Edoardo Beretta

Edoardo Beretta

Il “mercato del lavoro” costituisce da sempre sia un argomento di particolare interesse comune sia elemento di discordia sulle “ricette” economiche da applicarsi di volta in volta per rivitalizzarne le dinamiche. Da un punto di vista della teoria macroeconomica, invece, è assai frequente leggere − basta sfogliare i principali libri di testo − che le aziende siano spesso incentivate a pagare salari superiori a quello “di riserva”, cioè a quel compenso che rende il lavoratore indifferente tra lavorare ed essere disoccupato. A titolo esemplificativo, viene spesso ricordata l’affermazione di una nota top model degli Anni Ottanta, con cui dichiarava pubblicamente che non si sarebbe alzata dal letto per meno di 10.000 dollari statunitensi (al giorno), fornendo così una descrizione “tangibile” (quanto di pochi fortunati) del concetto di “salario di riserva”. La teoria macroeconomica si spinge, però, talvolta oltre, sostenendo che − anche in assenza di contrattazioni collettive (fra sindacati ed imprese) − l’occupato medio possieda una certa forza contrattuale utilizzabile per “spuntare” comunque salari più elevati. Riguardo al primo assunto si può, per il momento, confermare che le aziende possano “premiare” con remunerazioni più generose esperienza, merito o professionalità di una certa parte di forza lavoro, la cui sostituzione con altra comporterebbe (per giunta) potenziali costi di formazione e perdite in termini di economie di scala ed apprendimento. La seconda ipotesi sopra menzionata, invece, risulta essere spesso smentita dall’evidenza degli eventi più recenti: difficilmente il singolo lavoratore avrebbe la possibilità di “strappare” un aumento salariale in assenza dei sopra citati legami d’interdipendenza reciproca fra impresa ed occupato. Un esempio fa piena chiarezza sui rapporto di forza esistenti: quanto spesso inserzioni o bandi lavorativi elencano richieste puntuali di caratteristiche, che il candidato dovrà possedere per solo proporsi, ma nulla riportano sulla remunerazione, cioè sul principale incentivo (o meno) a candidarsi per quella posizione? “A spannometro” − ma senza timore di essere smentiti −, difficilmente un simile “silenzio” sull’ingaggio da corrispondersi sarebbe potuto funzionare con la top model di cui sopra (ma anche con altri, naturalmente). Stando così le cose, la nozione di “salario di riserva”, che si era inizialmente detto valere tout court anche per il lavoratore “medio”, subirebbe un drastico ridimensionamento, poiché il candidato investirebbe energie nell’attesa di un contratto di lavoro, per cui la remunerazione potrebbe essere persino sotto le proprie aspettative minime. La percezione è, invece, che il concetto di “salario di riserva” sia ormai diventato un lusso, a cui sempre meno lavoratori possono aspirare (e per cui, conseguentemente, si veda costretti ad accettare impieghi anche meno remunerati). Nel contempo, però, si deve evitare anche l’opposto, cioè che − per mezzo di sussidi di disoccupazione troppo generosi e prolungati nel tempo o “redditi” minimi garantiti a ciascun cittadino in forza di questa sola caratteristica − si disincentivi la ricerca di un’occupazione laddove possibile.
Ma quali sarebbero le ripercussioni dell’inversione di tendenza rispetto a quanto finora ipotizzato? Dando l’approccio economico vigente per “scontato” che tutte le categorie lavorative possano liberamente contrattare i loro aumenti salariali così da controbilanciare eventuali incrementi dei prezzi, si sottostima così il risultato potenziale (opposto), qualora tale meccanismo non funzionasse. Lo “scollamento” della quotidianità economica si manifesta, ad esempio, anche nelle affermazioni, secondo cui un livello di prezzi attesi più elevato rispetto al periodo precedente comporti (più o meno necessariamente) un aumento del livello nominale dei salari secondo la seguente relazione: . Un altro assunto “cardine” è quello, per cui una riduzione del tasso di disoccupazione (u) tenda a sua volta a ripercuotersi positivamente sul livello nominale dei salari : . Se è vero che − quando la disoccupazione è marcata − sia più probabile che i lavoratori occupati perdano il loro impiego e meno probabile che i lavoratori disoccupati trovino un’occupazione, la recente (ed altrettanto flebile) ripresa economica in seguito alla Grande Recessione ha dimostrato come tali automatismi siano sempre meno verificati: non a caso, per un certo periodo di tempo, si è parlato di jobless recovery, cioè “ripresa senza nuovi posti di lavoro”. Quindi, − se all’aumentare della crescita economica (cioè al ridursi del tasso di disoccupazione) i salari nominali (e molto spesso, ancor più, quelli reali) tendano a rimanere comunque “al palo”, non essendo la forza contrattuale individuale spesso sufficiente a provocarne un aumento − è evidente che ciò abbia anche ripercussioni sulla cosiddetta “dinamica dei prezzi”, che verrebbero determinati stando alla teoria tradizionale in base alla seguente formula (, per cui il prezzo di un bene/servizio sarebbe determinato dal costo della forza lavoro e tasso di profitto applicato . Ad esempio, assumendo un costo lavorativo (alias salario) pari a 100 CHF ed un margine di profitto del 20%, il prezzo di vendita equivarrebbe a 120 CHF. Ovviamente (ma altrettanto diversamente da quanto finora “professato”), se i prezzi aumentassero comunque in assenza di aumenti salariali significativi, ciò significherebbe che il cosiddetto “potere d’acquisto” individuale sarebbe diminuito. Ogni intervento di politica monetaria restrittivo aggiungerebbe, pertanto, un vero e proprio “doppio onere” sulle spalle del lavoratore medio, che si vedrebbe da un lato in una condizione di stagnazione relativa in termini salariali, mentre dall’altro subirebbe i prezzi in ascesa oltre che l’inasprimento nella concessione di prestiti. Se la sindacalizzazione (esasperata) non è certo una soluzione, dare però anche certi assunti economici troppo per “scontati” risulta essere perlomeno fuorviante − oggi, più che mai.
Lunedì, 19 Febbraio 2018 14:21

La “fatica” del risparmio

La capacità di accantonare risorse non necessariamente da utilizzarsi (perlomeno, nel breve arco di tempo) costituisce da sempre una variabile di cruciale importanza per mantenimento e sviluppo di quegli standard di vita tipici della società post-moderna. In altri termini, sebbene i policymaker internazionali guardino con preoccupazione crescente a consumi talvolta stagnanti e, più in generale, l’economia moderna dipenda a stretto filo dal concetto di “crescita” (fra cui, della sua principale voce di contributo quale i consumi), risparmiare rimane un principio “cardine”. Quest’ultimo può avere svariate funzioni in ambito sia individuale sia sociale: dal motivo precauzionale (per evitare impasse in caso di ristrettezze temporanee di liquidità), alla semplice funzione “transattiva”, cioè di regolazione di transazioni commerciali e finanziarie, fino al fine di investimento. 

È evidente ‒ ce lo insegna già la nozione teorica di “paradosso del risparmio” (paradox of thrift) ‒ che un rinvio di spesa possa essere nel medio-lungo termine benefico per l’accumulazione di capitale (e, quindi, la crescita economica), ma nel breve termine sottoponga un’economia già stressata a pressioni recessive. In epoche, in cui i bisogni (effettivi o asseriti che siano) si presentano in costante aumento, risulta certamente non semplice concedersi a quello, che oggi pare essere piuttosto il “vezzo del risparmio”. Quest’ultimo è spesso arduo da praticare per motivi prettamente economici, cioè per l’incapacità di conservare di mese in mese una quota delle proprie entrate, ma oltretutto anche da un punto di vista psicologico-edonistico. A mero titolo esemplificativo, la rinuncia allo smartphone di ultimissima generazione (laddove non strettamente necessario) porrebbe l’individuo dinnanzi al “problema” di doversi permanentemente giustificare da un punto di vista sociale e conformistico affinché i motivi di tale scelta non vengano fraintesi. Insomma, risparmiare ‒ per un verso o un altro ‒ è divenuto sempre più difficile. 

Nel contempo, non si può certo affermare che le banche centrali dei Paesi industrializzati abbiano nel fronteggiare la Grande Recessione contribuito a stimolare le generazioni più mature così come (forse ancora più importante) quelle più giovani ad accantonare risorse economiche in vista dei più svariati progetti. Se la politica dei tassi d’interesse “a zero” può sì avere contribuito in alcuni casi ‒ la precauzione rimane sempre d’obbligo, dubitando personalmente dell’esistenza di nessi causali meccanicisticamente verificati nelle scienze economiche ‒ a rilanciare la congiuntura, essa ha però sicuramente disincentivato i cittadini a praticare un “sano” risparmio. Senza “scomodare” l’esempio tedesco, per cui migliaia di piccoli risparmiatori si sono visti ridurre vigorosamente le proprie proiezioni di assegno pensionistico suppletivo (per cui avevano negli anni precedenti faticosamente risparmiato), non si può bagatellizzare la necessità che anche i giovani debbano essere pronti a fronteggiare piccole o grandi emergenze. In epoche di forte indebitamento pubblico “shakerato” con (iper)mobilità lavorativa, che comporta in molti casi precarietà sia per durata sia per luogo di lavoro (con altrettante spese da fronteggiare) è ingenuo potere fare troppo affidamento sul “paracadute” statale con tutti i suoi strumenti di welfare come li conosciamo ora. Si può, poi, affermare con una certa sicurezza ‒ ma non meno preoccupazione ‒ che i recenti avvenimenti economici e politici abbiano abituato ad una certa incertezza con conseguente nichilismo di vedute: quanto qui scritto non può, però, essere valido motivo per scoraggiare (o, perlomeno, non salvaguardare) il risparmio. Anche perché ‒ ma questa è un’altra storia, come già ipotizzato sopra ‒ sarà da vedere quanto gli assegni pensionistici di qui alle prossime decadi permetteranno ai neo-pensionati fra potere d’acquisto incerto ed imposizione fiscale tendenzialmente in crescita di mantenere alto il loro tenore di vita. Anche la “lotta al contante”, che viene condotta in molte Nazioni europee tramite restrizioni al suo uso o abolizione di banconote di “grande taglio”, può costituire un ulteriore disincentivo a slegarsi da ogni valore “materiale” per abbracciare quelli “virtuali”, perdendo così quel contatto “visivo-tattile”, che solo la tangibilità della cartamoneta garantisce. Senza sfociare negli eccessi di un Paperon de’ Paperoni ‒ che, comunque, non è un prodotto della sola fumettistica, ma che trova parallelismi evidenti con altre figure storiche ‒ il messaggio rimane invariato: un “sano” risparmio (non da unico elemento, naturalmente) è valida garanzia di giorni buoni.

 

Giovedì, 15 Febbraio 2018 09:48

Il “prevedibile imprevisto”

Cari lettori, fate questo esperimento, se potete: rileggete qualche articolo di pochi mesi or sono e vi renderete conto di quanto certe affermazioni di esperti ed analisti risuonino ora come del tutto surreali. Così facendo, molte previsioni economiche e politiche apparirebbero nella loro natura, cioè irrimediabilmente superate dal corso degli eventi. L’umanità da sempre è stata affascinata dal tentativo di prevedere il futuro tramite le figure storiche più eterogenee. Oggigiorno, invece, questa mansione pare essere affidata agli “addetti ai lavori” di economia e politica. Nulla di male, evidentemente: spesso è proprio indispensabile volgere lo sguardo all’orizzonte per percepire sfide e pericoli imminenti. Eventi recenti quali l’esito del referendum inglese sulla Brexit, le elezioni presidenziali americane e, fra i tanti altri, la ripresa del tasso d’inflazione nell’Area Euro da 0,6% di novembre al 1,1% di dicembre 2016 dovrebbero, però, imbarazzare non poco la pletora di “coristi” nell’esternare opinioni forse troppo omologate. Se si è detto quanto opportuno sia essere proattivi nel formulare previsioni, lo è molto meno spacciarle come “dogmatiche”, compiendo in seguito un disinvolto “giro di valzer” laddove necessario. La stessa OCSE  si è interrogata sulle significative discrepanze tra misurazioni economiche previste e quelle poi effettive. Ritorna in mente la domanda − solo apparentemente di semplice natura − posta dalla sovrana inglese nel novembre 2008 in un incontro con economisti di una prestigiosa Università londinese, con cui chiedeva lumi per quale motivo nessuno avesse previsto la crisi economico-finanziaria globale (all’epoca, in piena fase acuta). 

Facciamo un primo, recentissimo esempio: l’inaspettata ascesa dei prezzi nell’Eurozona − soprattutto, se ripetuta nei prossimi mesi − non è da leggersi soltanto in chiave di riavvicinamento all’obiettivo d’inflazione della BCE intorno (ma inferiore) a 2% annuo, bensì piuttosto in termini di tassi d’interesse, che potrebbero su pressione dei Paesi membri “falchi” all’interno del board della stessa subire un rialzo ben prima di ogni aspettativa (e dichiarazione fatta precedentemente).

Purtroppo, l’incapacità di prevedere ciò, che a ben guardare così imprevedibile non risulta essere, rappresenta un problema. Ma, quindi, chi è responsabile di cotanto grado di “miopia previsionale”? Il sospetto ricade su una certa forma mentis utilizzata alla ricerca “spinta” di relazioni “causa-effetto”. Se a ciò si aggiunge la scarsa conoscenza di realtà e psicologia delle rispettive Nazioni − dimostrando un vero e proprio “scorporo” tra analisi e padronanza di lingua, cultura, società e tradizioni −, il menù è servito (senza, però, pagarne il conto). Nel caso del Regno Unito si è attribuita troppa poca considerazione per lo spirito nazionalistico tipico di una Nazione fiera come quella britannica, che non ha mai accettato completamente il fatto di essere (o sentirsi nonostante tutti gli “sconti” in termini di partecipazione) “soggiogata” all’influsso di Bruxelles e Germania. L’analisi del caso americano sconfina, invece, nel campo delle scienze politiche: il problema, però, non muta, cioè la tendenza a ragionare “per cassetti” (Schubladendenken direbbero oltre Gottardo) si rivela essere ancora una volta l’opposto di quanto necessario in una società in veloce evoluzione. Un altro esito del tutto non scontato nel 2017 (nonostante i sondaggi favorevoli, ma a dipendenza dell’avversario) è la rielezione della Cancelliera tedesca. In generale, una prima risposta è che troppo spesso si sottovalutino valori e sensibilità individuali difficilmente perscrutabili oppure ci si allinei alla corrente maggioritaria. Come primo passo, per il futuro, pare indispensabile attribuire più peso ad una migliore conoscenza di territorio e pubblico d’analisi. Per il momento, invece, iniziamo a tenere sott’occhio alcune previsioni economiche pubblicate a fine novembre 2016: saranno gli eventi a dirci di più. 

 

Quando il 15 gennaio 2015 la Banca Nazionale Svizzera ha comunicato la decisione di non perseguire più l’obiettivo di tasso di cambio fra la moneta svizzera e quella europea (1 Euro = 1,20 CHF) introdotto il 6 settembre 2011, sono state molte le reazioni: dal profondo rosso del mercato borsistico svizzero con lo SMI Index calato da 9.198,20 (14 gennaio 2015) a 8.400,61 (15 gennaio 2015) fin ancora più giù a 7.899,59 punti (16 gennaio 2015) ad una molteplicità di previsioni nefaste, che hanno ridato linfa vitale alle argomentazioni catastrofiste di troppi economisti. Certamente: come ho avuto già all’epoca modo di scrivere, la BNS sarebbe forse potuta essere più accorta nel comunicare il proprio intento − magari introducendo temporaneamente un obiettivo di cambio più “morbido” (ad esempio: 1 Euro = 1,10 CHF). La sostanza, cioè che la decisione sia stata solo un piccolo episodio (e non la fine della competitività dell’economia rossocrociata) lungo l’arco della storia del Franco svizzero dalla fondazione della Repubblica elvetica nel 1798, rimane però invariata. Sintetizzando con una formula tautologica (ma altrettanto dimenticata nel dibattito), “i cambi cambiano”, cioè durante la loro esistenza possono assumere livelli più alti (o bassi) di concorrenzialità: da un punto di vista di medio-lungo termine, quest’ultima dipende però solo dai connotati dell’economia locale quali tipologia di beni prodotti, burocrazia, tessuto industriale etc.

 

Area Euro

Svizzera

 

2002

2014

2002

2014

PIL (PPA), dollari internazionali

8.810,79 mld. $

13.304,84 mld. $

265,0 mld. $

487,5 mld. $

PIL pro capite (PPA), dollari internazionali

27.183,0 $

39.328,3 $

36.376,7 $

53.539,8 $

Tasso d’inflazione

2,2%

0,4%

0,6%

0,0%

Tasso di disoccupazione

8,7%

11,5%

2,9

4,5

Variazione del PIL

1,0%

0,9%

0,1%

1,9%

Variazione del PIL pro capite

0,5%

1,0%

-0,6%

0,7%

 


 

Senza “rinvangare” quello, che è stato già ampiamente oggetto di discussione economica, è opportuno fare un passo indietro, cioè tornare al momento dell’introduzione dell’Euro avvenuta il 1 gennaio 1999 sotto forma virtuale ed il 1 gennaio 2002 quale banconote e monete metalliche. La Confederazione svizzera si è trovata all’epoca (meglio: prima ancora, nelle fasi decisionali) di fronte ad un bivio di carattere monetario: Franco svizzero o Euro? Se il quesito non si è forse mai posto in maniera così esplicita, esso trapela ancora oggi da ogni analisi economica. Il rischio, infatti, è quello di cedere alla tentazione di fare confronti fra lo status quo e quanto si sarebbe potuto trarre da un’adesione all’Area Euro. Che il tasso di cambio fra Euro e Franco svizzero abbia visto un progressivo rafforzamento di quest’ultimo dal 1999 in poi non meraviglia: infatti, esso rispecchia meramente i cosiddetti “fondamentali economici” della Confederazione elevetica, che (soprattutto, in tempi di crisi) è divenuta “porto franco”. L’Unione Europea e, nello specifico, l’Area Euro potrebbero essere sì in una posizione di forza economica rispetto alla piccola Svizzera, ma la conflittualità interna, i suoi Paesi membri sempre più disomogenei e la sostanziale assenza di creatività nel (ri)lanciare il Vecchio Continente ne minano il potenziale exploit. È, inoltre, prevedibile che (fintanto che l’incertezza su Euro e UE permanga) il Franco svizzero sia sottoposto a continue pressioni al rialzo, sebbene la parziale trasformazione della piazza finanziaria elvetica ne possa avere ridotto l’attrattività per gli investitori esteri.

Ma se tale trend si acuisse, l’economia svizzera non sarebbe meno competitiva? Non necessariamente, poiché le difficoltà del settore export sono pur sempre accompagnate da un rafforzamento della capacità d’importazione. L’abilità di pianificazione strategica dei policymaker sta proprio nel puntare con dinamismo sugli ambiti di volta in volta più attrattivi, compensando le eventuali perdite di quelli più penalizzati. Se la Svizzera avesse adottato l’Euro, la situazione non sarebbe (prevedibilmente) potuta essere molto migliore: alla perdita di sovranità monetaria ed all’esposizione ad una ricetta “monogusto” (one-size-fits-all) sotto l’egida della BCE si sarebbero aggiunti un Euro (inspiegabilmente, stavolta) forte rispetto alla moneta statunitense e le instabilità attuali europee. Certamente, le facilitazioni commerciali e finanziarie tipiche della UE non sarebbero state poca cosa, ma sarebbero ben presto state assimilate (quindi, dimenticate) per poi forse vedere prevalere il malcontento odierno tipico di molti Paesi membri. Il dibattito sul “Franco forte” è stato, quindi, giusto, ma non deve essere nemmeno sovrappesato: un’economia è strutturalmente e, solo in via secondaria, congiunturalmente competitiva. Ben più determinante è valutare l’orientamento del sistema-Paese (da adottarsi) in seguito al “nuovo” sistema bancario: quali gli sbocchi futuri? E quali le incognite?

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