentanti di diversi Servizi cantonali, ha approntato una strategia di lavoro e ha stabilito la suddivisione del Cantone in agglomerati. Una strategia, questa, volta ad accelerare i risanamenti, appoggiandosi a risorse interne, a sistemi informatici innovativi e operando principalmente con interventi alla fonte, che agiscono dove ha origine il rumore, dunque sulla strada stessa. Rientrano in queste misure: la pavimentazione fonoassorbente e, dove ritenuto opportuno, una riduzione della velocità di transito. Dal momento che riducono tout court l’emissione, gli interventi alla fonte giovano a un ampio spettro di utenza, anche a coloro non direttamente a contatto con gli assi stradali. Tra le misure che agiscono alla fonte in ambito di risanamento, l’asfalto fonoassorbente di ultima generazione utilizzato dal Cantone comporta un beneficio di almeno 3 decibel che, dal lato fonico, equivalgono al dimezzamento del traffico in transito sulla strada considerata. A influenzare le proprietà acustiche delle pavimentazioni stradali, sono fattori quali la granulometria, la porosità e l’elasticità della superficie stradale. Minore è la granulometria del conglomerato più silenziosa è la pavimentazione. Dietro a ogni progetto di risanamento fonico c’è una non sottovalutabile fase di raccolta e stoccaggio di dati e parametri, concernenti ad esempio la rete stradale, la tipologia (struttura, numero di piani) e la destinazione (professionale o residenziale) degli edifici interessati dall’inquinamento fonico. Il catasto valuta le immissioni per ogni piano di ogni edificio presso le finestre dei locali sensibili al rumore. Attraverso il catasto è così possibile evidenziare le costruzioni esposte a immissioni superiori ai limiti fissati. Si tratta di una sorta di fotografia acustica che rappresenta l’inquinamento fonico all’interno delle località. Partendo dal catasto del rumore sono stati elaborati i progetti di risanamento fonico agglomerato per agglomerato, volti a determinare i possibili interventi. Ad oggi si è conclusa la fase di consultazione per quanto concerne il progetto relativo al Mendrisiotto ed è in corso la consultazione per i progetti riguardanti da un lato l’agglomerato del Bellinzonese e del Locarnese-Vallemaggia e, dall’altro, della Riviera e Valli. A seguire vi sarà la pubblicazione del progetto relativo al Luganese. Per quanto riguarda il Mendrisiotto, tra strade cantonali e comunali sono stati previsti circa 60 km di asfalto fonoassorbente. Una misura che – insieme alle altre attuate a livello di traffico e mobilità – dovrebbe contribuire a migliorare la situazione di una delle regioni più colpite dall’inquinamento fonico nel nostro Cantone A livello operativo, prendendo l’esempio del Mendrisiotto, l’Ufficio della prevenzione dei rumori ha proceduto al rilievo dei dati riferiti agli assi stradali di tutto il comparto procedendo poi alla loro digitalizzazione, determinando nel contempo le relative emissioni foniche. Sono stati in seguito rilevati in loco tutti gli edifici e attraverso appositi algoritmi matematici sono state determinate le immissioni presso gli edifici esposti al rumore, allestendo così il catasto che è stato presentato ai Comuni. Una volta stabilita una base condivisa è stato elaborato il progetto di risanamento fonico, con un orizzonte temporale di 20 anni, nel quale sono presentate le misure atte a ridurre il rumore ritenute attuabili e sostenibili per il comparto preso in esame. Il Cantone ha allestito il progetto di risanamento fonico sia per le strade cantonali sia per quelle comunali di maggior traffico. La realizzazione delle opere sulle strade cantonali spetta al Cantone, mentre quelle sulle strade comunali ai Comuni. Queste opere godono di sussidi federali, recentemente oggetto di una proroga, approvata tramite una revisione dell’Ordinanza che prevede un’estensione fino al 2022 per l’ottenimento dei sussidi. Riprendendo lo slogan della Giornata internazionale contro il rumore – “Puzza di rumore!” – celebrata il 25 aprile, si potrebbe dire che il Dipartimento del territorio si sta impegnando per diminuire la “puzza” di rumore sulle nostre strade, perché il rumore non è solo fastidioso, ma può comportare anche disagi per la salute, provocando stress, irrequietezza e problemi cardiovascolari, influenzando inoltre la qualità di vita e l’attrattività – anche turistica – di un’intera regione.
Martedì, 31 Luglio 2018 09:31

Spicchi Di Luna

Il design di questa collezioni di gioielli nasce da una approfondita ricerca tecnica e stilistica: la forma costituita da una sequenza di fasci dorati, leggermente bombati, evoca l’unione perfetta delle diverse fasi della luna: i preziosi spicchi che sembrano fondersi insieme danno vita ad una creazione orafa di straordinaria bellezza. La particolare luminosità che caratterizza il gioiello è creata dal modo in cui la luce naturale si infrange e riflette sui fasci di Luna accostati l’uno all’altro e viene esaltata dai materiali preziosi che lo costituiscono. Grazie alla cultura dei mastri gioiellieri valenzani, che da tre generazioni si tramandano, i preziosi segreti di questa arte, la dimensione estetica di questa collezione è coniugata con una vestibilità confortevole e avvolgente. Massima espressione della donna Spicchi Di Luna la versione full pavé in oro bianco e diamanti oppure in oro giallo e diamanti fancy con sfumature dallo yellow al brown, proposte in anello, orecchini e bracciale. Una declinazione più daily, ma non per questo meno intrigante è la versione in oro giallo che comprende anche una collana. Particolarmente interessante la quarta parure, anch’essa comprensiva di collana, che abbina all’oro rosa una pietra dura, l’onice, dando vita ad un contrasto cromatico chiaro-scuro che esalta le forme e l’accostamento tra gli Spicchi di Luna. Completano la collezione due esclusivi anelli a fasce alternate: in oro giallo e quarzo fumé, in oro rosa e Sun stone. Fondata nel 1924 a Valenza, Damiani è una Maison di gioielleria italiana divenuta nota in tutto il mondo per l’eccellenza delle proprie creazioni: un gioiello Damiani è un’opera unica, realizzata a mano da sapienti maestri orafi, che si caratterizza per il design esclusivo, la grande attenzione ai dettagli, l’eccellente qualità delle gemme. I segreti di questo affascinante mestiere si tramandano, di generazione in generazione, dal fondatore Enrico Damiani a suo figlio Damiano, e successivamente ai suoi figli Silvia, Guido e Giorgio che ora guidano l’azienda interpretando i profondi valori di questa storica e preziosa eredità con uno sguardo sempre volto al futuro. Apprezzata in tutto il mondo per lo stile, il design e l’artigianalità manifatturiera tutta italiana delle sue creazioni la Maison è l’unica azienda orafa al mondo ad avere vinto ben 18 Diamonds International Awards, l'Oscar internazionale della gioielleria. Sharon Stone, Tilda Swinton, Jennifer Aniston, Gwyneth Paltrow, Brad Pitt senza dimenticare gli italianissimi Isabella Rossellini, Sophia Loren e Paolo Sorrentino sono solo alcuni dei volti noti che hanno riconosciuto l’eccellenza di Damiani e l’hanno scelto per celebrare i loro successi. Il marchio è presente con boutique monomarca nelle migliori capitali del lusso e della cultura tra le quali Milano, Roma, Parigi, Londra, Dubai, Tokyo, Beijing e Seoul ed è inoltre distribuito nei più importanti department stores e negozi multimarca del mondo.
Martedì, 31 Luglio 2018 09:29

Per un nuovo modello di agricoltura

Lei è un convinto sostenitore della centralità di un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e del paesaggio: che cosa concretamente significa?

«Promuovere un nuovo modello alimentare, rispettoso dell'ambiente, delle tradizioni e delle identità culturali, capace di avvicinare i consumatori al mondo della produzione. Perché l’attuale modello agricolo non è in grado di far fronte alle grandi sfide globali che ormai non possiamo più non permetterci di affrontare come il cambiamento climatico, l’aumento della popolazione, la crescente necessità di consumo nei Paesi emergenti, ecc. Il modello produttivo dominante nella filiera agroalimentare si basa su uno sfruttamento intensivo dei terreni, una distribuzione di massa dei prodotti e il tentativo di introdurre sementi OGM».

Quali sono nello specifico le conseguenze negative di questo modello di sviluppo?

«Innanzitutto è fondamentale restituire centralità al cibo, e per farlo è necessario occuparsi di agricoltura. Anche perché l’attuale situazione del mondo non è altro che il risultato della storia dell’agricoltura occidentale che ha perso di vista alcuni tra i più importanti obiettivi per chi ha a cuore la centralità del cibo. Non si può pensare che se da un lato si incrementa la produttività e lo sfruttamento oltre misura dei terreni e dall’altra non si pone fine alla cementificazione dei suoli fertili, si possa garantire un futuro a noi e al nostro pianeta. È fondamentale quindi un drastico cambio di mentalità, anche perché non dobbiamo dimenticarci che noi siamo ciò che mangiamo. Il discorso si complica se parliamo di OGM: se non si deve infatti essere contrari allo sviluppo di nuove tecnologie, è fondamentale adottare un approccio che prenda in considerazione la tutela della biodiversità e le conseguenze socio-economiche. L’agricoltura transgenica non è sostenibile né conveniente. Insomma, occorre che le scelte tecnologiche in campo agricolo non contrastino con l’interesse dei popoli e con un sano sistema economico».

Quindi servirebbe un cambio di mentalità che ci permetta di cancellare la vera piaga di questa nostra società: lo spreco alimentare…

«Si calcola infatti che per ogni europeo si producono quasi 1000 kg di cibo all’anno, sprecandone però circa 280, 200 dei quali già nei campi, nelle aziende di trasformazione e nei supermercati, prima ancora che arrivino al consumatore».

Le grandi aziende agroalimentari potrebbero essere inserite in un nuovo modello più responsabile verso la biodiversità, la cultura locale, la salute del consumatore e la riduzione degli sprechi?

«Alcune grandi aziende lo fanno già. Il loro coinvolgimento è essenziale per l’agricoltura. Ma anche per loro perché più sono vicine ai produttori e meglio possono offrire prodotti sicuri e buoni. Quando i prodotti fanno tanti chilometri, quando non c’è una filiera ben tracciata, nascono problemi sia per il buon nome dell’azienda sia per il consumatore».

Nel mondo ci sono Paesi sviluppati, emergenti, in via di sviluppo e poveri. Dove occorre maggiormente insistere al fine di far affermare un modello agroalimentare più sostenibile?

«Non si può fare una distinzione tra i vari Paesi, serve che tutti si impegnino per affermare un nuovo modello agroalimentare sostenibile: sicuramente però sono i paesi sviluppati ad avere una responsabilità maggiore in questo processo e a poter guidare il Sud del mondo in un percorso nuovo. In primis lottando contro fenomeni di colonizzazione e land grabbing. Ci sono moltissime comunità del cibo che portano avanti progetti importanti per il loro territorio, di cui troppo spesso non siamo a conoscenza. Impariamo da loro, condividiamo esperienze e tradizioni».

Quale è il mezzo migliore per cambiare i criteri dell’agricoltura moderna? In particolare, occorre fare maggiormente leva sull’educazione del consumatore oppure delle istituzioni nei loro processi di stimolo all’attività agricola?

«Sicuramente c’è bisogno di fare leva su entrambi gli attori. Noi da sempre puntiamo sulle attività di educazione per grandi e piccoli, fondamentali per cambiare i paradigmi, le abitudini e far quindi leva sulle istituzioni. Per far questo occorre mettere in campo una serie di azioni combinate a partire dal progetto Terra Madre: una grande rete di comunità del cibo, uomini e donne che lavorano a un progetto comune, pur conservando le loro differenze e tradizioni. È un modo nuovo di intendere la produzione, la trasformazione e consumo del cibo, che trae origine dal passato e dalla storia, ma allo stesso tempo con uno sguardo proiettato in avanti. Gli incontri delle comunità sono fondamentali per ridare vita alla rete, per rinsaldare il senso di appartenenza, condividere nuove idee che attraversano oceani e continenti. La rete di Terra Madre e i suoi protagonisti sono attivi ogni giorno in ogni parte del mondo. Dobbiamo partire dal cibo come ricchezza, come scambio, come cultura. Solo proteggendo il nostro cibo possiamo pensare di salvaguardare le nostre risorse e il pianeta che ci ospita. La produzione, la distribuzione e il consumo di cibo ci coinvolge in maniera totale».
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